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Nel dibattito contemporaneo, la parola “laicità” viene spesso brandita come un’arma o, al contrario, vissuta con sospetto. Si tende a pensare che essere laici significhi essere contro qualcuno, o peggio, voler cancellare le identità religiose dallo spazio pubblico. Non è così. Essere laici significa posizionarsi sopra le parti, non per ignorarle, ma per garantire a ciascuna di esse lo stesso identico diritto di esistere.

In Italia si fa ancora molta confusione su concetti culturali e giuridici fondamentali. Per fare chiarezza e comprendere perché la laicità sia lo scudo della nostra convivenza democratica, è necessario smantellare tre grandi malintesi.

Un solo Dio: l’errore storico del politeismo

Il primo malinteso è di natura storico-teologica. Cristiani e musulmani non sono politeisti, eppure capita ancora di sentire narrazioni che dipingono queste due realtà come mondi totalmente alieni e inconciliabili. Cristianesimo e Islam condividono una profonda radice monoteista: entrambe le fedi credono in un unico Dio.

Nel linguaggio teologico originario, il termine “politeista” indicava specificamente gli idolatri dell’antica Mecca pre-islamica.

Utilizzare oggi questa categoria per definire le dinamiche migratorie o l’evoluzione pluralistica dell’Italia e dell’Europa è un grave errore storico. Non siamo di fronte a uno scontro tra divinità diverse, ma a sfumature differenti di una comune concezione monoteista che, storicamente, ha già trovato ampi punti di dialogo.

Laicità non significa ateismo: il metodo della convivenza

Il secondo e, forse, più pericoloso equivoco è l’equazione tra laicità e ateismo. La laicità, così come viene concepita e applicata nella nostra Costituzione, non è una “religione in più” che si cura di negare il divino, né un’ideologia che impone il silenzio ai credenti. È, al contrario, un metodo d’ordinamento giuridico. È lo strumento democratico che permette a fedi e sensibilità diverse di convivere pacificamente sotto lo stesso tetto di leggi.

Lo Stato laico non ha il compito di scegliere quale preghiera sia quella giusta, né di giudicare i dogmi di fede.

Il suo dovere è puramente istituzionale e si articola in tre garanzie fondamentali per il cittadino:

  • La libertà di credere: tutelata dall’articolo 19 della Costituzione, che garantisce a chiunque il diritto di professare liberamente la propria fede, in privato e in pubblico.
  • La libertà di non credere: proteggendo con eguale forza la coscienza di chi si dichiara ateo o agnostico.
  • L’uguaglianza formale e sostanziale: come dettato dagli articoli 3 e 8, i quali sanciscono che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale senza distinzione di religione e che tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.

In un Paese laico si vive per un patto, non per una fede

Il terzo punto tocca l’essenza stessa della cittadinanza. In una Repubblica laica non si convive in nome di un comune dogma religioso, ma in virtù di un patto civile. Chiunque viva e operi sul territorio italiano (che sia Cristiano, Musulmano, Ebreo, Buddista o Non Credente) stringe un accordo ideale ma vincolante con la Costituzione.

Questo patto prevede doveri precisi e imprescindibili: rispettare le leggi dello Stato, pagare le tasse per sostenere la comunità e tutelare la libertà altrui. In cambio, lo Stato si fa garante della sua sicurezza, dei suoi diritti civili e della sua libertà di culto.

Ecco perché essere laici in una società multiculturale non rappresenta un problema da risolvere, ma costituisce l’unica vera soluzione possibile.

Di fronte alle sfide dell’integrazione, le istituzioni non devono interrogarsi se un cittadino musulmano possa vivere in un Paese a maggioranza cristiana o guidato da una donna. La domanda corretta, l’unica politicamente e giuridicamente rilevante per uno Stato di diritto, è: questa persona rispetta le leggi della Repubblica?

Se la risposta è sì, la nostra Costituzione ha già tracciato la strada: quella persona ha il pieno diritto di vivere, lavorare e pregare in pace.

Ed è proprio in questa straordinaria capacità di includere, proteggere e regolare le diversità che risiede la vera, grandiosa forza civile dell’Italia.

Avv. Mimmo Leonetti (Presidente Centro Europeo Informazioni)

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