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Come chiunque altro, io non dispongo che di tre mezzi, per valutare l’esistenza umana: l’osservazione degli uomini (i quali, nella maggior parte dei casi si adoperano per nasconderci i loro segreti o per farci credere di averne); i libri (con gli inevitabili errori di prospettiva che sorgono fra le righe); lo studio di se stessi (è il metodo più difficile, il più insidioso ma, anche, il più fecondo)” (Marguerite Yourcenar – Memorie di Adriano)

Non so dire se è per via della professione che svolgo o perchè, da sempre, ho dato grande valore all’introspezione ma amo calarmi nelle profondità del Mio “Sè”.

Eppure, scopro (e, in parte, temo) che, ogni granello di sabbia in grado di scorrere nel collo della bottiglia del Tempo, del Mio Tempo (che, poi, è in relazione al Tempo dell’Universo Intero che, stranamente, nato senza Tempo né Spazio, subisce le “curvature” di entrambi), appesantisce il piacere di continuare a volerne di più…

Già, di più…

Convinto di essere immune dal rimpianto, ho rincorso le onde per balzare (COME attraverso il corridoio di un buco nero) oltre l’Orizzonte degli eventi e giungere più velocemente lì, dove, di solito, la gente tarda a volere andare.

No, non è la Morte ma, semmai, il Tempo e il Luogo dove scopri il Modo e il Mondo di ciò che diventa VERITA’!

Ecco, ora so, perchè sono al centro di un viaggio perfetto (quello che, da Zigote, attraverso l’avventura Umana, ci porta oltre la Dimensione conosciuta dove, materia e antimateria, si incontrano, si fondono e si annichilano), che non si sorride se non c’è un motivo, che non si tendono le braccia verso qualcosa o qualcuno che non verrà… eppure immagino che il Meglio debba ancora venire; la cosa particolare è che, a differenza del passato, questa convinzione non aumenta il battito del mio cuore ma, anzi, lo stabilizza.

Come naturale conseguenza di ciò che deve essere Giusto e Perfetto.

Una volta, mi atterriva l’idea di poter spegnere la mia Passione alla Vita. Ora ho scoperto che, il rallentamento, non è una sconfitta di fronte alla speranza ma, invece, un nuovo modo di Amare. In sintonia con l’Armonia del Tutto. Senza riferimenti certi perchè, in fondo, il Tutto, è il vero Benchmark. Quello da cui, infatti è nato, poi, Tutto.

Dopo un bel numero di anni, ho rianalizzato questo interessante articolo/intervista del 2 Maggio 2009, scritto all’indomani del distacco da mia Madre e, lo ammetto, non sarei riuscito a rendere meglio il rapporto con la paura di soffrire. Per cui, ho voluto riproporlo senza modifiche significative perché, in Verità, siccome ciò che apprendiamo, mediante l’esperienza, incide trasformazioni sul sistema nervoso e ci rende diversi, allora osserviamo con occhi nuovi quello che credevamo di aver capito. Accadrà così, anche con questo articolo.

BUONA LETTURA

“Ciao ciao, andarmene è un peccato, però ciao ciao. Bella donna alla porta che mi saluti. E baci, abbracci e sputi, e io che sputo amore, io che non sputo mai. Ciao ciao, andarsene era scritto perciò ciao ciao. Bella ragazza che non m’hai capito mai. Già parte il treno, sventola il fazzoletto, amore mio, però piangi di meno. Ciao ciao, ciao amore ciao, amore ciao. Guarda che belli fiori in quella città. Ciao amore ciao, amore come va? Ciao amore, amore mio, amore ciao. Ciao ciao, guarda che belli i fiori in quella città, che mai mi ha vinto e mai nemmeno mi vedrà. Guarda che mare! Guarda che barche piccole che vanno a navigare”(F. de Gregori).

Buona sera, dottore, come va?

È un periodo in cui sto riconsiderando tutta la mia vita, ponendola sul piatto della bilancia del tempo, quello che ho trascorso, “inspirando” intensamente e quello che ancora mi attende, cercando di far si che mi riservi, ancora, momenti da “togliere il respiro”!

Si sente in crisi?

Se intendiamo con tale termine, quello che si prova durante le transizioni importanti, quando “non ci si può più fidare del colore delle cose”, quando sai che, dopo, nulla sarà più come prima… eppure, una strana smania di andare ti prende… beh, allora la risposta non può che essere affermativa.

È la prima volta che percepisco una velata tristezza… mi sento un po’ smarrita!

Mah, più che altro, “osserva” quello che voglio che traspaia: una serena mestizia. Tipica, prodromicamente, dei grandi cambiamenti. Non me ne vergogno e non sento l’esigenza di nascondermi. Anzi, l’affronto per intero… compiutamente. Perché è così che deve essere.

Ho letto i suoi due articoli, Silenzio ed Amare , sui quali vorrei farle alcune domande, se è disponibile.

Certo, come sempre.

Innanzitutto, cos’è e cosa produce nel nostro mondo interno la sofferenza?

“La pittura è una professione da cieco: uno non dipinge ciò che vede, ma ciò che sente, ciò che dice a se stesso riguardo a ciò che ha visto” (Pablo Picasso).

Come ho avuto modo di scrivere, la sofferenza, come attività perturbata dell’animo in conseguenza a squilibri (o disequilibri) da mancato appagamento, serve come elemento prorompente in grado di smuovere stati d’animo e “aiutare” la riflessione. Infatti, si ritiene che sia l’unico mezzo valido ed efficiente, in grado di rompere il sonno dello spirito e della ragione.

Volendo approfondire un attimo il discorso, potremmo dire che la prima vera sofferenza la affrontiamo da piccoli.

Prendendo spunto da quanto spiegato da Paul Claude Racamier nel suo “il genio delle origini” (Raffaello Cortina Ed.), appena uscito dai cambiamenti della nascita, il neonato entra, con la madre, in una intensa relazione di mutua seduzione che serve (almeno all’inizio) a mantenere un accordo perfetto nel quale, insieme (madre e bambino), è come se si calassero nelle acque “amniotiche” di un lago senza increspature.

Tutto ciò mira ad escludere (o a ridurre fortemente) le tensioni che provengono dal mondo interno e le stimolazioni che arrivano dall’esterno, capaci di intorbidire questo rapporto idilliaco (serenità narcisistica ideale) che non cerca e non vuole differenziazioni (foriere di separazioni) e che crea una simbiosi.

 Se tutto perdurasse in questo modo, però, avremmo una sorta di attaccamento fusionale che renderebbe impossibile ogni spiraglio di crescita autonoma. Ecco, allora, il ruolo della “funzione” paterna che entra (apparentemente “a gamba tesa”) a scompigliare un bel po’, quella quiete pericolosa, generando sofferenza attraverso la spinta a cercare un punto di congiunzione fra il Desiderio e la Legge.

La psicoanalisi parla di frustrazione (o castrazione) Edipica che costringe il bambino a capire di non Essere “IL” ma, più realisticamente “UN”.

Procedendo nella vita, si corre il rischio di “addormentarsi” in spente abitudini nella inconsapevole ricerca mnemonica di quella quiete primordiale.

La frustrazione piomba su di noi come quel padre che costringe a “rimettersi in riga”, rompendo, quindi, il sonno dello Spirito.

Come andrebbe vissuta la sofferenza che, come lei, appunto, sostiene, serve a “rompere il sonno dello spirito”? Il silenzio sembra la condizione più dignitosa, però come far uscire le emozioni tumultuose che si producono?

Con disciplinata e misurata dignità, intendendo, con tale termine, non tanto il rispetto che gli altri mostrano nei nostri confronti (che finirebbe per attivare il meccanismo dell’orgoglio) quanto, piuttosto, il rispetto che portiamo nei nostri confronti, per ciò che sappiamo di valere (a prescindere dal giudizio altrui), che pone le basi per una corretta e solida autostima. “La dignità non consiste nel possedere onori, ma nella coscienza di meritarli” (Aristotele).

In pratica, ognuno di noi porta dentro una parte di quel sé bambino, quello, per intenderci, che allunga le braccia e stende le manine per chiedere un abbraccio… e si strugge quando si sente non accettato per come vorrebbe.

È qualcosa che ti segna, per un verso o per un altro, per tutta la vita. Siccome anche l’altro, quello da cui vorresti l’abbraccio non è più tuo padre o tua madre ma, semmai, un altro diverso da te ma che, come te, è in cerca di un incontro accogliente, finisce che diventiamo isole contro cui si infrange un mare in tempesta, la cui nebbia salina ci impedisce di vederci come persone in cerca di un sorriso.

La verità è che molti soffrono ma non tutti sono capaci di affrontare questo stato d’animo appieno e con dignità.

“Felicità e sofferenza sono figli della stessa passione” (massima buddista).Come si dovrebbe fare?

Come chi sta su una spiaggia di fronte ad onde molto “inquiete” e poco rassicuranti. Si può scegliere di fuggire o di restare.

Cosa è meglio?

Se il mare è quello della vita, non si può fare a meno di affrontarlo.

In che modo?

Guardando bene in faccia il pericolo, allargando le gambe e piegandosi leggermente in avanti (per migliorare il baricentro dell’equilibrio) e restando in attesa dell’impatto con la massa d’acqua.

Ma non c’è il rischio di venire travolti?

Molte volte è una certezza. E qui che si vede chi ha il coraggio di restare. In balia dell’onda impariamo a dialogare con essa, a conoscerla, a rispettarla… e a scoprire che, alla fine, quando si sarà ritirata, toccheremo nuovamente terra, magari in un punto diverso, magari con i capelli arruffati e il fiato corto. Ma sempre lì.

Ma, così facendo, non possiamo procurarci un danno?

Non necessariamente. Dipenderà da come abbiamo imparato ad adattarci all’evento traumatico. Potremmo addirittura imparare a prendere confidenza con simili eventi, al punto tale da diventare come i surfisti…che l’onda, comunque, se la vanno a cercare.

E rinunciando a tutto ciò?

Vivremmo nella continua paura e, siccome, come sosteneva Tito Livio, “la paura tende sempre a far vedere le cose peggiori di quel che sono”, questo non sarebbe degno di un essere umano.

E se proprio non ci si ritiene capaci?

“La paura di non essere all’altezza, ci fa salire di un gradino” (proverbio giapponese). Si potrebbe ridurre la propria presunzione e accettare l’idea di imparare, magari facendosi aiutare. “Il senso delle nostre imperfezioni ci aiuta ad avere paura. Cercare di risolverle ci aiuta ad avere coraggio” (Vittorio Gassman).

Ma non è un comportamento egoistico? Potremmo fare soffrire qualcuno che ci vuole bene!

Posso risponderle con un aforisma di Oscar Wilde: “Una rosa rossa non è egoista perché vuole essere una rosa rossa. Sarebbe terribilmente egoista se volesse che i fiori del giardino fossero tutti rossi e tutte rose”. Ci possiamo “vivere” come punti di riferimento autorevoli. E poi, come sostenevano gli antichi orientali, molto spesso Il coraggio è come l’amore, fratello della speranza. Probabilmente riusciremo a farci apprezzare per il nostro valore “coerente”.

In che rapporto si pone la sofferenza con la malinconia e la nostalgia?

Come è facile ricavare dai dizionari della lingua italiana, la nostalgia deriva dal ricordo di qualcosa di bello che abbiamo vissuto e che vorremmo tornasse indietro, la malinconia, invece, contraddistingue lo stato d’animo di colui che avrebbe voluto che qualcosa accadesse… ma così non è stato. In entrambe la variabili, esiste quella perturbazione emotiva che porta a soffrire.

Belli, i suoi aforismi, quest’oggi!

Probabilmente perché ho capito finalmente quello che sosteneva un certo John Keats… e cioè che un proverbio per te non sarà mai tale finché la vita non te lo avrà illustrato.

Se vaste zone del nostro cervello, secondo esperimenti scientifici, producono risposte emotive in gran parte “neutre” (di bassa intensità), o addirittura, remunerative e solo i piccola parte determina sensazioni frustranti (nel senso che serve a farci percepire il dolore), come mai, con l’avanzare dell’età anagrafica e del tempo, pur dovendo presumibilmente essere migliori e più saggi, aumenta la sofferenza?

Questo è dovuto all’aumentata capacità di captare sensorialmente ciò che ci circonda e che ci amplifica a dismisura gli stati d’animo che risultano dalle tante esperienze che accumuliamo strada facendo. Ecco perché molti, procedendo con l’età, tendono a chiudersi e ad isolarsi. E questo è un peccato perché c’è il rischio di spegnersi anzitempo. È di questi giorni un’interessante scoperta in base alla quale si è osservato che, quotidianamente, nel cervello nascono migliaia di neuroni che sopravvivono solo alcune settimane, a meno di non attivarsi ad imparare, continuamente, cose nuove, con il gusto dei bambini.

“Ogni bambino è in qualche misura un genio, così come ogni genio resta in qualche modo un bambino” (Arthur Schopenhauer).

Stante il significato di “soffrire” come “attività perturbata dell’animo, in conseguenza a squilibri (o disequilibri) da mancato appagamento”, quali accortezze si possono adottare per vivere in modo meno devastante possibile questo stato d’animo?

Mi piacerebbe percorrere un po’ della sua stessa strada, al mattino. Vorrei incontrare tanti bambini mano nella mano di individui canuti e saggi. Entrambi con un denominatore comune: tenerezza e meraviglia per le cose semplici. Proverei a trasmetterle che la vita ci vede in un corridoio, seduti fra la stanza dei ricordi (che si ingrandisce continuamente) e quella delle aspettative residue (che si rimpicciolisce ogni giorno di più). Vorrei poterle ricordare che è tutto un soffio che va preso alla leggera ma senza superficialità. Con un sorriso. Vorrei vederla con la schiena dritta e le labbra schiuse ad assaporare tutto questo. MI piace pensare che non si piegherà di fronte alle difficoltà. Voltaire sosteneva che solo i bigotti e i soldati si inginocchiano: i primi, a messa, per pentirsi dei peccati; i secondi, quando sparano… forse, per chiedere perdono dell’assassinio. Le è chiara la risposta?

Perchè il bisogno di amare ed essere amati, che si avvertono fortemente sin da piccolissimi, si affievoliscono con l’età? Forse per diffidenza e per paura di soffrire, in vista di un eventuale abbandono o comunque di comportamenti deludenti da parte di chi amiamo?

E poi, non è opportuno il “sacrificio” per amore, ma è utile essere “consorti” e condividere obiettivi ed interessi: qual è la differenza?

Domande interessanti.

Ho conosciuto una persona, una di quelle da cui puoi imparare tanto, soprattutto per l’ingenua convinzione di non essere all’altezza delle cose.

Un giorno mi ha detto: “Vorrei potermi sentire libera di aprirmi al mondo per quello che sono, con tutte le mie difficoltà, con tutta la mia incompletezza di essere umano che ha bisogno di aprirsi agli altri e di fare esperienza per crescere. Con onestà, perché credo che l’offrirsi agli altri con sincerità sia il primo atto d’amore, la prima dimostrazione di stima, il primo gesto di cura che possiamo compiere verso gli altri, e prima ancora verso noi stessi. Anche se la verità, a volte, può far male ed in alcune situazioni, tacere può servire a proteggere chi si ama, tendere le braccia è la base di ogni rapporto, senza la quale ogni cosa resta alienata dal suo significato più profondo. Il fatto è che bisogna proteggersi, perché essere onesti significa anche esporsi al rischio di soffrire, perché ci si presenta senza veli e si è più vulnerabili. E la paura di ferirsi, di non essere capiti prende il sopravvento… ed ecco che si spegne di nuovo la luce. Poi, però, si scopre che in fondo al buio non si sta meglio, che non si evita di ferirsi… che ci si ritrova ancora una volta con il viso bagnato dalle lacrime, a rigirarsi nel letto cercando una mano, una carezza, un abbraccio che come sempre non c’è… Si soffre comunque… vorrei poter diventare quello che in fondo sono ma che ancora non riesco ad essere…”

Posso dirle che, in vita mia, ho ascoltato tanta buona musica. Mi sono reso conto che i poeti riescono ad entrare nelle tue mura, se usano le corde giuste. Viaggiando nel buio, in una delle mie tante tratte, in solitudine “da casello a casello”, accomodato in una calda alcantara verde Irlanda, una sera ho rivisto lo specchio del mio passato. Il mio personale quadro di Dorian Gray. 

Allora ho impugnato lo sterzo in pelle, quello con al centro il Biscione di Milano e lo stemma dei Visconti… e sono scivolato nei miei pensieri con l’immagine di ciò che mi ha accompagnato come una piccola scintilla al vento, una di quelle che non si spegne mai. Ho riflettuto sul come sia facile “deragliare” da quello che si credeva indissolubile perché, in certi momenti, se si riuscisse a dire cosa si prova dentro, forse anche Dio scapperebbe via da noi…

La vita è cambiamento: più su… o più giù. Mai nella stessa posizione. Ecco perché, o si condivide qualcosa, continuativamente…o ci si perde per strada.

Basta poco per ferire la sensibilità di un uomo, ma occorre molto tempo per dimenticare il dolore arrecato. (Proverbio Cinese)

Alcune persone hanno paura del senso di colpa che proveranno dopo che perderanno una persona amatissima ma, pur essendo consapevoli di ciò, non riescono a modificare alcuni atteggiamenti.

Qui entra in gioco il “come” noi siamo fatti (come risultato caratteriale determinato dall’educazione ricevuta), come lo estrinsechiamo attraverso il nostro carattere (ad esempio le questioni di principio, la rigidità, l’orgoglio che ci impediscono di modificare alcune conclusioni cui siamo giunti a torto o a ragione). Praticamente c’è uno scontro tra due elementi di per sé già in antitesi.

Se accetto l’idea che soffrirò quando una persona non ci sarà più ma, per intanto, non riesco a migliorare il rapporto con essa allora, produrrò un conflitto tra la parte affettiva e quella aggressiva: (il legame che ho con questa persona e il fastidio che ne consegue).

Il prezzo da pagare sarà di tipo aggressivo, sotto forma di rancore, di rabbia perché magari riterrò che questa persona non mi abbia messo nelle condizioni di avere un buon rapporto con lei.

La consapevolezza dei propri limiti è, di per sé, un limite oppure un momento di crescita?

Io direi che è un’opportunità perché se non si parte dal principio che noi siamo perfetti, e non ci si porta dietro la paura di non essere in grado di migliorarci allora, più velocemente ci accorgiamo di quante cose è bene modificare, più possiamo essere contenti perché ci avviciniamo alla risoluzione dei nostri problemi e comminiamo verso il traguardo della maturità e della saggezza.

“Sopportare la vita rimane, tutto sommato, il primo dovere degli esseri umani” (Sigmund Freud)

Non è che, per caso, è diventato troppo cupo e pessimista?

“Il mio nome è Ayrton e faccio il pilota. E corro veloce per la mia strada, anche se non è più la stessa strada, anche se non è più la stessa cosa; anche se qui non ci sono piloti, anche se qui non ci sono bandiere, anche se qui non ci sono sigarette e birra che pagano per continuare… per continuare, poi, che cosa? E come uomo io ci ho messo degli anni a capire che la colpa era anche mia, che era tutto finto… e che un vincitore vale quanto un vinto! Ho capito che la gente amava me e che potevo fare qualcosa. Dovevo cambiare qualche cosa. E ho deciso, una notte di maggio, in una terra di sognatori, ho deciso che toccava forse a me. E ho capito che Dio mi aveva dato il potere di far tornare indietro il mondo, rimbalzando nella curva insieme a me. Mi ha detto… chiudi gli occhi e riposa! E io ho chiuso gli occhi…”

il primo Maggio del 1994, perdeva la vita Ayrton Senna da Silva, uno dei più grandi piloti di Formula Uno di tutti i tempi. Sono trascorsi tre lustri da quel Gran Premio di San Marino del 1994, quando il campione brasiliano rimase vittima di un pauroso incidente a bordo della sua Williams Renault. Da allora la Formula Uno è profondamente cambiata, ma Senna è sempre rimasto nel cuore di tutti gli appassionati, perché il suo talento per la guida lo rendeva oggettivamente affascinante sotto il profilo agonistico. Campione del mondo nelle stagioni 1988, 1990 e 1991, Senna ha tenuto incollati davanti alla tv migliaia di spettatori in tutto il pianeta.

Ayrton Senna era schivo e tendenzialmente incline ad una certa mestizia. Ma era un uomo vero. Completo, a suo modo. Dopo di lui arrivò il mito ” Michael Schumacher”. Quello che ha vinto più di tutti, quello che ha reso la Ferrari, la più forte di tutti i tempi. Anche lui non sorrideva mai. Però per motivi diversi. Lui, le emozioni le bloccava sul nascere. Ayrton, no. Viveva a pieno. E soffriva parimenti, quando era necessario. Le riporto alcune frasi che lo hanno “distanziato” dall’essere “solo” un pilota.

“Se una persona non ha più sogni, non ha più alcuna ragione di vivere. Sognare è necessario, anche se nel sogno va intravista la realtà. Per me è uno dei principi della vita”.

“Non potrai mai cambiare il mondo da solo. Però puoi dare il tuo contributo per cambiarne un pezzetto”.”Quello che faccio davvero io per la povertà non lo dirò mai. La F1 è ben misera cosa in confronto a questa tragedia”.

“Sono un privilegiato, ho sempre avuto una vita molto bella. Ma tutto quello che ho ottenuto dalla vita l’ho guadagnato con l’impegno e il desiderio fortissimo di raggiungere i miei obbiettivi , di vincere, nella vita, non come pilota. Perciò lasciate che vi dica che chiunque voi siate nella vita, sia che siate al livello più basso, o al più alto, dovete avere una grande forza e una grande determinazione e dovete affrontare qualsiasi cosa con grande amore e fede in Dio e, un giorno, raggiungerete i vostri obbiettivi e avrete successo”.”Non ho idoli. Ammiro il duro lavoro, la dedizione e la competenza”.

“I ricchi non possono vivere su un’isola circondata da un oceano di povertà. Noi respiriamo tutti la stessa aria. Bisogna dare a tutti una possibilità”.

“Se ho fatto le cose che ho fatto è perchè ho avuto, nella vita, una grande possibilità. Crescere nel modo giusto, vivere bene, godere di una buona salute, imparare molto. E sono stato aiutato, nei momenti giusti, ad andare nella giusta direzione”.

“La cosa più importante è essere te stesso, senza permettere a nessuno di ostacolarti, senza essere diverso perchè qualcuno vuole che tu sia diverso. Devi essere te stesso. Molte volte farai degli errori a causa della tua personalità, del carattere o delle interferenze che puoi trovare lungo il cammino. Ma solo così puoi imparare: dai tuoi errori. E’ questa la cosa principale: utilizzare gli errori per imparare. Io credo nell’abilità di concentrarsi profondamente, in modo da rendere e progredire ancora di più”.

“La vita è troppo breve per avere dei nemici”.

“E’ strano. Proprio quando penso di essere andato il più lontano possibile, scopro che posso spingermi ancora oltre”.

Forse, allora, non era triste. Era solo molto riflessivo.

Brava, comincia a capire la differenza.

Che bella passeggiata. Non vorrei concluderla ma si è fatto tardi. Come ci salutiamo?

Con una “profonda” poesia di Eduardo de Filippo. Prima gliela “declamo” in originale e poi gliela traduco

“Io vulesse truvà pace; ma na pace senza morte. Una, mmieze’a tanta porte, s’arapesse pè campà! S’arapesse na matina, na matin’ ’e primavera, e arrivasse fin’ ’a sera senza dì: “nzerràte llà!” Senza sentere cchiù ’a ggente ca te dice:”io faccio…,io dico”, senza sentere l’amico ca te vene a cunziglià. Senza senter’ ’a famiglia ca te dice: “Ma ch’ ’e fatto?”Senza scennere cchiù a patto c’ ’a cuscienza e ’a dignità. Senza leggere ’o giurnale… ’a nutizia impressionante, ch’è nu guaio pè tutte quante e nun tiene che ce fà. Senza sentere ’o duttore ca te spiega a malatia…’a ricett’ in farmacia… l’onorario ch’ ’e ’a pavà. Senza sentere stu core ca te parla ’e Cuncettina, Rita, Brigida, Nannina… Io vulesse truvà pace; ma na pace senza morte. Una, mmieze’a tanta porte, s’arapesse pè campà! ” (Eduardo de Filippo)

Traduzione

“Io vorrei andare incontro alla pace interiore. Senza bisogno di cercare la morte, però. Che bello se, in mezzo a tante prospettive e possibilità, se ne schiudesse una che mi consentisse di potermi dare il senso delle cose più importanti: semplicemente vivere! Si aprisse, in una mattina di sole e continuasse fino a sera senza farmene sentire il peso… per non dover ascoltare le fatuità della gente, per non essere costretto ad assecondare i consigli dell’amico, senza essere condizionato da chi ti sta più vicino, per non scendere a patti con la coscienza e la dignità… Basta con le notizie urlate a tal punto da rassegnarci alla malasorte! Basta col dover affidare se stessi alle cure di un dottore! Basta con questo cuore che ti parla di Brigida, Concetta, Nannina… Io vorrei trovare pace, finalmente, ma una pace su questa Terra. Una, in mezzo a tante porte, vorrei si aprisse per andare!” (Eduardo de Filippo).

G. M. – Medico Psicoterapeuta

Si ringraziano Erminia Acri e Lina Gentile per la collaborazione nella stesura del dattiloscritto.

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