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 Mente e dintorni è una rubrica (nata da una fortunata serie televisiva e continuata nel canale YouTube “infinito Presente”) che ci porta a curiosare nei meandri della nostra personalità, per scoprirne i segreti e capire i motivi per cui compaiono i disturbi e, ovviamente, prendere rimedio

Perché, conoscersi, comprendersi e (soprattutto) accettarsi per potere (infine) cambiare, aiuta a vivere meglio

Il sintomo alimentare non parla mai del cibo ma scrive, sul corpo, l’architettura invisibile delle nostre fragilità.

Se un trauma si scontra con un nevrotico e un borderline, che cosa produce sul piano dei disturbi alimentari?

Sono Giorgio Marchese, Medico Psicoterapeuta Vicedirettore della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia ad Indirizzo Dinamico SFPID di Roma. Bentornati su “Mente & Dintorni”, la collana video nella quale esploriamo i segreti della nostra personalità per capire, comprenderla e individuare possibili soluzioni per riuscire a vivere meglio.

📺 Guarda la video-lezione completa:
Preferite ascoltare l’analisi clinica dalla mia viva voce? Avviate il video qui sotto per seguire la puntata 143 di “Mente & Dintorni”, La lettura diventerà più “completa”.

Lo Psichiatra e Psicoanalista Otto Kernberg (nato a Vienna il 10 settembre 1928) è uno psichiatra, psicoanalista e teorico psicodinamico austriaco con cittadinanza statunitense, ancora attivo sul piano dell’insegnamento universitario.

Questo illustre clinico, di fronte alle problematiche che stiamo trattando da un bel po’ di puntate, non si concentra sul cibo in sé ma su come è costruita la nostra mente. Riprendendo dalla nostra memoria la celebre “fiaba dei tre porcellini”, immaginiamo la personalità come una casa: ci sono fabbricati con fondamenta di cemento armato e mura solide ed edifici, invece, con pareti sottili e fragili, vulnerabili alle intemperie.

Kernberg divide queste strutture psichiche in tre grandi categorie: l’organizzazione nevrotica, l’organizzazione borderline (ad alto, medio e basso funzionamento) e l’organizzazione psicotica.

In questa puntata n° 143 di Mente e Dintorni, noi ci concentreremo sulle prime due per comprendere la scelta, inconscia, del Disturbo del Comportamento Alimentare.

Poniamoci di fronte alla persona che, davanti al trauma, “vira” verso l’anoressia restrittiva. Secondo Otto Kernberg ci troviamo di fronte a un’organizzazione della personalità di tipo nevrotico a funzionamento ossessivo.

Più precisamente, nel modello di Otto Kernberg e nella letteratura psicodinamica, il passaggio da un’organizzazione nevrotica con funzionamento ossessivo all’anoressia restrittiva è il risultato di un “crollo”.

Questo “scivolamento” avviene quando lo stile difensivo ossessivo, normalmente focalizzato sul controllo mentale e comportamentale, viene totalmente somatizzato e polarizzato sul corpo e sul cibo.

La transizione si articola attraverso quattro passaggi psicodinamici cruciali:

1. Il fallimento delle difese ossessive ordinarie

Inizialmente, la persona nevrotica-ossessiva gestisce i conflitti interni (spesso legati alla sessualità, all’autonomia o all’aggressività) attraverso l’intellettualizzazione (con la sostituzione delle emozioni attraverso un sovraccarico di spiegazioni logiche) e l’isolamento dell’affetto (che fa vivere qualsiasi evento senza partecipazione emotiva). Di fronte a eventi di vita stressanti o a compiti evolutivi destabilizzanti (come la pubertà o la separazione dalle figure genitoriali), queste difese ordinarie falliscono o non bastano più a contenere l’angoscia.

2. Lo spostamento e la somatizzazione del controllo

Quando il controllo della mente e delle relazioni fallisce, l’Io compie uno spostamento difensivo radicale: l’unico dominio percepito come ancora interamente controllabile diventa il proprio corpo e, nello specifico, l’introiezione di cibo.

  • Il cibo diventa il simbolo dell’impulso dell’Es (desiderio, bisogno, dipendenza).
  • Il corpo diventa il campo di battaglia materiale in cui esercitare il controllo.

3. L’irrigidimento patologico della formazione reattiva

La formazione reattiva (manifestazione emotiva e comportamentale opposta a quella che, in realtà, vorremmo) è una difesa tipicamente ossessiva, si esaspera fino all’estremo. Per difendersi dal terrore inconscio di “perdere il controllo” o di essere “invasi” da impulsi inaccettabili, l’Io sviluppa il comportamento esattamente opposto in forma ipertrofica: il rifiuto totale e rigoroso della nutrizione. Più l’Es spinge con il sintomo biologico della fame, più il Super-Io nevrotico risponde con un divieto feroce e inflessibile.

4. La resa dell’Io al persecutore interno

Nell’anoressia restrittiva, il funzionamento ossessivo subisce una regressione qualitativa. Il Super-Io, che a livello nevrotico genera sensi di colpa gestibili (es. i dubbi o i rituali ossessivi), diventa primitivo e sadico (rigido e distruttivo, che non risponde alle normali leggi della morale ma funziona come un aberrante  “persecutore interno”) e, l’Io, capitola e si allea con questo Super-Io severo per mettere a tacere l’Es. L’astinenza dal cibo cessa di essere un sacrificio doloroso e si trasforma in una fonte di grandiosità morale ed estasi onnipotente (egosintonia): il digiuno diventa la prova suprema del perfetto controllo ossessivo della mente sulla materia.

Ora guardiamo, invece,  la persona che “cede” alla bulimia.

Qui, secondo Kernberg, entriamo in un territorio psichico completamente diverso: l’organizzazione borderline di personalità.

In questa struttura, le pareti della mente sono fragili e l’identità è “Diffusa” (con rappresentazioni di sé e degli altri scisse, polarizzate e non integrate: in sostanza la visione di un mondo rigidamente diviso fra Bianco e Nero, fra Buoni e Cattivi). L’Io della persona borderline non ha la forza di tollerare l’angoscia o la frustrazione; quando il trauma colpisce, l’impatto è devastante. La mente non riesce a elaborare il dolore e usa difese molto più primitive. Una di queste è la scissione: la realtà viene divisa drasticamente in “tutto buono” o “tutto cattivo”, senza sfumature.

Ed è esattamente ciò che accade nella crisi bulimica. Durante l’abbuffata, il cibo è l’oggetto “tutto buono” che deve essere posseduto e incorporato per placare la disperazione. Ma un istante dopo, subentra il senso di colpa, l’angoscia della contaminazione e, quel cibo, diventa l’oggetto “tutto cattivo” che deve essere evacuato, rigettato, cacciato via attraverso il vomito.

Anche nel  Binge Eating Disorder (BED) si attiva il meccanismo della scissione che, però, si esprime attraverso una dinamica psicodinamica differente rispetto alla Bulimia Nervosa.

Nella bulimia, l’oggetto cattivo (il cibo) è localizzato dentro lo stomaco e proiettato all’esterno tramite il vomito. Nel Binge Eating, la scissione subisce un destino diverso: l’oggetto cattivo non è più il cibo in sé, ma diventa il corpo stesso della persona.

Il corpo viene vissuto come una “discarica” o un contenitore destinato a essere deformato e punito. Trattenere il cibo significa accettare concretamente la propria “cattiveria” e distruttività, confermando l’immagine di sé come un Sé totalmente svalutato.

Trattenere il cibo e sopportare l’angoscia della contaminazione e dell’aumento di peso diventa la forma di autopunizione cronica che il Super-Io (sadico) esige.

Durante l’atto: esiste solo l’incorporazione dell’oggetto buono, in un totale isolamento dal resto del mondo.

Dopo l’atto: la scissione non si traduce in un’azione riparatoria (il vomito), ma in una profonda depressione anaclittica (da svuotamento psicologico) e in sentimenti di disgusto verso sé stessi. L’angoscia non viene manifestata verso l’esterno (acting out dell’evacuazione), ma viene interiorizzata e somatizzata sotto forma di apatia e rassegnazione.

Due risposte differenti allo stesso dolore

A questo punto del discorso, intuiamo l’incredibile precisione di questo incastro. Di fronte allo stesso dolore, la struttura nevrotica risponde erigendo una fortezza di controllo e astinenza, mentre la struttura borderline risponde con una tempesta di impulsi e scissioni.

Laddove la mente non trova le parole per abitare il dolore, il corpo diventa la fortezza in cui ci si isola, o il teatro in cui ci si perde. (Cit.)

Ma c’è un ultimo livello da esplorare. Perché dietro la chimica e dietro la forza dell’Io, c’è una domanda profonda che riguarda l’anima, il senso della vita e il rapporto con chi ci circonda. E per decifrare questo enigma finale, dobbiamo dare la parola a Massimo Recalcati.

Per cui, con la speranza e l’obiettivo di essere stato utile per conoscere sempre meglio chi incontriamo (soprattutto quando ci guardiamo allo specchio), vi do appuntamento alla prossima puntata

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