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“Chiedere può essere la vergogna di un minuto, non chiedere può essere il rimpianto di una vita!”

Dicono che il cielo d’Irlanda sia molto bello, un oceano di nuvole e luce, un tappeto che corre veloce, ti annega di verde e ti copre di blu. È un sabato qualunque, di una qualunque mattina di dicembre e il cielo è come un gregge che pascola in alto e, a volte, fa il mondo in bianco e nero ma dopo un momento, fa brillare i colori più del vero. Qualcuno mi ha detto che noi uomini siamo ingenui, mentre le donne cambiano spesso umore, sono più scaltre… e anche un po’ bugiarde. Sarà.

È veloce il nastro di questo asfalto drenante che scorre sotto il pianale della mia Alfa. Chissà perché ho accettato di andare a Roma, per una lezione imprevista. In fondo questa volta non ne avevo voglia. Avrei preferito Capua: un incontro fra amici, maniaci del tuning, per trasformare automobili in purosangue dal cuore sportivo. Veramente.

Qualcuno mi ha fatto notare che ho un rapporto morboso con la mia vettura, di tipo “proiettivo”. È vero. E la cosa non mi disturba affatto. D’altronde ho progettato personalmente le modifiche cucitele addosso da tre anni a questa parte. È come un vestito su misura. Il sarto, ovviamente si è rivelato all’altezza del compito. 200 cavalli e poco più di 400 metri per arrivare da 80 chilometri orari a oltre 200, la dicono lunga, su chi io sia veramente. Un pioniere alla ricerca dell’estremo, attento a non superare quel limite oltre il quale, i rischi sono “senza ritorno”. Forse è per questo che ai 240 chilometri orari di cui è accreditata la mia macchina, non mi sono mai catapultato. Nemmeno in pista.

Forse è per questo che sono in macchina, alle sei del mattino. E fa freddo. Starò da solo con me stesso, per un’interminabile giornata che non so quando abbasserà le sue palpebre stanche. È forte questo motore, costretto a rendere oltre quello per cui è stato immaginato, ma ancora al di sotto dei suoi reali limiti. Proprio come me. Sono sempre arrivato dove dovevo andare, in qualunque condizione, spesso con la centralina in recovery (in modalità di funzionamento provvisoria, per eccesso di stress), esplodendo turbine, radiatori per il raffreddamento dell’aria, tubazioni e condotti di aspirazione e scarico. Ma sempre a destinazione. Proprio come sono io, impavido, incurante dei segni del tempo e delle intemperie. Cicatrici tante. Aspirazioni pure… addirittura col turbo!

Non c’è il controllo elettronico di stabilità (ESP) e il sistema antislittamento (VDC), ma per uno come me, cresciuto tra i motori, sulle ginocchia di un nonno che, al posto delle favole, inventava “sogni” fatti di traiettorie ideali per tagliare al meglio le curve, anche di notte… gestire una coppia motrice da competizione sportiva, non è particolarmente difficile, anche su fondi scivolosi. Sfrutto l’ABS, quando serve. Devo solo evitare di distrarmi troppo.

Sedili duri, per ricordarmi che le troppe comodità ammorbidiscono le velleità, eccessivamente. Morbida Alcantara verde, sterzo in pelle nera, strumentazione aeronautica in Carbonio. Controllo totale. Quasi. Dal Sony X-PLOID, armonie in surround che spaziano dal jazz al celtico, passando per cantautori impegnati e splendide musiche da film.

Il Pensiero e la Coscienza di sé. Questo è il tema di cui mi occuperò oggi. Bella lezione. Impegnativa ma bella. Sarebbe stato meglio il mese prossimo, però. Oggi ho voglia di evadere dalla mia vita attuale, troppo sbilanciata verso un lavoro senza soluzioni di continuità. Ho temuto che, fra me e una prostituta, non ci fosse molta differenza. Lavoriamo entrambi molto. E per soldi, tutto sommato. Ma nell’ultima settimana ho rifiutato ulteriori richieste di consulenze. Non credevo nella riuscita di quell’opera. Non c’erano le condizioni per rispettare la mia dignità. E con esse, ho rinunciato anche ai relativi proventi. Mi sono autopromosso metalmeccanico. Uno di quelli che fa molto straordinario, però. Un passo in avanti. Nessun rimpianto per ciò che mi aspettavo fosse la mia vita, a questo punto, sul quadrante dell’orologio biologico. C’è tanto altro da fare.

Bello il bianco del Pollino, il grande crinale da cui si dipartono la catena costiera e i monti della Sila. Ho impiegato poco, per fare più di cento chilometri. La mente è sgombra, l’autostrada deserta.

“Quello che non ho detto è uno spazio senza fine è l’alibi perfetto di un momento sublime… è riconciliazione, tranquillità assoluta tra quello che sarei stato e ciò che non mi è riuscito… quello che non ho detto non piace mai a nessuno è un gioco irriverente una sfida contro il destino… è libertà totale di essere come voglio sfuggendo ai pregiudizi, alla legge dell’orgoglio. Schiavi, dei nostri stessi pensieri fieri, di questa imbecillità bravi, a farsi male e a nascondersi, siamo quello che siamo e già indecisi fra dubbio e sincerità. Quello che non ho detto, sono amori rubati condannati già prima di essere frantumati… dalla furia e dall’arroganza dei padroni del cuore. Sono sguardi che uccidono, senza silenziatore.

Eppure il tempo avanza sfidando le incertezze, non siano quei silenzi a combattere per noi, poca vita consumata, troppa buttata via. Quello che non ho detto, odora di fantasia, devo dirti ancora tanto, se me lo permetterai. Un pretesto, uno soltanto, così tu deciderai. Vivi, se tu sai raccontarti. Vivi, non fermarti a metà. Fuori, passioni e voglie impossibili. Quello che non ho detto, chissà domani forse dal buio… mi salverà.

Quello che non ho detto, regola il flusso di ogni emozione; si coniuga facilmente con le strofe di una canzone. È trepidazione, attesa, qualcosa si muoverà, fra le pagine bianche che la vita non scriverà. Dirsi tutto fino in fondo, se non soffri non cresci più, nella forza di un incontro, la ragione ritrovi tu. Se la verità fa male, più di tanta ipocrisia che sia meglio perdonarsi, che voltarsi e andare… via”.

Una lacrima solca il viso e si ferma sul mento, una perla di dolore che ha la pretesa di ricordarmi le occasioni perdute. Quando volevo trascrivere i versi di questa canzone di Renato Zero per analizzarli con Giovanni Russo, maestro dei tempi bui, quando nel mio cervello i pipistrelli suonavano il sax e le mie spalle poggiavano sulle corde di quel ring chiamato vita. E al tappeto è andato lui, invece.

 Peccato.

Quando avrei voluto spiegare a chi mi camminava accanto, che le ho reso la vita difficile, credendo di far bene, spingendola oltre ogni limite, più su… troppo, per non sentirsi cadere e non aggredirmi affinché la smettessi, avvelenando un legame profondo, fatto di sguardi, animi intrecciati e desideri puliti, come fiocchi di neve.

Quando ho colpito mia figlia Mariarita, la prima e unica volta, perché pretendeva di entrare in macchina con le scarpe sporche di sabbia. 

Pensa tu. 

L’unica attenuante consiste nel fatto che ero già aggredito da quella disconnessione endocrino immunitaria che mi ha condotto, poi, a sei lunghissimi mesi di percorsi ospedalieri, inframmezzati da penose giornate al lavoro, col termostato diencefalico starato (e la temperatura corporea stabilmente prossima ai 40 gradi centigradi), in piedi con la sola forza della dignità di chi vuole opporsi agli eventi, sotto gli occhi delle persone a me care, angosciate per il fatto che mi rifiutassi di sottopormi ai protocolli terapeutici convenzionali. Solo il cervello, mi ha consentito di sopravvivere. Ci ho ripensato solo quando, un bel giorno, in realtà uno dei più tristi, non sono più riuscito a trasformare le mie idee in parole. Anche i circuiti neurali hanno un limite di sopportazione, in fondo.

La strada ora è un rettifilo senza curve, ho superato da poco Caserta, rifugio dei momenti difficili, come allora che, sfinito per la febbre e la tosse, ho cercato di porre fine ad un declino annunciato, guidando fin lì con gli occhi “fuori fuoco” e la tiroide “in stallo”, con la scusa di potenziare il turbocompressore. Ma come Nuvolari che è sempre rinato, alla stregua di un ramarro, sono ancora qui, determinato a spingere la corda del destino finché il mio cuore reggerà gli urti di uno stress programmato, come il motore della mia Alfa. Forte, instancabile.

Chi può dire di non aver rimpianto mai qualcosa?

Opportunità mancate, errori di giudizio, inibizioni inspiegabili. Ho letto da poco che, uno studio sull’espressione quotidiana delle emozioni, ha mostrato che le espressioni di rimpianto (“Se lo avessi saputo…”) vengono al secondo posto nelle conversazioni, subito dopo l’amore e gli affetti.

Il rimpianto, quindi, ci accompagna passo passo? Ma che cosa dobbiamo rimpiangere e fino a che punto? E in che modo possiamo sottrarci a queste forche caudine? Meno male che porto con me, nel cofano, fra le altre cose, anche un dizionario della lingua italiana. Vediamo un po’: “ricordo nostalgico o doloroso di cose o persone scomparse o di occasioni mancate. Ad esempio, si rimpiangono l’infanzia, le vacanze, un amore della giovinezza”.

Ora che mi ricordo, Cartesio diceva che dal bene passato viene il rimpianto, che è una specie di tristezza. Questo tipo di rimpianto è parente della nostalgia. A volte, paradossalmente, può procurare un certo piacere, visto che è associato al ricordo di momenti piacevoli. Infatti, Victor Hugo, per esempio, definiva nostalgia e malinconia come “la felicità di essere tristi”. 

Addirittura. 

Forse è per questo che, alla sera ci assale, a volte, uno stato d’animo che ci avvolge come un plaid, legato ad un misto ondivago fra lo scontento e il dispiacere, di avere fatto (o non avere fatto) qualcosa. Il rimpianto è associato a numerose emozioni conflittuali: risentimento, sensi di colpa, sentimenti inerenti i percorsi della disistima. Infatti, nel tempo, non ci si accontenta più di ricordare il proprio passato, ma si valuta la propria responsabilità su un comportamento passato (verso il quale ci sente responsabilmente colpevoli) e sulle sue conseguenze attuali. A quel punto, il rimpianto smette di essere un dolore circoscritto semplicemente al passato e diventa, anche e soprattutto, una sofferenza del presente.

Sembra incredibile, ma sono già a Roma Sud. Poco più di tre ore. La sede della scuola di specializzazione, ironia della sorte, è stata trasferita a Monteverde, vicino al complesso ospedaliero che mi ha visto rinascere, dopo aver rischiato di vedermi morire: 48 ore di prognosi riservata. 

Molto riservata. 

Sonno, tanto sonno. Incubi, dapprima, poi, come le ore mi allontanano dalla Morgue (elegante modo di definire la camera dell’ultimo viaggio terreno), arrivano loro, i sogni dei giorni belli. Io da bambino che gioco sul terrazzo di casa, le escursioni in montagna con mio fratello Mariano. Fuori dalla mia stanza, in isolamento respiratorio, mia moglie, mio fratello e mio padre credono che, ormai ci sia ben poco da fare perché, i litri di antibiotici che mi scorrono nelle vene, “appesantiscono” un equilibrio quasi inesistente. Invece io ho ripreso a cercare l’uscita. Molta tosse, febbre ancora alta, ma nuovi sogni che mi scortano dall’al di là. Ho incontrato Rosa Maria. Siamo molto giovani. Il primo bacio. La mia piccola Valentina che mi mostra i nuovi disegni che arricchiscono il corridoio di casa. Murales che abbiamo iniziato insieme, vietati a chi non crede più che una matita esprima vita, speranze e progetti.

Poi Mariarita, occhi negli occhi: “Pà… papà!”. Mi scuoto dal torpore. Sollevo le palpebre. Il sorriso di chi mi sta vicino. Ce l’ho fatta.

Quattro ore di lezione, due tranche di neuroscienze da due ore ciascuna, metterebbero a dura prova la resistenza di chiunque. Ma gli allievi che mi ascoltano sono molto interessati. Psicologi che si preparano ad aiutare anche gli ultimi in fondo alla lista, quelli che sono lì e non li vede nessuno, che chiudono il cerchio di un destino scontato. 

Bravi. Osano e credono, rispettando la propria coscienza.

Neanche il tempo di un giro turistico, fra un consiglio di facoltà e una colazione di lavoro. Sono già sulla via del ritorno, è tardi, il buio della notte inghiotte la sagoma del bolide che sto pilotando. Abbasso la leva dell’overboost elettrico, la lancetta del turbo “dice” 1.2 Bar. I cavalli passano istantaneamente da 175 a oltre 200, col contagiri in zona rossa e il tachimetro “lanciato”. Io mi diverto così. Anche.

E i rimorsi? Qual è il rapporto col rimpianto? 

Stamattina non mi sono risposto. Non ne ho avuto il tempo. In psicologia il rimpianto è definito come un sentimento che associa aspetti di emozioni in conflitto (tristezza, collera, vergogna, agitazione, etc.) a riflessioni cognitivo – neutrergiche (valutazioni che mostrano i limiti delle strategie adottate). È legato all’azione quanto alla sua assenza: si è fatto qualcosa che non si sarebbe dovuto fare o, al contrario, non si è fatto qualcosa che si sarebbe dovuto(o potuto) fare. Ma questo può anche esulare dal rimorso, che è un dispiacere per le azioni che hanno danneggiato altri.

Cos’è più doloroso?

In genere, i nostri insuccessi sono più dolorosi se derivano da azioni che non hanno dato i frutti sperati anziché da omissioni. Però, i rimpianti più profondi sono legati alle occasioni perdute. Il fatto è che il passare del tempo causa un’evoluzione dei nostri rimpianti: quel che tendiamo a rimpiangere nell’immediato, spesso sono soprattutto le azioni sbagliate. Più passa il tempo, invece, e più rimpiangiamo quello che non abbiamo fatto. Come si passa dal rammarico per quello che si è fatto, al rimpianto per ciò che, invece, non si è portato a termine? Mediante un lavoro di compensazione psicologica, che smorza spesso le frustrazioni conseguenti agli episodi negativi spingendo a concentrarsi sugli aspetti positivi della situazione, nel suo complesso. La Natura è complessa ma fa bene il suo lavoro.

E se avere dei rimpianti fosse necessario?

Ogni scelta è compiuta, infatti, a danno di un’altra. Non potendo diventare perfetti nella gestione delle emozioni, credo che si possa imparare a vivere i propri rimpianti con maturità e saggezza: a ben guardare, una lezione per imparare dagli insuccessi, un’opportunità per passare dal rimorso o dalla nostalgia per qualcosa che non è stato, alla consapevolezza che si può fare un uso migliore del tempo che ci resta da vivere.

Sibari, poco meno di mezzora all’alba, il mio viaggio volge al termine. Quasi a salutare quella che, in fondo, non è stata una giornata qualunque, una canzone dal mio stereo, un vecchio brano di Luigi Tenco, triste ma inconfondibilmente autentico, reinterpretata da un fantastico Renato Zero. In fondo, io e la mia Alfa, siamo duri a morire.

“Vedrai, vedrai, vedrai che cambierà, forse non sarà domani ma un bel giorno cambierà. Vedrai, vedrai, non son finito sai, non so dirti come e quando, ma vedrai che cambierà. Quando la sera tu ritorni a casa non ho neanche voglia di parlare. Tu non guardarmi con quella tenerezza come fossi un bambino, che ritorna deluso. Si lo so che questa, non è certo la vita che ho sognato un giorno per noi ma vedrai che cambierà. E lontano, lontano nel tempo, qualche cosa negli occhi di un altro ti farà ripensare ai miei occhi, i miei occhi che t’amavano tanto. E lontano, lontano nel mondo, in un sorriso sulle labbra di un altro troverai quella mia timidezza per cui tu, mi prendevi un po’ in giro. E lontano, lontano nel tempo, una sera sarai con un altro e ad un tratto, chissà come e perché, ti troverai a parlargli di me, di un amore ormai troppo lontano”.

Cosenza 27.12.2005 – Ore 01:21:28 

G. M.

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