Pensieri, emozioni, stati d’animo di adolescenti (gli alunni dell’IIS “Lucrezia della Valle” di Cosenza) dedicati ai propri nonni, “testimoni del passato, garanzia del presente ed eredi del futuro”. Un dialogo senza tempo: le domande di un giovane che interroga il mondo e le risposte di un nonno che, con la saggezza degli anni, ridefinisce la parola più difficile di tutte: Ansia.
Scena: Una cucina illuminata dalla luce del pomeriggio. Il nonno sta preparando il caffè, mentre il nipote è seduto al tavolo con lo smartphone in mano e un foglio di carta)
Nipote: Nonno, stringi un attimo i manici della moka, ti devo leggere una cosa. Oggi a scuola, con i compagni del “Lucrezia della Valle”, abbiamo scritto una lettera aperta per una rubrica web. Parla di qualcosa che molti di noi si portano dentro ogni giorno. Ascolta:
«L’ansia mi accompagna in ogni momento. È una persona invisibile che porto sempre con me e mi procura un malessere fisico e mentale. Non è normale provarla anche nei momenti di gioia: durante una chiacchierata con persone nuove, o quando alzo la mano in classe con la paura di essere giudicata…»
Ma voi, alla nostra età, vi sentivate mai così? Sempre sotto esame?
Nonno: (Siede al tavolo e lo guarda negli occhi) Vieni qua, poggia quel foglio. Vedi, noi vecchi chiamavamo queste cose in modo diverso: timidezza, agitazione, o quel famoso “nodo allo stomaco” che non ti faceva mangiare. La verità è che vi capiamo, anche se sembra che veniamo da pianeti diversi. Voi ragazzi oggi siete immersi in un mondo che vi chiede di essere sempre perfetti, sempre connessi, sempre “al massimo”. Noi avevamo il diritto di nasconderci ogni tanto, di spegnere la luce. Alzare la mano in classe faceva paura anche a me, ma ricordati che la terra non trema se si sbaglia una risposta. Sbagliare è l’unico modo che l’essere umano ha per imparare a camminare.
Nipote: Il problema è che a volte il blocco è totale, ti si gela il sangue. Nella lettera abbiamo scritto proprio questo: «È quella paura che blocca quando si prova a fare qualcosa di nuovo, per cui si è costretti ad aggrapparsi alle vecchie abitudini. Ci spinge a chiuderci come un riccio per la paura di non essere accettati, per non sembrare freddi o distanti». Come si fa a non diventare un riccio?
Nonno: Il riccio si chiude perché ha paura che il mondo gli faccia del male, è la sua difesa. Ma se resti sempre chiuso, non vedi chi ti sta tendendo una mano. Il segreto non è non avere paura, ma fare le cose insieme alla paura. Vuoi un segreto da vecchio? Nessuno è sicuro di sé come mostra di essere. Anche i compagni che ti sembrano più forti ed estroversi hanno i loro fantasmi la sera in camera loro. Non sforzarti di piacere a tutti a tutti i costi, impara a piacere a te stesso. È l’unica approvazione che conta davvero.
Nipote: (Sospira) Magari fosse facile, nonno. Pensa a quando ci interrogano. C’è un passaggio della lettera che fa male solo a leggerlo: «Spesso l’ansia viene vista come un alibi, ma in realtà essa stringe lo stomaco così forte da far dimenticare tutto, facendo apparire inesperti agli occhi di chi osserva». Fa molta rabbia quando i professori o i genitori pensano che sia solo una scusa per non aver studiato.
Nonno: (Sbatte leggermente il pugno sul tavolo) E questo fa rabbia anche a me! Chi dice che è una scusa ha dimenticato cosa significa avere sedici anni. Quel vuoto nella memoria è reale, è un corto circuito del cuore. Se ti capita, respira profondo e dì chiaramente a chi hai davanti: “Ho studiato, ma in questo momento ho il cuore in gola, mi dia un minuto per respirare”. Gli adulti bravi capiranno. E infilati bene in testa questo: un brutto voto misura solo una brutta mattinata e una performance andata male, non definirà mai il tuo valore come persona. Mai.
Nipote: (Sorride leggermente) La lettera si chiude con una speranza, forse l’unica via d’uscita: «Forse si può imparare a conviverci, considerarla una persona che vive dentro di noi e che, con il tempo, va compresa». Penti che si possa davvero fare pace con l’ansia?
Nonno: (Sorride e gli mette una mano sulla spalla) Avete scritto una cosa di una saggezza immensa, dovreste insegnarla voi a noi. L’ansia non è un nemico da distruggere con la guerra, perché fare la guerra a se stessi lascia solo macerie. È una parte di te che ha solo tanta paura e va rassicurata. Immaginala così: l’ansia è come un passeggero un po’ troppo rumoroso e fastidioso seduto sul sedile posteriore della tua macchina. C’è, parla, fa rumore, ti mette pressione… ma alla guida ci sei tu. Con il tempo imparerai a guidare benissimo anche se lei continua a chiacchierare. Abbi pazienza con te stesso, il tempo ti darà le risposte che cerchi. E adesso, beviamoci questo caffè.
A cura di Maria Felicita Blasi


