Posted on

 Mente e dintorni è una rubrica (nata da una fortunata serie televisiva) che ci porta a curiosare nei meandri della nostra personalità, per scoprirne i segreti e capire i motivi per cui compaiono i disturbi e, ovviamente, prendere rimedio.

Perché, conoscersi, comprendersi e (soprattutto) accettarsi per potere (infine) cambiare, aiuta a vivere meglio.

Le cose che possiedi finiscono per possedere te. (Chuck Palahniuk)

Partendo da questa riflessione, proviamo a chiederci: “Cosa accade quando il nostro spazio vitale smette di essere un rifugio e diventa un magazzino dell’anima?”

Nella scorsa puntata abbiamo visto come l’ansia ossessiva possa accanirsi sul corpo, attraverso la manifestazione del disturbo di dismorfismo; oggi spostiamo lo sguardo sugli oggetti che ci circondano e da cui non riusciamo a separarci.

In questa puntata, la numero 132, proseguiamo il nostro viaggio nell’area ossessiva occupandoci di un disturbo spesso silenzioso ma travolgente: la disposofobia, o disturbo da accumulo.

Abbiamo già affrontato questo argomento in uno specifico articolo di approfondimento ma proviamo a “entrare” nel problema seguendo la stessa modalità delle puntate realizzate finora.

Un posto per ogni cosa, e ogni cosa al suo posto. (Samuel Smiles)

Ma cosa succede quando il “posto” scompare sotto il peso delle “cose”?

La Disposofobia: Il Muro di Oggetti

In questo caso, l’ossessione abbandona la superficie della pelle per riversarsi nel mondo materiale. La persona prova un bisogno compulsivo di conservare oggetti, anche di nessun valore, e vive un’angoscia intollerabile al solo pensiero di gettarli. Non è semplice disordine, né collezionismo: è un assedio fisico dello spazio domestico. In chiave psicodinamica, l’accumulo non riguarda la “roba”, ma la difficoltà a elaborare la perdita e, quindi, il lutto che ne consegue.

Scendendo un po’ più in “profondità”…

Secondo le teorie psicoanalitiche e psicodinamiche, la disposofobia si sviluppa attraverso alcuni meccanismi chiave:

  • Spostamento e Identificazione: L’oggetto subisce uno spostamento simbolico: non è più una cosa inanimata, ma diventa una parte del Sé. “Gettare via quella scatola” equivale a “gettare via una parte di me”. L’oggetto riempie un vuoto identitario; più cose possiedo, più mi sento ‘esistente’.
  • Difesa dal Vuoto (e dall’Abbandono): L’accumulo funge da barriera protettiva. Le pile di oggetti creano un confine fisico invalicabile tra il soggetto e il mondo esterno, proteggendolo dalla paura del vuoto interiore o dal timore di essere abbandonato. Se sono circondato da oggetti che “non mi lasceranno mai”, mi sento meno solo.
  • La Memoria Esternalizzata: Spesso l’accumulatore fatica a integrare i ricordi internamente. L’oggetto diventa la “memoria fisica”: “Se perdo questo scontrino, perderò il ricordo di quel giorno”. È un tentativo disperato di fermare il tempo e di negare la transitorietà della vita.

Il Simbolismo dell’Oggetto

Anche la tipologia di accumulo può avere un significato simbolico:

  • Giornali, documenti: Spesso legata al bisogno di controllo razionale e alla paura di perdere informazioni vitali; può simboleggiare il desiderio di trattenere la “conoscenza” per non sentirsi impreparati di fronte alla vita.
  • Oggetti (“Rotti/Da riparare”): Rappresentano simbolicamente la speranza di poter riparare parti di sé percepite come danneggiate; “Non lo butto perché potrebbe ancora servire” (nasconde il desiderio: “Non buttatemi via, posso ancora valere qualcosa”).

Conclusioni e Terapia

Abbiamo compreso che la disposofobia non è un problema di “spazio” ma di “legami”. L’accumulatore non sta conservando oggetti, sta cercando di trattenere parti della propria vita che teme di smarrire per sempre.

La terapia psicodinamica interviene per aiutare la persona a non aver più bisogno di quel “muro” di protezione. Si lavora non per svuotare le stanze ma per riempire i vuoti emotivi che quegli oggetti tentano inutilmente di colmare. L’obiettivo è quello di elaborare la capacità di ‘lasciare andare’, comprendendo che la nostra identità e i nostri ricordi risiedono dentro di noi e non nella materia che ci circonda.

Solo quando impariamo a tollerare la perdita, possiamo tornare a muoverci liberamente nel nostro spazio, trasformando la casa da un magazzino di fantasmi a un luogo per i vivi.

Possiamo salutarci con un pensiero di Antoine de Saint-Exupéry che ci ricorda dove risiede il vero valore:

L’essenziale è invisibile agli occhi.

Con la speranza e l’obiettivo di essere stato utile per conoscere sempre meglio chi incontriamo (soprattutto quando ci guardiamo allo specchio, questa volta, con maggiore benevolenza), vi do appuntamento alla prossima puntata nella quale concluderemo il confronto con “i Volti dell’Ossessione” occupandoci di tricotillomania e dermatillomania

Questo video riassume, semplificandoli, i contenuti finora espressi

Buona “degustazione”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *