Se vinci un duello combattendo lealmente, va bene. Ma se sei scorretto, questo non posso accettarlo (Gilles Villeneuve)
Cari Lettori, siamo stati testimoni di un tempo in cui la stretta di mano valeva quanto un contratto scritto, in Banca si veniva accolti dal sorriso di chi prendeva in consegna i tuoi soldi, in un ufficio postale si entrava per spedire qualcosa, era buona norma avere qualche spicciolo in tasca per una eventuale telefonata dalle cabine pubbliche ma nel quale, soprattutto, si amava iniziare il mattino col profumo della Moka…
L’otto maggio di 44 anni fa moriva Gilles Villeneuve, un pilota “guascone” che ci ha illuso del fatto che, con la forza del coraggio, saremmo riusciti a tenere testa a chiunque e che, chiunque, con l’impegno avrebbe potuto raggiungere qualsiasi risultato. Poi, abbiamo scoperto che (come intuì Seneca nelle sue “Lettere a Lucilio”) è inutile crearsi false speranze perché, gli Dei (o, comunque, coloro che detengono il Potere) decidono sempre senza consultarci.
Nel caso di Gilles, la disillusione arrivò da Enzo Ferrari che, pure, lo aveva accolto come un figlio. Probabilmente per il proprio carattere “difficile” non lo seppe difendere all’indomani del tradimento di Didier Pironi (seconda guida Ferrari) che, il 25 aprile 1982, a Imola, nonostante gli ordini di scuderia Ferrari che imponevano di mantenere le posizioni per risparmiare carburante, sorpassò Villeneuve all’ultimo giro, scippandogli la meritata vittoria.
Non puoi guidare una Ferrari senza metterci il cuore (Gilles Villeneuve)

Ecco Villeneuve… tenta l’attacco all’interno, il pubblico qui davanti a noi grida e si entusiasma perché Arnoux resiste e lo ripassa… C’è da dire che questo giovane pilota franco canadese (Villeneuve) sta dimostrando un coraggio leonino e una sensibilità di guida eccezionale per riuscire a tenere in strada la macchina all’esterno della curva, in un punto impossibile… Arnoux (con una Renault Turbo molto più potente) gli sta davanti ma lui non molla… anche se adesso ha avuto un attimo di cedimento e ha lasciato strada all’avversario che ha subito guadagnato quasi un secondo… il Gran premio di Francia sta per concludersi e il pubblico inneggia lo scudiero della Renault ma, un momento… Villeneuve sferra l’attacco in frenata… è riuscito a superare Arnoux! Eccezionale questo attacco di Villeneuve… una cosa incredibile come riesca a tenere in traiettoria la macchina anche a ruote bloccate! Ma Arnoux non ci sta, siamo al penultimo giro e i due si toccano e rischiano di uscire di strada! Tutto il pubblico è in piedi, di nuovo passa Villeneuve! Villeneuve riesce a mantenere la seconda posizione davanti ad Arnoux, in una corsa che va ricordata!
L’epico duello tra Gilles Villeneuve e René Arnoux si è svolto sul circuito di Digione-Prenois (Francia), in occasione del Gran Premio di Francia di Formula 1 disputato il 1º luglio 1979.
La battaglia a suon di sorpassi e controsorpassi per la conquista del secondo posto negli ultimi giri della corsa è considerata una delle pagine più memorabili e spettacolari di sempre nella storia dello sport automobilistico.
Il mondiale di quell’anno fu poi vinto dal compagno di squadra di Villeneuve, Jody Scheckter, il quale tagliò il traguardo molto più indietro rispetto ai due contendenti e che si ritirò alla fine della stagione successiva. A quel punto venne promesso a Gilles il ruolo di prima guida, accanto al nuovo compagno Didier Pironi e lui onorò quel compito alla sua maniera.
Io corro per vincere. Non mi interessa fare punti se non posso salire sul gradino più alto del podio (Gilles Villeneuve)
Il 23 giugno 1981, a Jarama 23 (periferia di Madrid) ci sono 41 gradi e non si respira. Villeneuve si trova con una macchina (la 126 CK, la prima monoposto turbo della Ferrari) abbastanza problematica e assai poco performante rispetto alla T4 del duello con Renè Arnoux.
Sfruttando la potenza del turbo per difendersi sui rettilinei e guidando con precisione millimetrica per non farsi passare nel misto, nonostante negli ultimi 18 giri si ritrovasse alle costole un gruppo di vetture molto più veloci, che lo pressavano costantemente, Gilles riuscì a mantenere la prima posizione fino alla bandiera a scacchi, scrivendo una delle pagine più epiche della storia della Formula 1.
Cari Lettori… ma cos’è un agone automobilistico e, soprattutto, perché (alla stregua del Tennis) a livello internazionale, viene più considerato del tanto osannato mondo del pallone?
Forse dipende dal fatto che il calcio esprime, nell’immaginario collettivo, l’equivalente di una “contesa dei poveri” (nonostante gli attuali faraonici ingaggi).
Infatti, quanti di noi, ragazzini del tempo che fu, ha rovinato scarpe e vestito “buono” colpendo qualsiasi cosa avesse una benché minima forma sferica, immaginando di poter assurgere (a costo zero) alla ribalta della cronaca e facendo storcere il naso, invece, alle ragazzine un po’ snob che ci consideravano soltanto dei bamboccioni sudaticci?
L’automobilismo, invece, nasce come sfida temeraria alle leggi della fisica ed evoluzione postmoderna delle giostre medievali.
Rappresenta, al tempo stesso, l’emblema di un gioco di squadra (la scuderia governata da strategia e passione) e la speranza di un binomio correttamente miscelato fra un pilota (cuore e cervello) e una macchina (purosangue da domare e condurre alla vittoria).
Una sorta di individualità nel complesso collettivo, insomma, in cui si fondono culture e derivati, sotto un’unica bandiera: quella della voglia di fare.
Se nell’Editoriale dedicato ad Ayrton Senna abbiamo parlato della “poetica del fanciullino” (di “Pascoliana” memoria), in Gilles Villeneuve potremmo intravedere una sorta di “Monello”.
Anzi, il rapporto fra Villeneuve e il Commendator Ferrari ricorda quello fra “Il Monello” e il “Vagabondo” nel celebre film con Charlie Chaplin.
Gilles, il “Monello” della Formula 1
Il Monello di Chaplin è un’anima pura ma indisciplinata, che vive di espedienti, rompe i vetri delle finestre per far lavorare il Vagabondo, non rispetta le regole stabilite dall’alto ma possiede un cuore immenso e una lealtà assoluta.
Gilles era esattamente così:
- Spaccava i semiassi, distruggeva i cambi, volava sulle tre ruote a Zandvoort. “Rompeva le finestre” della tecnica automobilistica, non per dolo, ma per quell’urgenza incontenibile di andare oltre.
C’è chi valutava Gilles uno svitato ma lui, con il suo ardimento e con la capacità distruttiva che aveva nel pilotare auto macinando semiassi, cambi e freni, ci ha insegnato cosa fare. È stato campione di combattività […] Io gli volevo bene. (Enzo Ferrari)
- Aveva l’aria scanzonata, quasi fanciullesca e una fisicità minuta che contrastava con la brutalità delle macchine che guidava.
Il Commendatore e il “Vagabondo”: un’adozione emotiva
Nel film, il Vagabondo (Charlot) trova il neonato per strada e, dopo l’iniziale tentazione di sbarazzarsene, lo adotta, diventando per lui un padre protettivo, burbero ma infinitamente tenero.
La dinamica tra Enzo Ferrari e Gilles è simbolicamente sovrapponibile:
- L’incontro fortuito: Ferrari “raccoglie” Villeneuve dal nulla (dalle corse in motoslitta in Canada) contro il parere di tutti, che vedevano in quel ragazzo solo un pericolo pubblico.
Quando mi presentarono quel piccolo canadese tutto nervi, riconobbi subito in lui il fisico di Tazio Nuvolari e mi dissi: Dagli una possibilità. (Enzo Ferrari)
- La complicità segreta: C’era un patto silenzioso tra i due. Ferrari, l’uomo cinico e distaccato che aveva perso il figlio Dino, trovava nella sregolatezza di Gilles la stessa linfa vitale che Charlot trovava nel Monello. Il Drake rimproverava Gilles per i suoi eccessi in pubblico, ma sotto i baffi sorrideva, perché quel “monello” incarnava il coraggio d’altri tempi che lui amava sopra ogni cosa.
Il finale tragico e la separazione
Nel film di Chaplin, le autorità tentano di strappare il Monello al Vagabondo in una scena straziante. Nella realtà della Formula 1, il dramma si consuma quando le “regole del mondo” (la cinica politica aziendale, il tradimento di Imola, l’ossessione del tempo sul giro) si mettono in mezzo.
Quando Gilles muore a Zolder, Enzo Ferrari perde il suo Monello. E proprio come Charlot che rimane solo a guardare la porta della casa vuota, il Grande Vecchio di Maranello passerà gli ultimi anni della sua vita circondato dai ricordi, ammettendo che nessuno avrebbe mai più occupato quel posto speciale nel suo cuore.
Ma torniamo a Imola (pista di “grandi drammi”)
La gara si corre in un clima teso: la maggior parte dei team inglesi boicotta il gran premio per uno scontro politico con la federazione. Sulla griglia di partenza si schierano solo 14 vetture.
Dopo il ritiro della Renault di René Arnoux, le due Ferrari di Villeneuve e Pironi si ritrovano a dominare la corsa in solitaria con un enorme vantaggio sugli inseguitori.
Per evitare inutili rischi e risparmiare carburante e freni, dal muretto box della Ferrari viene esposto un cartello chiarissimo: “SLOW” (Rallentare).
Secondo una prassi consolidata quel cartello significava “congelare le posizioni”. Gilles era in testa e quindi la vittoria spettava a lui: Pironi avrebbe dovuto scortarlo fino al traguardo.
All’ultimo giro, convinto che il compagno rispetti le gerarchie, il Canadese non difende la traiettoria alla curva del Tamburello. Pironi si infila con violenza, gli ruba la prima posizione e va a vincere il gran premio.
Il podio della rabbia
L’atmosfera sul podio di Imola è spettrale, una delle immagini più celebri della Formula 1
- Didier Pironi festeggia sollevando la coppa con un sorriso radioso.
- Gilles Villeneuve è visibilmente furioso.
Cercatevi un altro pilota. Ho fatto il poliziotto tutta la vita per Scheckter e per la Ferrari, e oggi mi hanno derubato. (Gilles Villeneuve)
La reazione di Enzo Ferrari dopo il Gran Premio di Imola del 1982 fu fredda e, per Gilles Villeneuve, profondamente dolorosa. Il “Drake” si trovò diviso tra il suo amore filiale per Gilles e la sua rigida filosofia aziendale, secondo la quale il bene della Ferrari veniva prima di qualsiasi pilota.
Il giorno successivo alla gara, Villeneuve cercò un confronto telefonico e personale con Enzo Ferrari, aspettandosi che il costruttore condannasse duramente il comportamento di Didier Pironi. La risposta del Drake, riportata storicamente dai collaboratori dell’epoca, fu una doccia fredda:
Sai Gilles, dopo mila ore di discussioni, la cosa fondamentale è che ieri ha vinto una Ferrari.
Riconoscendo lo stato di totale isolamento e la rabbia cieca in cui era sprofondato il suo pupillo, nei giorni precedenti il Gran Premio di Zolder Enzo Ferrari provò a intervenire privatamente per ricucire il rapporto tra i due piloti. definendo Pironi e Villeneuve come “due figli che avevano litigato”.
Il 2 marzo 2012 il mondo perdeva un uomo straordinario: Lawrence Anthony.
Non era una persona qualunque, ma un appassionato difensore della natura con un dono che sembrava sfidare la logica: riusciva a comprendere gli elefanti. Sapeva calmare gli esemplari più aggressivi, parlava loro senza usare parole e loro, semplicemente, lo ascoltavano. Grazie a questa dedizione assoluta, salvò decine di giganti della savana che molti consideravano ormai impossibili da recuperare. Per quel branco, Lawrence non era solo un uomo: era il guardiano, il protettore.
Ciò che accadde appena dodici ore dopo il suo ultimo respiro, però, superò i confini della realtà per commuovere il mondo intero. Senza che nessuno li chiamasse, liberi da ogni segnale o richiamo umano, gli elefanti che aveva salvato iniziarono a convergere verso la sua casa. Uno dopo l’altro.
Camminarono per oltre dodici ore consecutive pur di arrivare da lui. Una volta giunti, si fermarono davanti alla sua abitazione in un silenzio irreale. Rimasero immobili per due giorni interi, senza emettere un suono, immersi in un lutto profondo che solo le leggi segrete della natura possono comprendere.
Il giorno seguente la meraviglia si fece ancora più grande con l’arrivo di un secondo branco. Calcolando i tempi e la distanza percorsa, emerse un dato sconvolgente: quegli animali si erano messi in marcia nell’istante esatto in cui il cuore di Lawrence aveva smesso di battere. Avevano attraversato chilometri di terra selvaggia solo per salutare l’uomo che aveva restituito loro la dignità e la vita.
La scienza ci ricorda che gli elefanti sono tra i pochissimi esseri viventi capaci di elaborare il dolore della perdita; piangono i propri simili, ne vegliano i resti e non dimenticano mai. Quel giorno, tuttavia, dimostrarono qualcosa di ancora più profondo: la capacità di percepire, anche a chilometri di distanza, lo spegnersi di un’anima amata.
Come abbiano fatto a saperlo resta un mistero inspiegabile. La loro presenza silenziosa fu una testimonianza solenne: il promemoria che i legami autentici non conoscono confini, distanze o linguaggi. Per qualche istante, la barriera biologica tra uomo e animale si sgretolò, lasciando spazio alla forma più pura e assoluta di rispetto e amore.

ll tentativo di mediazione del Drake fu inutile. Chi voleva davvero bene a Gilles, chi lo conosceva nell’anima, si accorse di un dettaglio agghiacciante nei giorni successivi a Imola: quel ragazzo solare e pieno di vita era morto dentro ancora prima che la sua Ferrari decollasse a Zolder.
Gli era stato strappato il bene più prezioso: la fiducia incrollabile nell’amicizia e la certezza di essere protetto dalla sua “famiglia” da corsa.
A Zolder corse solo l’involucro di un uomo ferito a morte, guidato da una rabbia cieca. Quando il corpo si arrese al destino, l’anima se n’era già andata da tempo, lasciando un vuoto pneumatico nel cuore di chi restava.
Ci sono ferite invisibili che gli esseri umani faticano a decifrare, e legami spezzati che inviano vibrazioni di dolore capaci di attraversare il tempo e lo spazio. È una forma di percezione pura, un sesto senso profondo che la nostra razionalità spesso ignora, ma che si manifesta con forza devastante quando l’uomo si connette intimamente con la parte più pura e misteriosa della natura.
La tragica scomparsa di Gilles spezzò qualcosa dentro l’anziano fondatore della Ferrari che lo aveva adottato emotivamente come un secondo figlio dopo la perdita prematura di Dino
Il mio passato è segnato dal dolore… Guardo indietro e vedo i volti dei miei cari, e tra loro vedo lui. (Enzo Ferrari)
Che si tratti di un vecchio costruttore che scruta il vuoto di un box Ferrari, accorgendosi troppo tardi di aver lasciato morire lo spirito del suo pilota “monello”, o di un branco di pachidermi che si mette in marcia nella savana per intuito spirituale, la verità resta la stessa. Chi ama davvero percepisce l’assenza prima ancora che la scienza la dichiari. Ci sono uomini che lasciano un’impronta così profonda da far vibrare l’universo al loro ultimo respiro: Gilles con la sua velocità disperata, Lawrence con il suo silenzioso amore. Entrambi immortali nella memoria di chi, anche da lontano, ha saputo ascoltare il loro cuore
Nello sport contano le vittorie. Ma perché di un atleta o di uno sportivo resti il ricordo ci vuole “altro”.
Ci sono atleti che hanno vinto nel loro campo moltissimo e dopo qualche tempo il nome resta solo negli aridi annuari a futuro ricordo (o a futura dimenticanza?).
Quel che conta per le generazioni future è, oltre alla vittoria (o alla mancata vittoria) un “quid” che accende la fantasia e perpetua il ricordo.
Ad esempio, Dorando Pietri sta per vincere la maratona della Olimpiade di Londra (1908) ma negli ultimi metri comincia a barcollare e un giudice di gara e un medico, spinti da naturale generosità, lo sorreggono finché non passa il traguardo.
Una foto dell’epoca rende eterna la scena e tuttora figura su libri e giornali che riguardano quegli anni. A norma di regolamento venne squalificato.
La scena commosse il mondo e tuttora Dorando Pietri viene ricordato.
Chi ricorda il nome di chi ha vinto la gara, dopo la squalifica di Pietri?
Nessuno.
L’automobilismo è uno sport che ha, sostanzialmente, un secolo di vita. Parecchi i corridori che sono nella memoria degli appassionati. Ma in testa, come abbiamo ricordato all’inizio di questo lavoro, vi sono Ayrton Senna e Gilles Villeneuve.
Il tifoso e l’appassionato premiano qualità più complessive. Ad essi in sostanza interessano poco i “ragionieri” delle vittorie. Loro amano altro e, come canta Pindaro nella Prima Olimpica, adorano “velocità, forza e ardimento”.
Se è destino morire perché trascorrere, dall’inizio alla fine, una vita opaca per giungere vecchi nell’anonimato senza aver conosciuto brividi di bellezza? Adesso mi si offre una prova, un’occasione: mi butto… e aiutami per la vittoria.
Ma, cari Lettori, nella realtà delle corse (e della vita), la Ragion di Stato calpesta qualsiasi Dignità. Per questo motivo, probabilmente guidò talmente forte da decollare sulla ruota di Jochen Mass finendo sbalzato fuori dall’abitacolo. Non piegò mai la testa, Villeneuve. Morì per la frattura delle vertebre cervicali contro i paletti di cemento della pista di Zolder.
Qualche anno dopo la morte, il suo nome è diventato protagonista in lavori musicali di qualità.
Claudio Lolli gli dedicò nel 1983 una canzone intitolata, appunto, “Villeneuve”.
Nell’album, accanto a questa canzone, ce n’è un’altra, “Formula Uno”, il cui testo fu scritto dal grande poeta Roberto Roversi.
Nel 2022, Cisco e il gruppo Bandabardò gli dedicarono, in un album, il brano “Gilles”.
Cari Lettori Perché resti perpetuo un nome, c’è bisogno della poesia e delle altre arti.
È la poesia che vince di mille secoli il silenzio (Foscolo).
Villeneuve
Villeneuve mi dicevano
Era venuto dal Canada
E aveva lasciato per scherzo
Nella pancia della madre
Dieci o venti centimetri
Inutili e assassini
Che non servono a nulla nella vita
Ai piloti e neanche ai fantini
Perché i piloti per esempio
Sanno di essere
Per metà uomini
E per metà macchine
E per questo certo sono
Più uomini degli altri
Ma certamente
Certamente molto più macchine
Infatti non parlano mai del nostro meraviglioso futuro
E invece si ostinano come dei divertenti diavoli sconfitti
A cercare il centro del diamante più duro, la velocità
Che tante volte uno per uno li ha decorati e poi trafitti
Villeneuve è un ragazzo sposato che ama molto scherzare
Con il volante in mano già molte volte è arrivato
A vedere la lama che sbuccia la vita dalla morte
Mentre gli spettatori accendono la tivù
E l’autodromo si prepara ad un rischio in più
Ad un rischio più forte
Villeneuve piomba nell’aria
L’aria lo ha rivoltato
Come un animale nobile
Arrivato al macello
Mentre il pubblico delle prove
Ha un brivido a metà
Tra la colpa e il piacere
Per qualche cosa di bello
Che è bello sapere che siamo delle bestie imperfette
E un poco del meglio che forse possiamo fare
È baciare le ragazze e poi, e poi tenerle strette
E poi amare molto Villeneuve e imparare a guidare
“I morti non sono degli assenti, sono degli invisibili che tengono i loro occhi pieni di luce nei nostri pieni di lacrime.”(Sant’Agostino)

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”


