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Pubblicato su Lo SciacquaLingua

Ci sono espressioni, nella nostra lingua che, più di altre, sembrano custodire un piccolo segreto del passato. Motti che non si limitano a dire qualcosa, ma aprono una finestra su un mondo lontano, fatto di gesti, credenze e oggetti che oggi sopravvivono solo nei musei o nei libri di storia. Tra queste formule dimenticate, andare a veder le carline è una delle più affascinanti: un modo di dire che unisce la concretezza di una moneta medievale alla delicatezza di un rito funebre rinascimentale.

Per capirne il senso bisogna immaginare il portamonete di un uomo del Cinquecento. La carlina – o carlino – era una moneta d’oro o d’argento introdotta da Carlo d’Angiò alla fine del XIII secolo e rimasta in circolazione per secoli. Non è il suo valore economico, comunque, a interessarci: è il suo ruolo simbolico. In molte tradizioni antiche, infatti, due monete venivano posate sugli occhi del defunto: servivano a tenere chiuse le palpebre durante il “rigor mortis”, ma anche a pagare il pedaggio a Caronte, il traghettatore dell’Aldilà. Ecco allora che “vedere le carline” diventa l’ultima immagine – o l’ultima illusione- concessa a chi sta lasciando il mondo dei vivi.

Nel Rinascimento, quando la medicina oscillava tra intuizioni geniali e superstizioni ostinate, l’espressione si caricò di un’ironia amara. Bastava che un malato finisse nelle mani di un ciarlatano perché qualcuno commentasse: “Sta per andare a veder le carline.” Una frase che non aveva bisogno di spiegazioni: evocava la fine con una grazia che oggi abbiamo quasi dimenticato.

Eppure, proprio questa eleganza potrebbe renderla attuale. In un’epoca in cui il linguaggio tende a consumarsi rapidamente, schiacciato tra eufemismi stanchi e giri di parole, recuperare un’espressione come questa significa restituire peso alle immagini. “Andare a veder le carline” evita la crudezza, ma non scivola nella banalità; trasforma la fine di qualcosa – di una vita, di un progetto, di un’istituzione ormai al capolinea – in un passaggio quasi cerimoniale. E, soprattutto, incuriosisce. Chi l’ascolta si ferma, chiede, vuole sapere da dove arriva. È un piccolo invito alla scoperta, un modo per riportare la storia dentro la lingua di tutti i giorni.

Non è un caso, a questo proposito, che, parlando di espressioni preziose ma poco usate, venga spontaneo richiamare un’altra formula antica: mettere qualcosa in non cale. Significa relegarla all’irrilevanza, considerarla priva di importanza. L’origine è latina – in non calere, “non scaldare” – e indica ciò che non suscita interesse, ciò che si lascia da parte senza rimpianti. È proprio il destino che rischiano molti modi di dire storici: restare freddi, dimenticati, fuori dal nostro orizzonte linguistico.

Mentre espressioni come “restare al verde” sono entrate nel vocabolario comune, andare a veder le carline resta un gioiello per intenditori, un frammento di cultura che meriterebbe di non finire in non cale. Perché certe parole, quando tornano a circolare, illuminano più di quanto sembri.

A cura di Fausto Raso

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