Ci sono anime che hanno stelle azzurre, mattini sfioriti fra foglie del tempo, casti cantucci che conservano un antico sussurro di nostalgia e di sogni. (Federico García Lorca)
Cari Lettori, all’inizio di questo viaggio sulle ferite immedicabili del tempo interiore, le finestre emotive e il coraggio di ricominciare da zero, incontriamo Loreto, di circa 70 anni. Per tutta la vita è stato il compagno, il bambino, il membro amato di una famiglia. Poi, il vuoto: la perdita del suo punto di riferimento, l’abbandono in un sottoscala, il buio della cecità e una gabbia a stringergli il corpo e il collo.
Sembrava una fine, il crollo di ogni coordinata. Eppure, l’intervento dell’ENPA e le mani tese di una ragazza hanno rinsaldato il tempo. Con pazienza infinita, imbeccato per mesi, Loreto ha imparato di nuovo a mangiare, a comunicare, fino a pronunciare la parola più sacra: “mamma”.
Da otto anni vive una seconda possibilità, una rinascita tardiva dove il tempo rimasto si è colorato d’amore.

Fonte “Un cuore di piume”
La sua storia ci introduce a un mistero più grande: c’è un’età della vita in cui si può trovare una voce pura, dove guardarsi indietro e guardarsi dentro diventano lo stesso identico movimento.
L’intervallo sospeso: tra il silenzio e il tuono
Nel panorama della canzone d’autore e della letteratura italiana, Roberto Vecchioni ci regala una formula di rara potenza evocativa quando parla di ciò che risiede “fra il silenzio e il tuono”.
Nel suo ultimo romanzo epistolare, attraverso le lettere di un ragazzo che cresce (la corporeità) e di un misterioso nonno (il pensiero), Vecchioni ci dona un’opera di struggente bellezza.
Da un punto di vista della Fisica, questo intervallo è lo scarto temporale tra la percezione della luce e quella del suono, determinato dalla diversa velocità con cui viaggiano nel mondo. Da un punto di vista umano, psicoterapeutico e clinico, tuttavia, questo spazio vuoto non è un’assenza, bensì il luogo in cui si consuma l’intera esistenza umana. È il segmento chiamato vita, che va vissuto con passione ed in relazione con i propri simili.
Il “lampo” rappresenta l’evento primario: la nascita, un trauma, una diagnosi, la folgorazione di un amore inatteso, o quella presa di coscienza improvvisa che squarcia il velo delle illusioni.
La registrazione di questi eventi non consente di rimuovere il dolore. La perdita di un figlio, ad esempio, è per l’uomo un evento immedicabile: più pare non presente e più, come fulmine, atterra.
Il “tuono”, di contro, è l’onda d’urto ritardata: l’impatto emotivo, l’elaborazione del lutto, il crollo delle difese o il tuono che stordisce. Cosa accade, dunque, in quell’intervallo sospeso che separa la luce dal rumore?
“Accade” la vita stessa.
Una vita determinata dalle opportunità, anche da quelle che perdiamo
Nella stanza dell’analisi il sofferente “abita” questo spazio intermedio. Spesso chiede aiuto avendo già visto il lampo, ma paralizzato nell’attesa angosciosa del tuono. Un silenzio carico di tensione emotiva in cui risiedono le nostre nevrosi, i nostri desideri più profondi e la nostra più autentica vulnerabilità.
Prendersi cura significa (di sé o dell’altro) imparare a non fuggire da quell’intervallo.
In estrema sintesi, potremmo considerare il Lampo come l’evento, il Silenzio/ intervallo come lo spazio della “cura e il Tuono come l’impatto emotivo.
Il tempo distorto: la parabola di Benjamin Button
Per comprendere la natura di questo scorrere, la cinematografia ci offre una metafora straordinaria con Il curioso caso di Benjamin Button. Benjamin nasce con il corpo provato da ottantenne e ringiovanisce col passare degli anni.
Il film segue la vita di Benjamin Button, un uomo nato a New Orleans nel 1918 con l’aspetto e le malattie di un novantenne. Abbandonato dal padre Thomas sul pianerottolo di una casa di riposo, viene accolto e cresciuto con amore da Queenie, una donna afroamericana che lavora nella struttura.
Mentre gli anni passano, si verifica un fenomeno straordinario: Benjamin non invecchia, ma ringiovanisce. Più il tempo scorre, più il suo corpo diventa giovane e forte, consentendogli di guarire dalle sue infermità e di esplorare il mondo. Durante la giovinezza lavora su un rimorchiatore, viaggia in Russia, vive una passione amorosa intensa e partecipa alla Seconda Guerra Mondiale.
Il legame tra la poetica di Roberto Vecchioni nel suo libro “Tra il silenzio e il tuono” e Il curioso caso di Benjamin Button è sorprendente e profondo.
L’immagine dello spazio compreso tra il lampo (l’origine, la luce improvvisa dell’esistenza) e il tuono (il fragore finale, la fine o la consapevolezza) racchiude l’intera essenza del film. La vita accade nell’intervallo. L’esistenza è una parentesi sospesa tra il nulla che precede e il nulla che segue. In Benjamin Button, questa sospensione è resa evidente dalla sua condizione: mentre la lancetta del suo tempo scorre al contrario, la vita vera si manifesta proprio nel mezzo, nelle esperienze accumulate prima che il tuono finale spenga ogni cosa.
Questo paradosso biologico rivela una verità universale: indipendentemente dalla direzione in cui scorre l’orologio, i nodi dell’esperienza psichica restano identici. Ciò che dà valore all’esistenza non è la sua durata o il modo in cui invecchiamo, ma le relazioni e l’amore che condividiamo con gli altri. Un “io” ha senso solo nella relazione con tanti “tu”, un noi coriaceo in grado di resistere e difendere i valori di umana solidarietà.
Il tempo strabico e la memoria: Nel suo romanzo, Vecchioni intreccia lettere in cui “il prima e il dopo possono confondersi”. È la stessa struttura narrativa del film: il tempo di Benjamin si muove al contrario rispetto a quello degli altri, sovvertendo il concetto ordinario di passato e futuro, ma dimostrando che ciò che conta davvero è l’istante vissuto.
Sull’altalena, da solo, ti spingi e sei al sicuro. Arriva qualcuno. Ti spinge più in alto. Sei più felice ma è più rischioso. Ecco, l’amore. (Cit.)
Il filo conduttore della sua esistenza è il legame con Daisy, una bambina conosciuta nella casa di riposo. Mentre Benjamin ringiovanisce, Daisy cresce e diventa una ballerina affermata a New York. Le loro traiettorie di vita si incrociano finalmente negli anni ’70, quando i due si trovano a condividere la stessa età biologica (circa trent’anni) e vivono una profonda storia d’amore, coronata dalla nascita di una figlia.
Benjamin e la sua amata Daisy si muovono su vettori temporali opposti. Le loro anime possono incontrarsi stabilmente solo all’interno di una brevissima “finestra centrale”, l’unico momento in cui le loro età biologiche si allineano perfettamente. Questo allineamento è la perfetta rappresentazione dell’incontro terapeutico e umano. Spesso i conflitti relazionali derivano da una profonda asincronia: uno dei due partner corre verso il proprio futuro evolutivo, mentre l’altro è ancora incatenato a traumi infantili non risolti.
La stanza dell’orologiaio e il battito del colibrì
All’origine della condizione di Benjamin vi è, psicodinamicamente, un diniego nevrotico: l’orologio della stazione costruito da Monsieur Gateau, l’orologiaio cieco.
Sconvolto dalla perdita del figlio nella Grande Guerra, progetta un meccanismo che gira al contrario, nella speranza magica che il tempo possa riavvolgersi e riportare a casa i giovani caduti. È il tentativo disperato di manipolare il tempo per non sentire il dolore del distacco. Ma la natura e la psiche possiedono leggi che non rispondono ai nostri desideri di onnipotenza. Come ricordava il capitano Mike:
Puoi ringhiare come un cane rabbioso contro il destino, puoi imprecare, maledire i filistei, ma quando arriva la fine… devi lasciarti andare.
A fare da contraltare alla rigidità dell’orologio interviene, nella storia che racconta di Benjamin, l’immagine del colibrì. Con le sue ali che disegnano il simbolo dell’infinito e un cuore che batte a ritmi vertiginosi, il colibrì appare nei momenti di transizione tra la vita e la morte. Esso rappresenta la capacità della mente di trovare un senso di infinito dentro l’intervallo limitato tra il silenzio e il tuono.
Questo battito d’ali sospeso trova un’eco commovente e speculare nella storia vera di Duda e Kiko, due parrocchetti dal collare vissuti in Brasile.
Per quattro anni hanno camminato fianco a fianco, costruendo un legame sociale indissolubile. Quando Duda si è spenta per un improvviso peggioramento di salute, Kiko le si è avvicinato per l’ultimo addio. Le ha dato piccoli baci e ha pronunciato le parole della loro quotidianità:
Ciao, amore

Fonte “Amore a quattro zampe”
Proprio come il colibrì sfida le leggi della fisica con il suo volo a forma di infinito, il «ciao, amore» di Kiko rompe la linearità del tempo biologico. Non possiamo antropomorfizzare le sue emozioni ma sappiamo che la perdita ha modificato il suo comportamento.
In quel minuscolo sprazzo di linguaggio c’è il tentativo umano e animale di intonare un canto d’amore che riempie il cuore, dando linfa e vigore, prima che tutto si perda nei silenzi infiniti. Kiko e il colibrì sono la stessa cosa: la dimostrazione che l’amore profondo sfugge alla clessidra.
Il significato del finale: la custodia di Daisy
È negli ultimi minuti del film che la parabola del tempo e della relazione tocca il suo culmine clinico e poetico. Consapevole dell’inevitabilità del suo destino, Benjamin decide di andarsene per non gravare sulla famiglia: sa che presto tornerà a essere un bambino e poi un neonato, incapace di fare il padre. Negli anni ’90, affetto da una forma di demenza giovanile che gli fa perdere gradualmente la memoria, Benjamin viene ritrovato dai servizi sociali e riaccolto da Daisy, ormai anziana. Assistiamo al totale capovolgimento dei ruoli: Benjamin è ormai un bambino indifeso, la cui mente si sta svuotando a causa di una forma di demenza infantile, mentre Daisy è una donna anziana, segnata dalle rughe e dal tempo.
Il ruolo di Daisy nel finale diventa la massima espressione dell’Incontro e della cura.
Non è più l’amante della “finestra centrale” ma diventa custode, madre, porto sicuro. Tenendo tra le braccia quel neonato dagli occhi vecchi, Daisy accetta di abitare l’asimmetria più dolorosa.
Il film si conclude con Benjamin che muore, nel 2003, tra le braccia di Daisy, spegnendosi con l’aspetto di un neonato ma con la mente prosciugata di tutta una vita intera di ricordi.
La narrazione è racchiusa in un lungo flashback, sfogliato attraverso il diario di Benjamin da Daisy sul letto di morte nel 2005, mentre l’uragano Katrina si abbatte su New Orleans.
Benjamin muore guardandola, in quel preciso istante in cui l’inizio e la fine si sovrappongono perfettamente.
Daisy ci mostra che l’amore maturo non fugge quando la sintonizzazione biologica finisce; rimane a cullare il silenzio prima del tuono finale. È la sublimazione della responsabilità psichica verso l’altro: tutti finiamo col metterci i pannolini, come dice Queenie, ma l’esserci stati l’uno per l’altra è ciò che resta.
Mentre lo schermo si avvia alla conclusione, le parole di Benjamin alla figlia Caroline risuonano come il più autentico mandato terapeutico:
Per quello che vale, non è mai troppo tardi, o nel mio caso troppo presto, per essere quello che vuoi essere. Non c’è limite di tempo, comincia quando vuoi. Puoi cambiare o rimanere come sei, non c’è una regola in questo. Possiamo vivere al meglio o al peggio. Spero che tu viva al meglio. Spero che tu veda cose sorprendenti. Spero che tu possa avere emozioni sempre nuove. Spero che tu possa incontrare persone con punti di vista diversi. Spero che tu possa essere orgogliosa della tua vita. E se ti accorgi di non esserlo, spero che tu abbia la forza di ricominciare da zero.
E mentre le immagini scorrono, il film si chiude con quella carrellata di esistenze, un mosaico umano che Benjamin evoca nel finale:
C’è chi nasce per sedersi sulla riva di un fiume, chi viene colpito dal fulmine, chi ha orecchio per la musica, chi è artista, chi nuota, chi conosce i bottoni, chi conosce Shakespeare, chi nasce madre e c’è chi balla…
Abitare lo spazio intermedio
Troverai poche anime compatibili con la tua e quando sarà, sembrerà di parlare pur rimanendo in silenzio. Le anime affini si salutano già vedendosi da lontano. (Arthur Schopenhauer)
Ricominciare da zero significa spezzare la coazione a ripetere, rinunciare all’illusione che il passato determini il presente. Accettare il flusso significa anche dire a sé stessi, come scrive Diletta Giaquinto:
Va bene così. E non perché andasse davvero bene… ma perché ho capito che non potevo cambiare le cose. Che dovevo lasciarle a loro tempo.
Col tempo, il canto della vita verrà percepito sempre più piano e, nel nostro cuore, uno struggimento prenderà spazio, fino a “sperdersi” nei silenzi infiniti. Ma finché c’è spazio nell’intervallo, c’è la possibilità di ridefinire la rotta. Non importa se l’orologio gira al contrario o corre troppo in fretta.
Finché amiamo, finché pronunciamo un ultimo “ciao, amore” sul letto del distacco, stiamo spiegando le ali liberi dal peso del tempo. E allora, per farci forza contro il silenzio dei secoli, non ci resta che ascoltare le note di “Ogni canzone d’amore” di Roberto Vecchioni: per intonare insieme quel canto coraggioso, quell’umanissimo e coriaceo “noi” capace di riempire ogni cuore e resistere al tempo.
Ogni canzone d’amore si perde nel tempo e non sai dove va
Ogni canzone d’amore è la stessa di ieri, di mille anni fa
Bella raggiungimi al fiume, capelli di rame ricordati di me
Bella se parto non piangere che quando ritorno, ritorno da te
Ogni canzone d’amore svanisce nel vento e lo sai dove va?
Va da una donna sognata, perduta per sempre che non tornerà
Ma la canzone ritorna, ritorna per dirti che un’altra verrà
Che non finisce mai niente e il cuore lo sente e il cuore lo sa
Portami via questa notte, portami ovunque tu vai
Portami dove le stelle non si addormentano mai
Portami via, portami via da qui
Portami via, non voglio perdermi
Ci siam sorrisi e in un lampo, ci siamo trovati con trent’anni in più
Ma son trent’anni rubati all’invidia del tempo e sei sempre tu
Ogni canzone d’amore dall’alba del mondo era scritta per te
Ma trovatori e poeti ne cantavano un’altra, chissà poi perché
Ma son sicuro, lo giuro che in tutte le donne vedevano te
E s’inventavano un nome ma eri tu quella… e un nome cos’è
Portami via, se sbaglio insegnami: portami via
Se cado tienimi
Non riconosco nessuno, non c’è più nessuno
Non conta più niente questo non è più il mio tempo
Non è più il mio canto, non è la mia gente
Portami via: se ho freddo coprimi; portami via: se torno stringimi
Stringimi forte stasera, Tu sei primavera, io sono l’inverno
Stringimi stringimi ora perché ho seri dubbi
Di essere eterno
Il tempo non si misura in direzione o durata ma nell’intensità con cui decidiamo di abitare lo spazio tra il nostro primo barlume di luce e l’ultimo, definitivo, silenzio. (Cit.)

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”


