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Ci sono stagioni che arrivano senza chiedere il permesso. E ci sono primavere che cominciano quando tutto sembra ormai perduto.

Cari Lettori, per spiegare la gravità di una catastrofe, qualche volta basta una sola immagine. Non servono statistiche, relazioni scientifiche o lunghe descrizioni. Basta fermarsi davanti a una creatura che cerca disperatamente di salvarsi mentre, intorno a lei, il mondo che conosceva scompare.

In una fotografia che circola in rete, una femmina di orangutan si aggrappa alla cima di un albero, mentre sotto di lei la foresta brucia. Non possiamo sapere che cosa attraversi la sua mente, ma possiamo immaginare la paura di un animale circondato dalle fiamme, privato del proprio ambiente e di una via di fuga.

Sopra e sotto. Sopra, un rifugio precario; sotto, una foresta devastata. Dentro e fuori. Dentro, la paura di una creatura vivente; fuori, la furia di un incendio che si propaga in un ambiente fragile. Noi e voi. Noi che osserviamo la fotografia sullo schermo di un telefono; voi che, come quella creatura, abitate un mondo nel quale la sopravvivenza può dipendere anche da decisioni prese da altri.

E infine, tu e io: due esseri viventi che, pur separati da una distanza apparentemente incolmabile, appartengono alla stessa trama della vita.

“L’ultimo rifugio – L’autunno della foresta”.

Fonte dell’immagine e del racconto: Biologicamente

Possiamo guardare quella fotografia, provare commozione, lasciare un commento, cliccare un cuore e poi tornare alle nostre occupazioni. Ma possiamo anche fermarci a domandarci che cosa significhi essere umani, se assistiamo alla distruzione delle condizioni che rendono possibile la vita senza sentirci, almeno in parte, responsabili.

La crisi ecologica non riguarda soltanto gli alberi, gli animali o luoghi lontani che forse non visiteremo mai. Riguarda il nostro modo di abitare la Terra e la qualità del mondo che consegneremo a chi verrà dopo di noi. Forse uno dei primi segni dell’autunno dell’umanità è proprio questo: quando smettiamo di riconoscere come nostra la sofferenza di ciò che ci circonda.

Eppure, mentre osserviamo quella creatura aggrappata all’albero, qualcosa dentro di noi resiste all’indifferenza. È una forma elementare di compassione, un richiamo che ci ricorda che la vita non è soltanto ciò che possediamo o controlliamo, ma anche ciò di cui siamo chiamati a prenderci cura. È da questa immagine che vorremmo cominciare il nostro viaggio: perché, prima di domandarci se esista ancora una speranza per l’umanità, dobbiamo avere il coraggio di guardare in faccia ciò che rischiamo di perdere.

L’autunno arriva quando non siamo pronti

Dove comincia il cielo

Noi siamo radici, abbiamo sete anche quando piove, cerchiamo nel grembo della terra qualcosa che somigli a un abbraccio. La vita ci sposta, ci lascia lontano dalle cose amate, ma basta una carezza e torniamo pian piano a germogliare. Dove una pietra ci ferma, ci pieghiamo senza spezzare il sogno: c’è sempre una zolla più tenera dove ricominciare a sentirci vivi. E un giorno, dopo tanto buio, ci sorprende una foglia. La guardiamo tremare nel vento: così poco di noi è già così vicino al cielo. (Geo)

Ci sono parole che sembrano arrivare al momento giusto, quando abbiamo bisogno di ricordare che la vita, anche dopo una frattura, può ancora sorprenderci. Siamo radici: cerchiamo qualcosa che ci tenga legati alla terra, ma anche uno spazio nel quale crescere. Immaginiamo il futuro come una strada che si allunga davanti a noi, finché un giorno qualcosa ci costringe a fermarci. Può essere una diagnosi, la perdita di una persona amata, un cambiamento che non abbiamo scelto. Oppure la scoperta che il mondo nel quale avevamo imparato a orientarci non è più quello di prima.

La vita può non avvertirci quando sta per cambiare stagione.

Lo abbiamo pensato tornando a parlare di Steve McQueen, morto il 7 novembre 1980, a cinquant’anni. Sono trascorsi quarantasei anni da quella morte, ma non si è cancellata la forza delle immagini nelle quali lo ricordiamo: la motocicletta, le automobili lanciate sulle strade, le fughe impossibili, il corpo allenato di un uomo che sembrava fatto per affrontare il pericolo senza esitazioni.

Dietro quella figura cinematografica c’era, però, una storia meno lineare. Nato nel 1930, McQueen conobbe un’infanzia instabile, segnata dall’assenza del padre e da difficoltà familiari. Durante l’adolescenza attraversò momenti complicati, fino all’esperienza presso la Boys Republic in California, un istituto che in seguito avrebbe ricordato come importante per cambiare direzione alla propria vita. Anche dopo aver raggiunto la fama, continuò a sostenere quella struttura e i giovani che vi si trovavano. Forse perché sapeva che non tutti ricevono, all’inizio del cammino, gli strumenti necessari per affrontarlo.

La sua strada passò attraverso lavori diversi, l’esperienza nei Marines, lo studio della recitazione e infine il successo. Film come La grande fuga e Bullitt lo trasformarono in una delle figure più riconoscibili del cinema americano. La velocità, il movimento e il rischio sembravano confermare la sua capacità di dominare la vita. Ma la vita non è un film, e non sempre concede al protagonista la possibilità di scegliere il finale.

Alla fine del 1979, dopo una tosse persistente e un peggioramento della respirazione, a McQueen fu diagnosticato un mesotelioma, un tumore maligno associato soprattutto all’esposizione all’amianto. La fonte precisa della sua esposizione non è stata stabilita in modo conclusivo. Quando la malattia venne riconosciuta, era già in fase avanzata.

Possiamo immaginare, senza pretendere di conoscere ciò che provò davvero, lo smarrimento di un uomo abituato a misurarsi con i limiti del corpo quando si accorse che non sarebbe bastato allenarsi, stringere i denti o trovare una strada alternativa.

Ci sono momenti in cui l’autunno arriva prima che abbiamo imparato a riconoscerlo.

Chi ha ricevuto una diagnosi “importante” conosce, almeno in parte, quella frattura. Il futuro, fino a un attimo prima, sembrava sconfinato; improvvisamente assume una misura diversa. Le cose che apparivano indispensabili possono diventare secondarie, mentre una voce familiare, un gesto ordinario o la luce che entra dalla finestra acquistano un valore nuovo.

Anche chi scrive queste righe ha conosciuto, nel momento di massimo splendore, il dramma che può cambiare il modo di guardare alla propria esistenza. Non sarebbe giusto sovrapporre questa esperienza a quella di McQueen, né immaginare che ogni “malattia” segua lo stesso destino.

Ma è possibile riconoscere una domanda comune:

Che cosa accade dentro di noi quando scopriamo che il tempo non è una promessa illimitata?

McQueen cercò un’altra possibilità. Si recò in Messico per sottoporsi a trattamenti controversi, non sostenuti da prove mediche consolidate, nella speranza di contrastare la malattia. Nell’autunno del 1980 affrontò un intervento chirurgico a Ciudad Juárez. Morì poche ore dopo, il 7 novembre.

Non ci fu un ultimo inseguimento verso l’orizzonte. Nessuna automobile lanciata oltre il confine. Nessuna fuga capace di cambiare il finale. Rimase un uomo che, fino all’ultimo, aveva cercato una via d’uscita.

La sua storia appartiene anche alle tante persone che affrontano una malattia lontano dalle telecamere, senza applausi e senza che il mondo si fermi ad ascoltarle. L’autunno, però, non è soltanto una metafora della fine: è anche una stagione nella quale le cose si mostrano per quello che sono. Le foglie cadono, il superfluo si allontana, e diventa più facile riconoscere ciò che ha davvero messo radici. Forse non scegliamo sempre la stagione nella quale ci troviamo, ma possiamo ancora domandarci che cosa fare del tempo che ci resta.

Papillon: la libertà che non si lascia imprigionare

C’è un film di Steve McQueen che accompagna questa riflessione: Papillon. La storia di Henri Charrière racconta un uomo condannato alla prigionia, sottoposto alla violenza e alla privazione, ma incapace di rinunciare all’idea di essere libero. La fuga non è soltanto uno spostamento nello spazio: è una lotta contro il tentativo di ridurre un essere umano alla propria condizione di prigioniero.

Il mare diventa un confine e insieme una possibilità. La libertà sembra lontana, quasi irraggiungibile, eppure continua a esistere come immagine interiore. Naturalmente, una malattia non è una prigione dalla quale basti trovare il coraggio di fuggire. Sarebbe ingiusto suggerire che la determinazione possa vincere sempre il dolore o che chi non guarisce abbia lottato meno degli altri. La speranza non può diventare una colpa per chi soffre.

Ma Papillon ci consegna un’altra lezione:

La libertà non coincide soltanto con il potere di controllare ciò che ci accade. Può consistere anche nel non lasciare che ciò che ci accade esaurisca il significato della nostra esistenza.

Possiamo perdere la salute, il lavoro, una persona amata o una certezza nella quale avevamo creduto. Non sempre possiamo impedire che il mondo ci ferisca. Possiamo, però, continuare a cercare una relazione, un pensiero, un gesto o una ragione che ci permettano di non coincidere interamente con la ferita. Forse la nuova aurora comincia proprio qui: non quando il dolore scompare per magia, ma quando torna a essere possibile immaginare qualcosa oltre il dolore.

L’autunno dell’umanità

Mentre riflettiamo sulla libertà individuale, non possiamo ignorare ciò che accade fuori di noi. Le notizie di guerre, bombardamenti, violenze, discriminazioni e sopraffazioni entrano quotidianamente nelle nostre case. La comunicazione globale ci permette di conoscere tragedie che un tempo sarebbero rimaste lontane dai nostri occhi, ma comporta anche il rischio di trasformare il dolore in una successione di immagini che scorrono sullo schermo e scompaiono prima che riusciamo a comprenderle.

Assistiamo alla sofferenza, ci indigniamo, discutiamo, talvolta ci sentiamo impotenti. Poi arriva una nuova notizia e la precedente viene sostituita.

Il pericolo non è soltanto che il mondo diventi più violento. È che noi ci abituiamo alla violenza.

I progressi della scienza e della tecnica ci avevano fatto immaginare un futuro nel quale la conoscenza avrebbe potuto rendere l’umanità più libera, più giusta e più capace di risolvere i propri conflitti. Eppure, il possesso di strumenti sempre più potenti non ha prodotto automaticamente una maggiore saggezza. Possiamo comunicare con milioni di persone e restare prigionieri delle nostre convinzioni; possiamo elaborare quantità immense di informazioni e rinunciare alla fatica di distinguere la verità dalla propaganda. La tecnica amplia le nostre possibilità, ma non decide quale uso faremo di esse.

È qui che si colloca la nostra preoccupazione: quando il potere si sottrae al controllo, rischia di confondere la propria forza con il diritto di imporre la propria volontà.

La prepotenza diventa un linguaggio politico, il dialogo viene considerato una debolezza e il rispetto delle regole un ostacolo da aggirare.

Le democrazie non sono immuni da questi rischi. Il fatto che un potere sia stato ottenuto attraverso un voto non lo esonera dal rispetto delle istituzioni, dei diritti e della dignità delle persone. La legittimazione elettorale non è una licenza per disprezzare gli avversari, intimidire chi dissente o trattare gli altri Stati come strumenti da piegare ai propri interessi.

Dobbiamo interrogare anche il ruolo dell’informazione. Quando la verifica cede il passo al consenso e le notizie diventano strumenti per rafforzare il potere, la democrazia perde una parte essenziale della propria capacità di correggersi. Ma sarebbe troppo facile attribuire ogni responsabilità a chi governa o a chi comunica: la qualità della vita democratica dipende anche dalla nostra disponibilità ad ascoltare, verificare, discutere e riconoscere i limiti delle nostre convinzioni.

La speranza politica non consiste nell’attendere che arrivi qualcuno a salvarci. Consiste nel costruire insieme un argine contro la prepotenza.

Un argine fatto di partecipazione, istituzioni rispettate, informazione libera, solidarietà e cittadini capaci di non scambiare la forza per la ragione.

Il futuro non è necessariamente luminoso. Potremmo definirlo grigio scuro. Ma un cielo coperto non è ancora una notte senza stelle. La domanda, a questo punto, diventa:

Sapremo riconoscere ciò che possiamo fare, individualmente e collettivamente, per non lasciare che l’autunno diventi un inverno senza fine?

Il coraggio di fermarsi

A volte, per ritrovare la strada, non è necessario correre più velocemente. È necessario fermarsi.

Circola in rete una storia ambientata in un’arena, nella quale un torero avrebbe deciso di non uccidere il toro che aveva di fronte. Secondo il racconto, l’uomo avrebbe abbassato le armi e si sarebbe inginocchiato davanti all’animale; il toro si sarebbe avvicinato senza caricarlo, fino a inginocchiarsi accanto a lui. Non disponiamo di elementi sufficienti per considerare accertati tutti i particolari della scena. Possiamo però interrogarci sul significato che questa immagine porta con sé.

Il coraggio di fermarsi

Fonte del racconto: “Animali che passione”

Che cosa accade quando qualcuno interrompe un gesto che tutti si aspettano da lui?

Nella storia, il torero rinuncia a portare a termine il compito assegnato. Non dimostra il proprio coraggio attraverso la vittoria sull’animale, ma attraverso il rifiuto di proseguire una sequenza di violenza. La compassione non è debolezza: è la capacità di riconoscere nell’altro un essere vivente che non può essere ridotto a un oggetto o a uno strumento di intrattenimento.

Le tradizioni possono custodire memorie e identità, ma nessuna tradizione dovrebbe essere sottratta alla domanda morale. Il fatto che una pratica sia antica non basta a renderla giusta. Forse il gesto più coraggioso non è sempre affrontare un nemico; qualche volta è rifiutare la parte che ci è stata assegnata.

La storia del torero incontra così quella dell’orango del Borneo. Da una parte, una creatura minacciata dalla distruzione del proprio ambiente; dall’altra, un animale posto al centro di uno spettacolo nel quale la sua sofferenza rischia di diventare parte del divertimento. In entrambi i casi, la domanda riguarda il nostro sguardo: vediamo soltanto ciò che serve ai nostri interessi e alle nostre abitudini, oppure riconosciamo che la vita dell’altro possiede un valore che non dipende dalla sua utilità per noi?

La compassione non risolve da sola le crisi ambientali, non ferma automaticamente le guerre e non sostituisce la giustizia. Ma senza la capacità di riconoscere la vulnerabilità altrui, anche le nostre conoscenze e le nostre istituzioni rischiano di diventare strumenti privi di direzione morale.

Una nuova aurora non nascerà soltanto da ciò che sapremo costruire. Nascerà anche da ciò che avremo il coraggio di non distruggere.

I colori che rimangono

Come un pastello dai 1000 colori, ho cercato di dipingere la mia vita. Oggi, con lo sguardo di un critico, mi fermo davanti a quei colori che hanno dato forma alle mie emozioni. Sono loro ad aver forgiato le mie lacrime: di gioia o di dolore non ha importanza. Perché ogni lacrima ha portato con sé la stessa impronta: quella del mio carattere libero, capace di cadere ma mai di smettere di colorare la vita. (Geo)

Dopo aver guardato la devastazione, la malattia, la prigionia e la violenza, queste parole ci invitano a cambiare prospettiva. Non ci chiedono di dimenticare ciò che è accaduto, né di fingere che ogni ferita debba necessariamente trasformarsi in una lezione.

Ci ricordano, piuttosto, che la nostra vita non è composta da un solo colore.

Ci sono stagioni nelle quali prevalgono le tonalità scure e altre nelle quali la luce sembra tornare senza che sappiamo spiegarne il motivo. La trasformazione non significa tornare identici a come eravamo prima: dopo un’esperienza difficile, qualcosa può cambiare per sempre. Possiamo dover abbandonare progetti, modificare aspettative e imparare a convivere con limiti imprevisti. Ma cambiare non significa necessariamente perdere tutto.

Come radici che continuano a cercare acqua sotto una terra apparentemente arida, possiamo scoprire risorse che non sapevamo di possedere. Possiamo chiedere aiuto, accettare la vicinanza degli altri, ritrovare un interesse o una ragione per alzarci al mattino. La libertà è anche la possibilità di non lasciare che una sola esperienza definisca per sempre tutto ciò che siamo.

Pensiamo ancora a McQueen. Non possiamo sapere quale significato abbia attribuito personalmente agli ultimi mesi della propria vita. Ma la sua storia ci ricorda che anche un uomo abituato a interpretare personaggi capaci di superare ostacoli apparentemente insormontabili era esposto alla fragilità comune a tutti noi. Non la leggenda dell’uomo invincibile, dunque, ma la consapevolezza che nessuno lo è davvero.

La speranza non è la certezza che tutto andrà bene. È la possibilità di continuare a vivere senza conoscere in anticipo il finale.

Kaori e Purin: una casa per il futuro

Dopo tanta oscurità, arriva dal Giappone una storia piccola e luminosa.

Kaori ha novantadue anni. Il suo gatto, Purin, ne ha dodici. Quando, cinque anni fa, la donna ha avuto bisogno di trasferirsi in una struttura per anziani, i familiari hanno cercato un luogo nel quale i due potessero continuare a vivere insieme. Lo hanno trovato a Yokosuka, presso la casa di riposo Sakura no Sato Yamashina, secondo il racconto ripreso online. La struttura accoglie anziani insieme ai loro animali e, stando alla notizia riportata, prevede anche la possibilità che questi ricevano assistenza dopo la morte dei proprietari.

Kaori racconta che Purin rimane accanto al suo letto e che la sua presenza la rassicura. Hanno trascorso molti anni insieme, condividendo la quotidianità e quella vicinanza che non ha bisogno di essere continuamente spiegata.

Un gatto accanto a un’anziana donna a letto, simbolo di affetto, vicinanza e cura

Fonte indicata nel racconto: The Japan Times, 6 ottobre 2026

In giapponese, kizuna significa “legame”. È una parola che sembra appartenere a questa storia: non un legame fatto di grandi dichiarazioni, ma una presenza che continua a dare significato alle giornate.

Quando parliamo di assistenza agli anziani, pensiamo giustamente alle cure mediche e alla sicurezza. Ma la vita di una persona non si esaurisce nei suoi bisogni assistenziali: continua a essere fatta di affetti, ricordi, abitudini e piccoli gesti che la fanno sentire a casa. Per qualcuno, uno di questi gesti consiste nell’allungare una mano e accarezzare il proprio gatto.

La domanda che attraversa questa storia è semplice e dolorosa:

Chi si prenderà cura di lui quando io non ci sarò più?

Alcune persone anziane temono tanto la separazione dai propri animali da esitare a trasferirsi in una struttura. Il caso di Kaori e Purin suggerisce che l’assistenza può essere organizzata, almeno in alcuni contesti, rispettando anche i legami che danno significato alla vita.

Avere bisogno di cure non dovrebbe significare dover rinunciare anche a chi ci fa sentire a casa. E la cura, in questa storia, guarda oltre il presente: significa poter sperare che qualcuno continui a prendersi cura di ciò che amiamo.

L’orango rischia di perdere il proprio mondo; McQueen ci ricorda che la vita può cambiare stagione senza preavviso; Papillon parla del desiderio di libertà; il torero rappresenta, nel racconto, la possibilità di interrompere la violenza. Kaori e Purin ci mostrano che la speranza può assumere la forma concreta di una mano che accarezza e di una casa che non separa. Storie diverse, che ci chiedono tutte quale posto vogliamo riservare alla fragilità, alla dignità e alla cura.

Dopo l’autunno

Cari Lettori, forse è vero che stiamo attraversando un autunno difficile. Lo è per chi combatte contro una malattia, per chi vive in un territorio devastato dalla guerra, per chi assiste alla distruzione del proprio ambiente e per chi teme di perdere il futuro. Lo è anche per una democrazia quando la prepotenza cerca di sostituirsi al confronto e per una società quando la sofferenza diventa un’immagine alla quale ci abituiamo.

Non sarebbe onesto promettere che tutto andrà bene. La Storia non procede in linea retta verso un progresso garantito. Le conquiste possono essere perdute, le libertà indebolite, le relazioni spezzate. Ma sarebbe altrettanto sbagliato considerare inevitabile l’inverno.

Possiamo scegliere di non abituarci alla violenza, sostenere chi difende i diritti e la dignità delle persone, chiedere alla politica di rispondere delle proprie decisioni e all’informazione di rispettare la verità. Possiamo prenderci cura delle relazioni più vicine, perché la qualità dell’umanità si misura anche nel modo in cui trattiamo un anziano, un animale, un bambino o uno sconosciuto che ha bisogno di aiuto.

Forse non riusciremo a cambiare tutto. Ma non per questo ogni gesto è inutile: un argine è fatto di molti elementi, e nessuno, preso da solo, può impedire al fiume di straripare. Anche la democrazia, la solidarietà e la speranza hanno bisogno di essere costruite, difese e rinnovate ogni giorno.

Ritorniamo allora all’orango che cerca riparo sulla cima di un albero, a McQueen che continuò a cercare una via d’uscita, al toro e al torero, a Kaori che può ancora allungare una mano verso Purin.

Sono immagini diverse, ma forse ci chiedono la stessa cosa:

Non confondere la fine di una stagione con la fine di ogni possibilità.

Non sappiamo quando arriverà la prossima aurora, né quali difficoltà ci attendano. Possiamo però scegliere di non consegnare al futuro soltanto le nostre paure. Possiamo lasciargli il coraggio, la compassione, la libertà di pensare diversamente e la volontà di non considerare inevitabile il dolore.

Forse il nostro compito non è promettere ai figli un mondo senza ferite, ma provare a consegnare loro un mondo nel quale le ferite non vengano ignorate, giustificate o trasformate in strumenti di potere. Un mondo nel quale la cura non sia considerata una debolezza, la pace non sia soltanto una parola pronunciata nelle cerimonie e la dignità di una vita non dipenda dalla sua utilità.

Quando ci fermeremo a guardare i colori della nostra esistenza, forse non troveremo una tela perfetta. Vedremo errori, occasioni perdute e stagioni che avremmo voluto attraversare diversamente. Ma potremo riconoscere anche le volte in cui abbiamo scelto di non voltare lo sguardo, di tendere una mano, di difendere qualcuno, di continuare a sperare quando sarebbe stato più facile arrendersi.

Forse non è necessario aver dipinto un capolavoro. Forse basta aver lasciato, da qualche parte, un colore che qualcun altro potrà raccogliere.

Perché l’aurora non è soltanto ciò che aspettiamo. È anche ciò che, con le nostre scelte, possiamo contribuire a far nascere.

E allora, mentre l’autunno sembra avanzare e il mondo si prepara ad affrontare un inverno di cui non conosciamo la durata, proviamo a non dimenticare che esiste sempre una possibilità che non avevamo previsto: quella di liberarci dalla paura, di disobbedire alla rassegnazione, di ritrovare il coraggio di immaginare un futuro diverso.

Forse è questo che ci insegnano, ciascuno a suo modo, Steve McQueen e il suo Papillon, l’orango che cerca scampo tra le fiamme, il torero che sceglie di fermarsi, Kaori che accarezza il suo gatto. La libertà non è sempre una fuga. A volte è un gesto di compassione; altre volte, la decisione di non lasciare che il dolore abbia l’ultima parola.

E forse, quando tutto sembra perduto, la speranza comincia proprio così: trovando il coraggio di spiccare il volo, anche se nessuno può garantirci dove ci porterà il vento.

Perché non siamo nati soltanto per assistere al tramonto del mondo. Siamo ancora qui per provare a immaginarne l’alba.

Trovare il coraggio di spiccare il volo, anche se nessuno può garantirci dove ci porterà il vento.

È il punto in cui Papillon, la farfalla e il desiderio di una nuova aurora si incontrano. E la musica può cominciare proprio lì, quando le parole non bastano più.

La Donna Cannone

Butterò questo mio enorme cuore tra le stelle un giorno
Giuro che lo farò
E oltre l’azzurro della tenda, nell’azzurro io volerò
Quando la donna cannone d’oro e d’argento diventerà
Senza passare per la stazione l’ultimo treno prenderà

E in faccia ai maligni e ai superbi il mio nome scintillerà
E dalle porte della notte il giorno si bloccherà
Un applauso del pubblico pagante lo sottolineerà
E dalla bocca del cannone una canzone suonerà

E con le mani amore, per le mani ti prenderò
E senza dire parole nel mio cuore ti porterò
E non avrò paura se non sarò come bella come vuoi tu
Ma voleremo in cielo in carne e ossa, non torneremo più

E senza fame e senza sete
E senza ali e senza rete voleremo via

Così la donna cannone, quell’enorme mistero, volò
E tutta sola verso un cielo nero nero s’incamminò
Tutti chiusero gli occhi nell’attimo esatto in cui sparì
Altri giurarono e spergiurarono che non erano mai stati lì

E con le mani amore, per le mani ti prenderò
E senza dire parole nel mio cuore ti porterò
E non avrò paura se non sarò come bella come vuoi tu
Ma voleremo in cielo in carne e ossa, non torneremo più

E senza fame e senza sete
E senza ali e senza rete voleremo via

Perché l’aurora non è soltanto ciò che aspettiamo. È anche ciò che, con le nostre scelte, possiamo contribuire a far nascere.

La speranza non è credere che l’inverno non arriverà. È continuare a custodire i semi della primavera, anche quando non sappiamo se saremo noi a vederli fiorire.

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

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