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Pubblicato su Lo SciacquaLingua

Intricare e intrigare sono due verbi che sembrano camminare affiancati, come se fossero quasi la stessa cosa, ma basta “ascoltarli” con un po’ di attenzione per accorgersi che, pur partendo dalla stessa radice, hanno preso direzioni diverse. Ambi discendono dal latino intricare, formato dal prefisso in- e da tricae, quelle impastoie che ostacolavano i cavalli e che, per estensione, indicavano fastidi, grovigli, matasse arruffate, tutto ciò che si presenta come un nodo difficile da sciogliere. È un’etimologia che conserva ancora oggi la sua forza visiva: un sintagma verbale nato da un inciampo, da qualcosa che intralcia il passo e costringe a fermarsi.

Intricare è rimasto fedele a questa origine. È il verbo del groviglio, della matassa che si stringe, della complessità che cresce. Si intricano i fili, i capelli, i cavi, ma si intricano anche le trame narrative, i discorsi, le procedure che diventano fitte, dense, quasi impenetrabili. Intricare è un verbo che non ha fretta: mostra come le cose si avviluppano, come si complicano, come diventano difficili da dipanare. Conserva la fisicità del nodo e la lentezza del gesto che cerca di scioglierlo.

Intrigare, invece, ha avuto una vita più movimentata, quasi teatrale. In origine era semplicemente una variante di intricare, diffusissima nell’Italia settentrionale, e significava impacciareintralciaredar fastidioquesta sedia m’intriga il passaggioquel disordine m’intriga il lavoro. È un uso perfettamente legittimo, ancora vivo in molte aree regionali, e appartiene a quella fascia di italianità quotidiana che non fa rumore ma resiste.

Poi, con il trascorrere del tempo, intrigare ha preso una deviazione semantica e ha iniziato a muoversi nell’ombra. Dal sostantivo intrigo ha ereditato il senso di tramaremacchinareordire sotterfugi. È il verbo delle corti, dei retroscena, delle manovre politiche, delle trame nascoste. Intrigare qualcuno significava agire contro di lui, preparare un colpo, tessere una rete di inganni. È un uso che conserva ancora oggi una sfumatura di mistero, di ambiguità, di movimento dietro le quinte.

Infine, la svolta moderna: intrigare come incuriosireaffascinarestuzzicare. È l’accezione oggi dominante, quella che ha conquistato l’italiano standard. Una proposta può intrigare, un romanzo può intrigare, un mistero può intrigare i lettori. Qui il verbo non intralcia e non trama: seduce. Si è alleggerito, ha perso la fisicità del nodo e la cupezza del sotterfugio per diventare un gesto mentale, un piccolo scintillio di interesse.

La distinzione d’uso contemporanea è limpida: intricare riguarda ciò che si aggroviglia; intrigare riguarda ciò che affascina o ciò che si macchina. L’uso regionale di intrigare nel senso di impacciare è corretto, ma va riconosciuto come forma locale o letteraria. Una trama intricata può intrigare il lettore, ma mentre il testo si intrica, il lettore si intriga: la lingua, qui, gioca con la simmetria e la rovescia.

Per concludere queste noterelle, una curiosità filologica che merita di essere ricordata. Nei romanzi d’appendice dell’Ottocento, i correttori di bozze segnalavano spesso un errore ricorrente: la vicenda si intriga sempre più, dove l’autore voleva dire si intrica. L’equivoco era talmente frequente da diventare quasi un tratto del genere. Il risultato, involontario, era comico: una trama che invece di complicarsi cominciava a tramare contro il lettore. È uno dei rari casi in cui un fraintendimento semantico produce un sorriso e, insieme, una piccola lezione di linguistica.

Intricare e intrigare, insomma, partono dallo stesso nodo ma lo sciolgono in modi diversi: uno restando fedele al groviglio, l’altro trasformandolo in fascino. E la lingua, che ama le biforcazioni, li ha lasciati andare ciascuno per la sua strada.

A cura di Fausto Raso

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