Pubblicato su Lo SciacquaLingua
A volte, per capire davvero come funziona una lingua, bisogna guardarla da un’angolazione insolita. Non più come un insieme di regole da ricordare, ma come un organismo che lascia tracce, abitudini, ricorrenze. È da questa prospettiva che nasce la linguistica computazionale: dall’idea di osservare l’italiano attraverso grandi quantità di frasi, lasciando che siano i dati a mostrare ciò che i parlanti fanno senza accorgersene.
La sua storia comincia nel secondo dopoguerra, quando si tenta di automatizzare la traduzione tra lingue naturali. L’idea era semplice: se si potesse scomporre una frase nelle sue parti e ricomporla in un’altra lingua seguendo regole formali, la traduzione sarebbe un’operazione meccanica. L’idea si rivelò ingenua, ma aprì la strada a un’intuizione decisiva: per far lavorare una macchina sulla lingua, bisogna prima capire la lingua con un rigore che spesso sfugge all’intuizione umana. Da qui nascono le grammatiche formali, i modelli sintattici, le rappresentazioni del significato, i grandi archivi di testi annotati. Ogni volta che si tenta di fare eseguire a un computiere (sic!) ciò che un parlante fa senza pensarci, si scopre quanto sia complessa la nostra competenza linguistica.
Uno dei concetti più utili è quello delle ricorrenze, cioè delle forme che ritornano. Non c’è nulla di tecnico: una ricorrenza è un’abitudine della lingua. Se in migliaia di frasi trovi che dopo andare a compare quasi sempre un luogo, quella è una ricorrenza. Se noti che più… che introduce quasi sempre un confronto, è un’altra ricorrenza. La lingua, come le persone, ha gesti che ripete senza pensarci. E proprio osservando queste ripetizioni si capisce come funziona davvero.
Accanto alle ricorrenze c’è l’analisi automatica delle frasi. Anche qui, niente misteri: è un programma che scompone una frase per capire chi fa cosa, proprio come un insegnante che indica soggetto, verbo e complementi. La macchina non “capisce” come un essere umano, ma riconosce combinazioni tipiche, posizioni ricorrenti, modi abituali di costruire una frase. È un modo per trasformare l’intuizione in qualcosa che si può misurare.
La parte più affascinante arriva quando questi strumenti sbagliano. Perché quando sbagliano, rivelano qualcosa. Se un sistema automatico non riesce a interpretare una frase, spesso è perché quella frase contiene un’ambiguità che noi risolviamo senza pensarci. Se confonde un accordo, è perché nei testi reali quell’accordo non è così regolare come immaginiamo. Ogni errore della macchina diventa una lente che ingrandisce un tratto dell’italiano. È come se la lingua, messa sotto pressione, mostrasse le sue pieghe più nascoste.
La linguistica computazionale serve proprio a questo: vedere la lingua da fuori, come un organismo che lascia tracce, abitudini, ricorrenze. Non sostituisce la linguistica tradizionale, ma la completa. Mostra ciò che i parlanti fanno davvero, non ciò che credono di fare. E in questo sguardo esterno c’è una forma di verità che sorprende: la lingua non è solo un patrimonio culturale, ma un sistema vivo, pieno di regolarità e di deviazioni, di logiche e di eccezioni. La lingua non si svela a chi la interroga: si svela a chi la osserva abbastanza a lungo.
A cura di Fausto Raso

Giornalista pubblicista, laureato in “Scienze della comunicazione” e specializzato in “Editoria e giornalismo” L’argomento della tesi è stato: “Problemi e dubbi grammaticali in testi del giornalismo multimediale contemporaneo”). Titolare della rubrica di lingua del “Giornale d’Italia” dal 1990 al 2002. Collabora con varie testate tra cui il periodico romano “Città mese” di cui è anche garante del lettore. Ha scritto, con Carlo Picozza, giornalista di “Repubblica”, il libro “Errori e Orrori. Per non essere piantati in Nasso dall’italiano”, con la presentazione di Lorenzo Del Boca, già presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, con la prefazione di Curzio Maltese, editorialista di “Repubblica” e con le illustrazioni di Massimo Bucchi, vignettista di “Repubblica”. Editore Gangemi – Roma.

