Posted on

Pubblicato su Lo SciacquaLingua

I vocabolari dell’uso non registrano l’aggettivo ‘sospettevole’. Lo si cerca invano: non è attestato né nello Zingarelli, né nel Treccani, né nel Devoto-Oli. Eppure l’aggettivo esiste, è registrato, ha storia e significato propri. Lo lemmatizzano il GDLI e il Tommaseo-Bellini, che ne conservano la voce con la cura riservata ai lessemi non frequenti ma pienamente legittimi (il termine in oggetto si trova anche in alcune pubblicazioni). I dizionari dell’uso, invece, preferiscono sospettoso, che è comune, stabile, quotidiano. Ma i due aggettivi non sono sinonimi: la lingua li ha formati con suffissi diversi, e quei suffissi – -oso e -evole – raccontano due movimenti semantici distinti. Sarebbe bene, dunque, che i vocabolari dell’uso recuperassero questa coppia, perché la distinzione che custodisce è sottile, ma reale.

“Sospettoso” deriva dal latino suspectus, participio di suspicere, e porta con sé il valore attivo: chi sospetta. Il suffisso -oso è decisivo: indica una qualità interna, una disposizione mentale, un tratto che appartiene al soggetto e nasce dal soggetto. Gli aggettivi in -oso descrivono spesso un modo di essere che si manifesta come inclinazione: gelosopaurosopremuroso. Il suffisso non si limita a segnalare una caratteristica: la intensifica, la rende stabile, quasi strutturale. Così, una persona sospettosa vive in uno stato di vigilanza, interpreta gesti e parole come indizi di qualcosa che non torna, collega segnali, li amplifica, li trasforma in ipotesi. È un attributo che descrive un interno: un movimento mentale.

“Sospettevole” nasce come derivato analogico su base latina, ma si stabilizza nell’italiano antico con un valore che non è “passivo” in senso grammaticale: che si presta a suscitare sospetti. Il suffisso -evole indica una qualità che genera un effetto percepibile, un tratto che induce una reazione negli altri. Gli aggettivi in -evole hanno spesso questa direzione: notevole (che si presta a essere notato), spregevole (che si presta a essere disprezzato), piacevole (che si presta a essere percepito come piacevole). Il suffisso non descrive un’attitudine interna, ma una suscettibilità esterna: qualcosa che, per sua natura, produce un’impressione. Così, una persona sospettevole non sospetta: fa sospettare. C’è qualcosa nel suo modo di muoversi, di parlare, di esitare che sembra nascondere un secondo fondo. È un aggettivo che descrive un esterno: un’impressione.

La distinzione è tutta qui, ed è una distinzione di direzione. Nel primo caso il sospetto parte dal soggetto; nel secondo, nasce negli altri. La lingua, che è più fine di quanto sembri, ha conservato questa biforcazione senza mai confonderla. E la lessicografia storica la registra con coerenza: sospettoso è comune, frequente, neutro; sospettevole è meno diffuso, più letterario, più narrativo, ma pienamente legittimo.

Una curiosità filologica merita di essere ricordata: sospettevole è uno di quei lessemi che la lingua non ha mai davvero smesso di usare, ma che i dizionari dell’uso hanno smesso di vedere. È rimasto nei testi letterari, nei romanzi psicologici, nelle descrizioni di personaggi ambigui, nei ritratti morali. È un aggettivo che non si limita a dire: fa vedere. E proprio per questo meriterebbe di tornare nei vocabolari dell’uso, accanto a sospettoso, per restituire alla lingua quella finezza che la formazione morfologica aveva previsto fin dall’inizio.

A cura di Fausto Raso

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *