Pensieri, emozioni, stati d’animo di adolescenti (gli alunni dell’IIS “Lucrezia della Valle” di Cosenza). Un confronto intimo per comprendere il significato emotivo della Nostalgia
L’autunno era alle porte e, con lui, il peso di quel secondo giorno di scuola. Seduta sui gradini di casa, con la testa tra le mani, lo sguardo fisso sul vuoto. Il nonno si avvicinò lentamente, con il suo passo calmo che sembrava ignorare la fretta del mondo. Si sedette accanto a lei, lasciando che il silenzio parlasse per un po’.
«Hai la testa sul viale dei ricordi, vero?» chiese il nonno, rompendo il ghiaccio con un sorriso dolce.
«Nostalgia, nonno. Credo sia la mia parola preferita, ma in questo momento è anche ciò che mi attanaglia. È iniziata questa nuova avventura a scuola, ma non riesco a godermela. Mi sento bloccata.»
Il nonno tese l’orecchio, invitandola a continuare.
«La nostalgia è una delle bestie peggiori che possa esistere, un mostro da cui non c’è scampo» confessò la ragazza, con la voce che tremava appena. «Questo nuovo anno scolastico non mi ha portato emozioni positive, ma solo nostalgia: degli anni passati, di amici ormai lontani, di vecchi amori… Siamo solo all’inizio, ma pagherei oro per riavvolgere il nastro e tornare indietro. Non per cambiare qualcosa, sai? Solo per rivivere quelle emozioni e imprimerle nella mente.»
Il nonno annuì lentamente, accarezzandosi le mani segnate dal tempo. «Vuoi trattenere il tempo, piccola mia. È un desiderio antico quanto l’uomo.»
«Ho paura, nonno. Una delle mie più grandi paure è quella di dimenticare. Perdere i ricordi chiave della mia vita mi terrorizza. Lo so, può sembrare una fobia sciocca e insensata, ma spesso mi tiene sveglia la notte. Proprio per questo preferisco i rimorsi ai rimpianti: non c’è nulla di peggio del “chissà come sarebbe stato se…”. Eppure i rimpianti mi tengono compagnia nei momenti di solitudine. Una dolce-amara tortura. Vorrei poter tornare indietro e rivivere i miei ricordi preferiti all’infinito. Lo sento come un bisogno. Sono vittima della nostalgia, ma forse, in fondo, non mi dispiace: è tutto ciò che mi resta.»
Il nonno rimase in silenzio per qualche istante, guardando le foglie che iniziavano a ingiallire sugli alberi. Poi, con una voce profonda e rassicurante, parlò.
«Sai, qualcuno definisce la nostalgia come la sfortuna di chi è stato fortunato.»
La ragazza si voltò a guardarlo, sorpresa. «È esattamente così che la sento! Che ci faccia sentire tristi o ci strappi un sorriso, ci riporta ai momenti in cui stavamo bene, in cui eravamo davvero felici. Una specie di… allegra malinconia.»
«È una bellissima definizione» disse il nonno, stringendole la mano. «Non sarà per tutti così, ma io credo fortemente che noi persone viviamo di ricordi. Belli o brutti che siano, ci definiscono. Vanno custoditi con gelosia perché sono l’ultimo appiglio al nostro passato, a quello che siamo stati. E, credimi, sono proprio loro che ti permetteranno di diventare quello che sarai.»
«Ma arriva all’improvviso, nonno. È strana. A me succede quando sento un profumo particolare… come quello della cucina della nonna. Quel profumo che per un attimo mi fa assaporare piatti che temo non mangerò più, le parole e le risate che non sentirò risuonare in quella stanza mentre stavo lì, ferma ad aspettare sulla sedia, impaziente di gioire di una cosa semplice come il pranzo. Un pranzo condiviso con le persone giuste, che assume tutto un altro significato.»
Il nonno sorrise, con gli occhi lucidi ma sereni. «Vedi? Quel profumo, quelle risate… non sono svaniti. Sono dentro di te. Quando dici che la nostalgia è una sfortuna, devi ribaltare la prospettiva, come hai appena fatto. Capisci di essere stata infinitamente fortunata, perché puoi portare con te quel piccolo pezzo di vita. E finché lo ricordi, quel pezzo di vita non morirà mai.»
La ragazza poggiò la testa sulla spalla del nonno. Il mostro della nostalgia non faceva più così paura; adesso assomigliava di più a un mantello caldo, pronto a proteggerla mentre muoveva i primi passi verso il futuro.
A cura di Maria Felicita Blasi


