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Mente e dintorni è una rubrica (nata da una fortunata serie televisiva e continuata nel canale YouTube “infinito Presente”) che ci porta a curiosare nei meandri della nostra personalità, per scoprirne i segreti e capire i motivi per cui compaiono i disturbi e, ovviamente, prendere rimedio

Perché, conoscersi, comprendersi e (soprattutto) accettarsi per potere (infine) cambiare, aiuta a vivere meglio

Il sintomo alimentare non è una malattia dell’appetito, ma un grido dell’anima che usa la carne come lavagna.

Nelle puntate precedenti, abbiamo osservato la chimica del cervello e siamo giunti ad esplorare le mura della personalità. Ma ora dobbiamo scendere ancora più a fondo, nel luogo dove risiede il significato più intimo e segreto della nostra sofferenza.

Proviamo a dare la parola, quindi, a Massimo Recalcati e alla psicoanalisi lacaniana.

Per Recalcati, i disturbi alimentari non sono semplici malattie del corpo, ma sono vere e proprie risposte esistenziali. Sono messaggi cifrati, gridati attraverso la carne, che pongono una domanda radicale: qual è il mio posto nel desiderio dell’Altro?

Di fronte allo stesso trauma (che spesso ha la forma di un ambiente familiare asfissiante, iper-protettivo o incapace di ascoltare) l’anoressia e la bulimia scelgono due modi opposti di trattare il vuoto dell’anima.

Se preferisci ascoltare e guardare l’approfondimento, puoi seguire la video-lezione completa, in questo estratto della collana “Mente & Dintorni”

Quindi, i Disturbi del Comportamento Alimentare non sono malattie dell’appetito, ma patologie del legame.

Sono risposte disperate a una domanda fondamentale che abita ognuno di noi: la domanda su cosa sia il nostro desiderio e su come possiamo separarci dall’Altro dove, per “Altro”, con la A maiuscola, intendiamo lo sguardo dei genitori, le aspettative sociali, la cultura che ci respira intorno.

Entriamo allora nella prima “stanza”, quella dell’anoressia.

Kernberg ci ha mostrato la fortezza dell’Io nevrotico-ossessivo che controlla la fame. Recalcati sposta lo sguardo: l’anoressica non rifiuta semplicemente il cibo. L’anoressica rifiuta i messaggi che le arrivano dall’Altro. Spesso, alla base dell’anoressia, troviamo un’infanzia caratterizzata da cure impeccabili, ma soffocanti.

È il dramma del “bambino perfetto”, nutrito (anche in senso “lato”) così tanto e così bene da non aver mai avuto lo spazio per sperimentare la mancanza. Se l’Altro anticipa ogni tuo bisogno, se ti satura di cibo e di risposte prima ancora che tu possa desiderare, tu scompari. L’anoressia diventa allora l’unico modo per dire “No”. Diventa un atto radicale di libertà: Io sputo il tuo cibo per salvare il mio diritto a desiderare”

In questa prospettiva, il digiuno non è un vuoto biologico ma, potremmo definirlo un vuoto esistenziale, una sorta di vuoto “poetico”.

Recalcati parla dell’anoressia come del “desiderio del Niente”. Elevando il Niente a oggetto del proprio trionfo, l’anoressica si sente finalmente separata, pura, intoccabile. È l’illusione di poter vivere senza dipendere da nessuno.

Ma questa fortezza, come abbiamo visto nel modello borderline, ha un punto di rottura. Ed è qui che incontriamo la Bulimia e il Binge Eating.

L’anoressia si illude di dominare il vuoto facendone una fortezza; la bulimia vi si lancia dentro, scambiando la fame d’amore con la fame di cibo. (Cit.)

Se l’anoressia è il trionfo del vuoto, la bulimia è il crollo nel vuoto

La spinta bulimica si accende quando quel vuoto, faticosamente custodito dal digiuno, smette di essere un segno di libertà e si trasforma in un baratro di angoscia intollerabile. Il soggetto borderline avverte il vuoto non come indipendenza, ma come abbandono, come assenza di senso.

Allora, l’azione diventa immediata: bisogna riempire la voragine.

Ma l’errore tragico della Bulimia e del Binge Eating risiede nello scambiare il vuoto dell’anima con il vuoto dello stomaco.

Il cibo dell’abbuffata perde qualsiasi valore nutritivo o di piacere; diventa un oggetto-otturatore, una valanga di materia introdotta per anestetizzare il dolore di esistere. E purtroppo, questo tentativo è sostanzialmente fallimentare.

Il cibo sociale, il cibo-merce, non potrà mai colmare quel tipo di vuoto.

Ecco perché l’abbuffata si conclude nel disgusto e nell’evacuazione della bulimia, o nella rassegnazione masochistica del Binge Eating: perché “l’oggetto cibo” ha fallito. Il vuoto è rimasto vuoto e, in più, si è caricato di vergogna.

Arrivati alla fine di questo viaggio tra psichiatria, Kernberg e Recalcati, intuiamo la traiettoria profonda di come impostare una strada verso una concreta speranza. Curare un disturbo alimentare non significa semplicemente “riportare il peso nella norma” o costringere il corpo a mangiare. Se ci fermiamo a questo livello, agiamo solo come un Super-Io poliziesco.

La vera scommessa terapeutica consiste nel trasformare il sintomo in parola.

Significa aiutare il paziente a passare dal dare forma al dolore attraverso il cibo (o il non-cibo), al dare forma al dolore attraverso la parola.

La guarigione comincia quando il vuoto smette di essere un baratro da riempire o da difendere, e diventa lo spazio in cui far nascere la propria parola. (Cit.)

Solo quando il vuoto dello stomaco torna a essere il vuoto del desiderio (lo spazio pulito in cui possiamo chiederci: “Chi sono io al di là di ciò che gli altri vogliono da me?”) allora il corpo potrà finalmente smettere di fare la guerra a sé stesso.

Con la speranza e l’obiettivo di essere stato utile per conoscere sempre meglio chi incontriamo (soprattutto quando ci guardiamo allo specchio, vi do appuntamento alla prossima puntata nella quale passeremo dall’analisi dei singoli disturbi alla “scatola di montaggio” della mente umana

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