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Il popolo Napoletano una volta, non era così, aveva il culto del risparmio! Mia madre, per esempio, conservava tutto! Non buttava via mai niente! Non so, per esempio, truava nu muzzone ‘e na candela? Se lo conservava. Truava uno spago corto corto che, un altro lo avrebbe buttato via…Mamma’ no! Mamma’ lo metteva da parte, lo conservava! Magari lo metteva in una scatola dove sopra scriveva “Spaghi troppo corti per essere usati”, (Luciano de Crescenzo: Così parlò Bellavista)

INDICE

DEFINIZIONE

Il termine disposofobia significa letteralmente “paura di buttare” (dall’Inglese to dispose, “gettare”, e dal Greco phóbos, “panico”, “paura”)

Tale “disordine del comportamento” (Hoarding Disorder), viene anche descritta come Sillogomania, Accaparramento Compulsivo, Accumulo Patologico, Mentalità Messie, Sindrome di Collyer)

DI COSA STIAMO PARLANDO: COS’È LA DISPOSOFOBIA

Come spiega Giovanni Armando Costa (tecnico della prevenzione per il Servizio di Igiene e Sanità Pubblica di Ats Milano), “la disposofobia (conosciuta in ambito clinico come Hoarding Disorder) è un disturbo caratterizzato dall’accumulo continuativo di oggetti (acquistati o raccolti) anche insignificanti e, spesso, deperibili e dalla contestuale incapacità di eliminarli in virtù della possibilità di un loro ipotetico utilizzo futuro.  Questa “attitudine” può fare accumulare ogni sorta di materiale (finanche alimenti deteriorati) riposto in scatole o sacchetti di plastica o abbandonato alla rinfusa fino a riempire completamente i locali rendendo difficile aprire la porta d’ingresso, entrare o uscire di casa. Nei casi più gravi gli accumulatori seriali rovistano negli immondezzai, tra la spazzatura, alla ricerca di oggetti che considerano validi e li trasportano in casa già contaminati da parassiti”.

L’enorme quantità di oggetti accumulati determina, sovente, un pericolo per la salute e la sicurezza dei conviventi e dei vicini di casa chi vive in casa o vicino. La storia dei fratelli Collyer, il primo caso documentato di hoarding Disorder (da cui, il nome Sindrome di Collyer) che nel 1947 morirono nella loro casa di New York sotto 130 tonnellate di materiale di ogni genere, può fornire un’idea della problematicità.

Gli autori Frost e Hartl (nel 1996) stilano le caratteristiche dell’accumulatore seriale:

  • Accumula oggetti senza riuscire a disfarsene;
  • conserva un gran numero di beni inutili;
  • dispone di spazi vitali completamente occupati da quello che accumula;
  • crea disagio significativo con l’enorme quantità di oggetti ammassati;
  • manifesta ritrosia a restituire oggetti presi in prestito

Qualche altro autore, distingue tre tipologie di accumulatori seriali  (chi non sa distinguere quali oggetti andrebbero trattenuti e quali, invece, andrebbero “dismessi”; chi, invece, sa operare tale distinzione ma, ugualmente, non riesce a disfarsi di nulla; chi “accumula” animali (soprattutto randagi) e ha trovato concomitanze con altri disturbi (Depressione Maggiore; disturbi d’Ansia con Fobia Sociale e Ansia Generalizzata; disturbo Post Traumatico da Stress; disturbi di controllo degli impulsi; sindrome da Deficit dell’Attenzione e Iperattività:  disturbi di personalità di tipo dipendente, evitante e borderline)

RISPETTO AL DOC (DISTURBO OSSESSIVO COMPULSIVO)…

A differenza di quanto stabilito precedentemente (con il DSM IV -TR) con la nuova edizione del Manuale dei Disturbi Mentali (DSM 5) il disordine del comportamento di tipo disposofobico ha assunto una dimensione autonoma di osservazione clinica.

La fenomenologia apparentemente simile è sostanzialmente diversa e, grazie ad una famosa pubblicazione di Frost & Hartl del 1996, per la prima volta è stata data una definizione operativa del disturbo,  

Una delle caratteristiche peculiari dei soggetti con disposofobia è un forte attaccamento nei confronti delle cose che posseggono attuando, di fatto, una sorta di identificazione proiettiva e vivendo, quindi, tutto ciò che li circonda come parte della propria identità da “difendere”. Arrivando, come secondo un concetto ilozoistico, a pensare che le cose inanimate abbiano dei veri e propri sentimenti. Lo sbarazzarsi di qualcosa,  equivale a una vera e propria esperienza di lutto

Il paziente ossessivo-compulsivo, invece, anche nei casi in cui manifesti una sintomatologia di accumulo, è difficilmente interessato al valore intrinseco dell’oggetto. Potrebbe, per esempio, essere condizionato da fattori superstiziosi all’idea di disfarsene, con pensiero di tipo “magico” (processo mentale in cui le associazioni tra un soggetto e un oggetto non rispondono ad una relazione logica di causa-effetto) del tipo: “Se mi disfo di un oggetto che ho con me, accadrà qualcosa di negativo ad una persona cui tengo…”

DAL PUNTO DI VISTA NEUROLOGICO…

Uno studio condotto dalla Yale University School of Medicine, pubblicato nel 2012 su Archives of General Psychiatry, ha mostrato come i soggetti con disturbo da accumulo presentino differenze fondamentali, rispetto a pazienti ossessivo-compulsivi e adulti (cosiddetti) “normali”, sia nella corteccia cingolata anteriore, associata alla rilevazione di errori in condizioni di incertezza, sia nell’insula mediale e anteriore, legata alla valutazione del rischio e dell’importanza degli stimoli e alle decisioni emotivamente cariche.

CONDIZIONI PSICOLOGICHE CHE “MANTENGONO” IL DISTURBO

  • Difficoltà in alcune funzioni base (categorizzazione, pianificazione, decisione, memoria)
  • Particolare attaccamento emotivo e affettivo ai propri beni
  • Bisogno di mantenere il controllo sui propri beni (che debbono restare, quindi, sempre nella stessa posizione)
  • Preoccupazione di dimenticare alcune cose (e gli oggetti possono venire usati come promemoria visuale)
  • Stress emotivo connesso all’eliminazione

Come riportato in riviste specializzate, “circa la diffusione del disturbo numerosi studi collocano la disposofobia come presente tra il 2 e il 5% della popolazione generale, una percentuale significativamente più alta rispetto all’incidenza di altri disturbi come il disturbo ossessivo compulsivo, il disturbo di panico e la schizofrenia. La tendenza all’accumulo spesso inizia durante l’infanzia o l’adolescenza, ma di solito tende a peggiorare con l’aumento dell’età”.

IL SENSO DELL’IMMAGINE DI COPERTINA: “LA PATOLOGIA DEL VUOTO NELLA VISIONE PSICODINAMICA”

Fin dal 1996 gli autori Frost & Hartl hanno proposto un pregevole modello cognitivo-comportamentale per affrontare il problema della disposofobia.

Volendo analizzare la situazione con un taglio di tipo psicodinamico, è necessario osservare cosa ci accade, fin da bambini, per capire in che modo si “organizza” (o si struttura) la personalità e quale sarà il suo funzionamento.

La particolare immagine proposta come illustrazione dell’articolo (tratta dal film “Così parlò Bellavista”, prodotto, diretto e interpretato da Luciano de Crescenzo nel 1984) basterebbe da sola, a spiegare, se socchiudessimo gli occhi e contattassimo la nostra interiorità più profonda (quella dove albergano i ricordi di quando, bambini abbiamo tentato di vincere la paura dell’abbandono con la maschera di un lupo cattivo, una volta divenuti adulti ma rimasti immaturi…), il concetto di paura che diventa angoscia, di fronte ad un realtà che sembra troppo difficile da affrontare, nonostante le piccole candele ad illuminare il buio…

ANGOSCIA, quindi…

Quand’è che sperimentiamo l’incontro con questo “ingombro” emotivo?

  • nel momento in cui capiamo di doverci assoggettare anche a quello che non ci piace ma che, in fondo, non potrebbe essere diverso (e si chiama ANGOSCIA DI CASTRAZIONE);
  • ogni volta che sentiamo il peso di ritrovarci da soli e non siamo preparati ( e prende il nome di ANGOSCIA ABBANDONICA);
  • allorquando avvertiamo la paura di non potercela fare e ci sentiamo “persi” oltre ogni limite (e gli esperti la chiamano ANGOSCIA DI FRAMMENTAZIONE).

“Il mio pianto è un grido dell’anima che spezza le vene e altera i sensi… un pianto dignitoso che soffoca i pensieri. Non riesci più a capire chi sei… Vivi ore in un oblio di niente, sconfortato dal tutto che è al di là di una porta aperta e inattraversabile… Un sibilo ti spezza le orecchie: è un suono leggero per chi ascolta da fuori ma, dentro, è come un urlo che rimbomba nel cuore. Questo è il pianto di chi è solo, con la testa sotto il cuscino, senza incrociare con gli occhi la finestra… strane idee mi girano da troppe ore per la testa”.

Lo psicoanalista Paul Claude Racamier ha spiegato nel suo “Il genio delle origini” ha spiegato che esistono due pungiglioni della Psiche, che sono l’angoscia e il lutto: l’uno la ferisce quanto l’altro ma entrambi le sono indispensabili come via verso l’autonomia.

L’angoscia riguarda l’Io (Componente fondamentale del nostro Inconscio, capace di: mediare tra la ricerca del piacere, il blocco morale e la realtà consentendoci un buon esame della realtà stessa; creare una adeguata immagine di sé; orientarci correttamente sul piano spazio temporale; consentirci una capacità di giudizio per il controllo delle pulsioni, la tolleranza delle frustrazioni e la “gestione” dei conflitti interiori.) mentre il lutto riguarda l’interazione con gli altri.

“Per essere ancora più concisi, potremmo dire che il lutto originario costituisce la traccia ardua, viva e durevole di ciò che si accetta di perdere come prezzo di ogni scoperta” (P. C. Racamier)

LE RELAZIONI OGGETTUALI

Alcuni grandi Autori della Psicodinamica (fra cuiMelanie Klein, Donald Winnicot e John Bowlby) superando alcuni aspetti prettamente Freudiani, hanno immaginato l’essere umano come capace, sin da subito, di mettersi in relazione con gli altri e, attraverso l’interiorizzazione delle esperienze ottenute da queste relazioni, si formeranno delle strutture intrapsichiche chiamate da Bowlby Modelli Operativi Interni, i quali consentiranno di crearsi un’immagine di se stesso e delle relazioni future che lo accompagneranno per tutta la vita.

Cosa accade, durante il nostro percorso di crescita?

APPENA USCITO DAI CAMBIAMENTI DELLA NASCITA: LA SIMBIOSI CON LA MADRE

il neonato entra, con la madre, in una intensa relazione che serve (almeno all’inizio) a mantenere un accordo perfetto nel quale, insieme (madre e bambino), è come se si calassero nelle acque “amniotiche” di un lago senza increspature.

Tutto ciò mira ad escludere (o a ridurre fortemente) le tensioni che provengono dal mondo interno e le stimolazioni che arrivano dall’esterno, capaci di intorbidire questo rapporto idilliaco (serenità narcisistica ideale) che non cerca e non vuole differenziazioni (foriere di separazioni) e che crea una simbiosi fra i due (madre e bambino).

DA ZERO A DODICI MESI DI VITA: FASE “ORALE”

In questa fase, il bambino (con l’introiezione, dal momento che porta tutto in bocca) è come se si “unisse” agli oggetti che lo circondano. Se qualcosa dovesse interferire con questa naturale “esplorazione del mondo”, si creerebbero dei blocchi psicologici (per inibizione ad “aprirsi” all’esterno) che potrebbero creare una condizione di passività (per frenare l’angoscia) capace di portare verso situazioni di dipendenza (alcolismo, tabagismo) o di discontrollo pulsionale (logorrea, bulimia)

DA DICIOTTO A TRENTASEI MESI DI VITA: FASE “ANALE”

È questo il momento in cui il bambino comincia a dare importanza al rapporto con le proprie “emissioni” fecali che vive come qualcosa di sé che va via da sé, lasciando un “senso di vuoto”.

In base a come si relazionerà con i genitori:

  • inizierà la sperimentazione del principio di autonomia (“controllare” il momento dell’evacuazione senza più bisogno dei pannolini) perché, attraverso l’autocontrollo si crea lo spazio di AUTONOMIA e AUTOAFFERMAZIONE
  • oppure (per esempio in caso di eccessivo disinteresse genitoriale) vivrà male il momento in cui ancora si accorge di non controllare la situazione e, da grande, potrà manifestare (sul piano caratteriale/comportamentale) disordine e senso di irresponsabilità;
  • o, in alternativa, (per esempio, n presenza di genitori un po’ troppo ossessivi) produrrà, nel tempo, una “fissazione ritentiva ossessiva” con la tendenza ad un eccessivo controllo e ordine.

DA TRE A SEI ANNI DI VITA: fase del “complesso di Edipo” in cui entra in scena, prepotente, la figura del “Padre”

A proposito di Padre (e di frustrazioni costruttive), la Psicoanalisi ha celebrato questo “ruolo” (o, per meglio dire, “funzione” che, in quanto tale è priva di connotazione di “genere” ma è fondamentale e complementare a quella materna) attraverso il meccanismo Edipico, ben sintetizzato dai “tre tempi” di Jacques Lacan.

Il primo tempo, della confusione simbiotica fra Madre e Bambino, con la prima che tende (simbolicamente) a voler riportare dentro di se’ il figlio e, quest’ultimo che la vorrebbe (altrettanto simbolicamente) “vampirizzare”…

Il secondo tempo, dell’apparizione traumatica e “interdittiva” della parola del Padre, che (simbolicamente) “risveglia” la diade madre – bambino dal “sonno incestuoso” con due “moniti” ben chiari: uno rivolto alla Madre (“Non puoi divorare il tuo frutto!”) e uno rivolto al figlio (“Non puoi tornare da dove sei venuto!”) che non mortificano tale relazione ma la liberano da perversioni incestuose…

Il terzo tempo, della “donazione” paterna, che si pone a cavallo fra il “Desiderio” e la “Legge” rendendo possibile, nel figlio, la reazione di binari di regole non imposte ma capite e accettate

La parola paterna, però, non gode di un’autorità autonoma ma necessita di un riconoscimento autorevole della madre che la valida (o meno) attraverso come la spiega al proprio figlio.

In assenza dell’impronta paterna, il figlio avrà difficoltà a capire e accettare le regole sociali e vivrà, perennemente in conflitto, “subendole” o “contestandole”

FASE DELLA LATENZA (FINO ALL’ADOLESCENZA)

Momento di apertura al mondo esterno, con meccanismi che conducono verso nuove “mete”…

FASE DELL’ADOLESCENZA

Preparazione alla maturità dell’adulto, attraverso la fase dei conflitti intergenerazionali che predispongono ad un maggior investimento emotivo verso il mondo esterno e che determina una specie di consuntivo globale per la strutturazione e la “cristallizzazione” della personalità, nelle sue caratteristiche fondamentali, sul piano dell’Organizzazione e del suo funzionamento

Da questa sintesi delle tappe evolutive ci siamo potuti rendere conto di quanto sia delicato e complesso quello che, ad una visione superficiale, sembrerebbe semplice e naturale.

COME DOVREMMO ESSERE, PER ESSERE “NORMALI”?

Potremmo partire con la riflessione di Jean Bergeret:

Veramente “sano” non è semplicemente colui che si dichiara tale, né tanto meno un malato che si ignora come tale… Veramente sano è un soggetto che conserva in sé i limiti della maggior parte della gente e che non ha ancora incontrato difficoltà superiori al suo bagaglio affettivo e alle sue facoltà personali difensive o adattive… Veramente sano è colui che si permette un gioco abbastanza elastico della ricerca del piacere e del senso di responsabilità, sia sul piano personale che su quello sociale, tenendo in giusta considerazione la realtà e riservandosi il diritto di comportarsi in modo apparentemente aberrante in circostanze eccezionalmente “anormali”.

Se volessimo essere un po’ più semplici e sintetici, potremmo rifarci al concetto espresso da P.C. Racamier

“La capacità di un amore empatico, di godere del piacere e di sopportare il sentimento di lutto costituiscono le condizioni di qualunque sanità psichica”

Prendendo in considerazione le indicazioni di Giovanni Russo, ideatore del modello psicologico Pragmatico Eclettico Analitico e fondatore della Scuola di Formazione in Psicoterapia ad Indirizzo Dinamico (SFPID) potremmo concludere che sarebbe necessario aver raggiunto una adeguata autostima (applicandosi con serietà al proprio lavoro, cercando di camminare sul sentiero della maturità, rendendosi conto della validità che il proprio operato rappresenta all’interno della Società in cui si vive, migliorando se stessi con costanza) e una corretta autoaffermazione (con la capacita di assorbimento e metabolizzazione delle frustrazioni, adattamento ed integrazione, assenza di conflitti permanenti, corretta gestione del proprio tempo vitale. capacità di donare e ricevere amore nella giusta misura, ridimensionamento dell’attaccamento ai beni materiali, capacità di utilizzo adeguato delle esperienze di vita vissuta).

Partendo dal famoso slogan dell’ex Ospedale Psichiatrico di Trieste (“da vicino, nessuno è normale”) quale che sia il nostro intendimento di “accettabilmente nella norma” secondo un principio di Logica pragmatica, molto dipende, come abbiamo notato più volte in questo lavoro, da quanto abbiamo imparato a saperci rapportare con l’angoscia che, come abbiamo già visto, è un ancestrale compagno di viaggio, come spiegato abbastanza bene da Melanie Klein

SCISSIONE, POSIZIONE SCHIZOPARANOIDE, ANGOSCIA

Secondo Melanie Klein, quello della scissione (che lei paragona alla “posizione psicologica schizoparanoide) è un meccanismo fondamentale nello sviluppo psichico infantile. Durante l’allattamento (e, quindi, nel periodo in cui fra madre e figlio si crea un rapporto di massima simbiosi), il bambino di pochi mesi percepisce il seno come primo oggetto d’amore che incontra e indispensabile fonte di nutrimento, vivendolo come un simbolo di onnipotenza, a volte “sadico”.

Infatti, il seno (che, per il bambino, è un corpo a sé sganciato dalla propria madre) è in grado di appagare il bisogno alimentare del bambino ma, anche, di frustrarlo, ad esempio non rispettando il continuo disagio dettato dai ritmi della fame del piccolo.

In questo contesto, la scissione opera una fondamentale separazione delle qualità gratificanti (buone) del seno da quelle frustranti (cattive), per incoraggiare il bambino a ricercare il seno malgrado le esperienze sgradite che lo riguardano.

Siccome questo meccanismo “di difesa” dall’angoscia, determinerà una sorta di abitudine consolidata che porterà a considerare ogni relazione e ogni interazione totalmente buona o totalmente cattiva, il corretto esempio educativo genitoriale e sociale, dovrà aiutare ad accettare l’idea che, in ogni evento (così come in ogni persona) coesistono elementi frustranti e gratificanti e che, per sapersi relazionare, si dovrà prendere (e, possibilmente, anche dare) quello che c’è di buono, evitando il negativo.

Nel momento in cui si ottiene l’integrazione di gratificazione e frustrazione si passa dalla “posizione schizoparanoide” a quella “depressiva”.

il lutto originario costituisce la traccia ardua, viva e durevole di ciò che si accetta di perdere come prezzo di ogni scoperta” (P. C. Racamier)

In pratica…

Ogni tappa evolutiva (nel bambino così come nell’adulto) è preceduta da una sorta di disillusione che segue ad una visione troppo ottimistica e precede una condizione di temporanea depressione oltre la quale si diventa più “forti” e più “maturi”. Se si resta bloccati per paura di provare l’angoscia, inizierà il “ritiro” sociale e personale, con la conseguente percezione di vuoto che andrà necessariamente riempito attraverso la proposizione (inconscia) di sintomatologie fra cui quella della disposofobia.

Oltre l’Angoscia (non superata), il trauma, la tempesta; oltre il Lutto (non risolto) la depressione e il deserto… (P.C. Racamier)

SAPER PRENDERE L’ONDA PERFETTA

John Williams è uno strano naufrago nel mare della vita. Ha tutto, ma non ha più niente, nemmeno il sorriso di un tempo. Finché non conosce Simon, un uomo misterioso, che assapora la vita istante per istante e gli insegna a prendere il largo e a rincorrere con rinnovato slancio “l’onda perfetta”, dove cielo e mare s’incontrano, finalmente pacificati. Perché l’autentica felicità ci sta sempre accanto, ma chiede a ciascuno di noi di saperla cogliere. (Sergio Bambaren)

Quanti adolescenti (lontano dagli occhi dei propri genitori) hanno scoperto che, per potersi tuffare in un mare molto mosso bisogna scegliere il momento della risacca, in cui l’onda si ritira e, mentre si accinge a tornare (prima che si gonfi e riprenda vigore) individuare il punto più in basso fra l’acqua e il fondo e lanciarsi, confidando nella massima depressione e nella bassa pressione di spinta, per riaffiorare al di là dell’onda, liberi di nuotare in mare aperto!

Il tuo cuore è un gabbiano che vola libero nei cieli della vita. Lascialo andare senza paura, ti saprà condurre alla felicità (Sergio Bambarén)

 Nell’ipotesi psicodinamica la disposofobia è un disturbo che fa parte delle cosiddette “patologie del vuoto”; è presente una struttura di personalità permeata dal senso (e dal bisogno) di controllo, rigidità di pensiero in cui vi è una marcata difficoltà a poter riconoscere ed esplicitare il proprio livello emotivo.

Se volessimo, comunque, individuare tratti specifici di Personalità (e ipotizzare, quindi, una diagnosi), sempre sul piano psicodinamico, i criteri da seguire sarebbero, sostanzialmente, i seguenti:

  • Funzionamento dell’Io (Componente fondamentale del nostro Inconscio, capace di: mediare tra la ricerca del piacere, il blocco morale e la realtà consentendoci un buon esame della realtà stessa; creare una adeguata immagine di sé; orientarci correttamente sul piano spazio temporale; consentirci una capacità di giudizio per il controllo delle pulsioni, la tolleranza delle frustrazioni e la “gestione” dei conflitti interiori)
  • Rapporto con la realtà
  • Stili difensivi (meccanismi inconsci che proteggono l’Io dai conflitti)
  • Aree di funzionamento globale della persona (sul piano affettivo, Lavorativo, relazionale e della cura di se’)

ENTRANDO NELLO SPECIFICO

Per quanto concerne il Funzionamento dell’IO, avremo incapacità di tollerare le frustrazioni, di posticipare il soddisfacimento di un impulso, di modulare gli affetti, di tollerare l’angoscia, di “sublimare” le pulsioni (trasformando lo stimolo di accumulare, in qualcosa di più socialmente accettabile).

L’esame di realtà sarà instabile, non si noteranno aspetti personali contraddittori, il rapporto con gli altri sarà vissuto in maniera frustrante e depressiva (con manifestazioni di opposizione e aggressività), si avrà un sottofondo costante di “vuoto” interiore che genererà un’angoscia persistente con una (paradossale) scarsa consapevolezza della propria sofferenza.

I meccanismi di difesa, saranno di tipo “infantile” con scissione dell’oggetto (e incapacità di vedere il complesso, integrato, degli aspetti positivi e negativi di se stessi e degli altri), svalutazione e autosvalutazione, identificazione proiettiva (proiettando, sugli oggetti accumulati, l’affetto e il senso di protezione dall’angoscia del “vuoto” interiore).

Le aree di funzionamento globale della persona, sono tutte fortemente compromesse.  

“Durante gli accertamenti si scoprono esseri umani straordinari, a volte dotati di una intelligenza non comune e con alti profili professionali ma con un sapere azzerato da un incantesimo che li costringe a non amarsi, a ripetere quotidianamente riti di accumulo, a vivere in appartamenti senza luce, a pensare di non avere bisogno di nessuno.

Come Sergio, ingegnere in pensione, senza moglie né figli, con un solido reddito, che vive nel suo appartamento magazzino da quando è morta la mamma, unica donna che lo amava e di cui si prendeva cura.

Come Anna, professoressa in pensione dopo anni passati ad insegnare nei licei; un cuore grande, al servizio degli studenti, naufragato nello stesso momento in cui l’unico figlio ha perso la vita per un malore in piscina durante l’attività sportiva.

Come Rosa e Maria entrambe separate e divorziate e prima bastonate dai mariti e poi abbandonate dai figli che in casa non avevano più nemmeno un letto per dormire perché tutto era invaso da oggetti che impedivano la normale vita quotidiana” (Giovanni Armando Costa – Tecnico della prevenzione per il Servizio di Igiene e Sanità Pubblica di Ats Milano)

TERAPIA

L’intervento diretto prevede una serie di difficoltà anche perché, in cima a tutto, c’è il rifiuto dell’idea che qualcuno tocchi “le proprie cose accumulate”.

L’intervento globale, oggettivamente, va inquadrato all’interno di un’azione multidisciplinare: a fianco dello psicoterapeuta, è necessaria la figura di uno psichiatra e di un medico internista coordinati dal medico di medicina generale che ha in carico il soggetto e che valuti, anche, un “aiuto organizzativo” attraverso figure specializzate.

Gli interventi farmacologici prevedono l’eventuale somministrazione di molecole opportune a trattare gli stati d’ansia, di depressione e dei sintomi del quadro borderline e/o psicotico che, a volte si accompagnano.

L’intervento psicoterapeutico più utilizzato ed efficace nel trattamento immediato dei sintomi, in base alle sperimentazioni effettuate è una forma di Terapia cognitivo-comportamentale (CBT) adattata allo specifico problema dell’accumulo, che preveda (sia mediante colloqui individuali che di gruppo):

  • comprensione delle idee personali che governano l’accumulo
  • sviluppo di abilità organizzative (cosa tenere, come organizzarlo, cosa eliminare)
  • sviluppo di abilità decisionali
  • acquisizione di metodologie di rilassamento
  • sviluppo di abilità di controllo degli impulsi
  • attivazione di occasioni sociali
  • prevenzione delle ricadute

Nei casi e nelle situazioni in cui ci siano le condizioni, proprio perché, spesso, si tratta di persone con adeguato livello cognitivo, è auspicabile anche un approccio psicoterapeutico di tipo psicodinamico orientato a risolvere il conflitto inconscio e a rafforzare le difese.

In questo caso, il processo di cambiamento è promosso non tanto dalle capacità tecniche dell’analista, ma dal fatto che l’analista si rende disponibile per lo sviluppo di una nuova relazione d’oggetto che porta ad un miglioramento dei quadri (Funzionamento dell’Io, rapporto con la realtà, stili difensivi e aree di funzionamento globale della persona) sopresposti.

Al termine di questa “immersione” in un mondo così particolare, proprio nel rispetto della ricca umanità che ne viene fuori dai rapporti di Giovanni Armando Costa (tecnico della prevenzione per il Servizio di Igiene e Sanità Pubblica di Ats Milano), si è pensato di concludere con un delicato racconto di Luciano de Crescenzo, in grado di proiettarci in un mondo privo di pregiudizi e capace di farci assaporare l’aspetto più intimo di chi, ad uno sguardo superficiale, apparirebbe quanto meno “strano”

STORIA DI UN ILOZOISTA: PEPPINO RUSSO “ER BAMBOLARO”

Dopo Talete, Anassimandro e Anassimene, abbiamo Peppino Russo di Napoli, nato nel 1921 d.C. e morto nel 1975. Considero Russo, a ogni buon diritto, l’ultimo dei filosofi di Mileto e non ho alcuna difficoltà a dimostrarlo, anche se mi rendo conto che l’inserimento di un pensatore che si chiama Peppino nella storia della filosofia greca potrà sembrare, a qualcuno, una provocazione. Ma vediamo di capire come stanno i fatti.

Talete diceva che tutto era pieno di Dei, Anassimandro era convinto che gli elementi naturali fossero delle divinità sempre in lotta tra di loro e Anassimene pensava che anche le pietre avessero un’anima. Ebbene, sulla scia di queste affermazioni, Peppino Russo asserì che tutte le cose del mondo avessero un’anima, avendola carpita agli esseri umani nel corso della loro esistenza.

A questo punto potrei parlare di ilozoismo e di immanentismo panteistico, poi però ho paura che il lettore si spaventi e smetta per sempre lo studio della Filosofia, e allora mi limito a raccontare che tra i filosofi antichi, di tanto in tanto, è saltato fuori qualcuno a cui piaceva credere che tutte le cose del mondo fossero animate. Questo modo di pensare fu definito <<ilozoismo>>, parola greca composta da hyle che significa <<materia>> e zoé che significa <<vita>>.

Il mio incontro con Peppino Russo fu del tutto casuale: nel 1970 don Peppino viveva a Roma in una casetta di periferia dalle parti di Vigna Stelluti. Un giorno, per evitare un ingorgo di traffico sulla Cassia antica, m’infilai in un viottolo trasversale e, qui dopo un paio di curve, quando meno me l’aspettavo, mi si parò davanti uno spettacolo incredibile: per un centinaio di metri, tutti gli alberi prospicienti alla strada erano stracarichi di bambole e di giocattoli vecchi. Malgrado la fretta, mi fermai e chiesi delle spiegazioni all’unico passante che riuscii a trovare nella zona. Non fui fortunato: l’uomo si dichiarò subito infastidito dalle mie domande; disse che non ne poteva più, che quella pagliacciata era opera d’er bambolaro e che era inutile che io stessi lì ad aspettare, tanto quello de giorno sta sempre a cercà bambole nella monnezza!

Nei giorni successivi passai altre volte per la <<strada delle bambole>>, senza mai vedere però questo famoso bambolaro; in compenso la scena mi diventava sempre più familiare: di giorno era come una festa di Natale, di notte, un film di Dario Argento. A proposito, dimenticavo di dire che er bambolaro era solito appendere dei grandi cartelli con delle scritte, un pò come quei Savi dell’oracolo di Delfi. Provo a citarne qualcuna a memoria: <<Uomo, tu sei la natura, se la distruggi, distruggerai te stesso>> e poi <<Ieri sera il mondo mi ha fatto paura>> e poi ancora <<Sei grande eppure non sei capace di vivere senza fare la guerra>>.

Finalmente un bel giorno, ecco spuntare da dietro una siepe un uomo con un orsacchiotto spelacchiato fra le mani. Mi fermai.

<<Buongiorno>> dissi, senza scendere dalla macchina.

<<Buongiorno>> rispose lui.

<<Mi scusi, ma vorrei sapere il motivo per cui… cioè volevo dire, sempre se non sono indiscreto, sia chiaro, lei perché…>>

<<…attacco le bambole agli alberi?>> disse don Peppino togliendomi dall’imbarazzo della domanda diretta.

<<Bé, sa com’è, a volte… la curiosità.>>

<<Vi hanno già detto che sono pazzo?>>

<<Non proprio>> risposi diplomaticamente, dandogli anch’io del voi, <<diciamo che ho incontrato un tipo a cui non dovevate stare molto simpatico.>>

<<Voi ci credete all’esistenza dell’anima?>>

<<Come no!>> esclamai. <<Insomma, sì… voglio dire che … praticamente ci credo.>>

<<Non mi sembrate molto convinto.>>

<<No, no, ci credo.>>

<<E allora, se permettete, io penso di crederci un pochino più di voi>> precisò lui mettendosi a ridere. Poi, divenuto improvvisamente serio, mi guardò fisso negli occhi, come se avesse voluto capire con che tipo di uomo avesse a che fare. <<Sentite, fate una cosa: parcheggiate la macchina in quello spiazzo e venite dentor a prendere un caffè.>>

In realtà mi dette da mangiare pane, formaggio e fave, il che mi fece pensare un poco a Epicuro e alla sua frugalità. Tra un bicchiere di bianco e una fetta di pecorino, mi raccontò tutto quello che volevo sapere sulla sua vita e sulla teoria dell’anima.

Don Peppino era stato sottufficiale dell’aeronautica, se ricordo bene sergente maggiore, sapeva suonare il violino e, a tempo perso, faceva anche il pittore. Come tutti i filosofi della scuola milesia, aveva molto viaggiato: era stato in America, in Australia, in Francia e fatto importantissimo ai fini della nostra storia, a Rodi, dove, sbarcato come prigioniero di guerra ne ’42, era rimasto a lavorare per altri nove anni. Ora, per chi non lo sapesse, l’isola di Rodi si trova pochi chilometri a sud di Mileto. Quando si dice: le combinazione della vita!

<<Allora don Peppì, mi stavate dicendo che, secondo voi, tutte le bambole hanno un’anima.>>

<<Voi correte troppo, carissimo professore, le cose non stanno in questi termini>> precisò il mio filosofo mentre con una specie di molletta tagliava fette di pecorino. <<Non è che tutti i giocattoli, appena escono dalle fabbriche, hanno subito un’anima. Nossignore, in quel momento sono solo dei semplici oggetti senza nessuna individualità. Come però un bambino comincia ad amarli, ecco che quei pezzetti dell’anima di colui che ama si vanno a ficcare all’interno della plastica e la trasformano in materia viva. A questo punto non è più possibile buttarli via, anche se nel frattempo si sono rotti e ammaccati. Ed è per questo che io li vado raccogliendo un pò dappertutto e li faccio continuare a vivere sugli alberi, in mezzo ai fiori, al sole e alla pioggia.>>

<<Questo per le bambole, ma immagino che la stessa cosa accada per qualsiasi altro tipo di oggetto?>>

<<E’ logico. L’importante è avere chiaro nella mente che cosa significa per noi ”vita” e che cosa significa ”morte”. Adesso però vorrei farvi una domanda molto personale: avete mai visto il cadavere di una persona a cui volevate molto bene?>>

Don Peppino attese per qualche attimo la mia risposta, dopo di che mi si avvicinò con la sedia e riprese a parlare con voce più bassa: <<A me è successo con mio padre. Avevo sempre pensato che il giorno della sua morte avrei fatto, come diciamo noi a Napoli, cose ‘e pazze, che sarei rimasto distrutto dal dolore. Ebbene, non ci crederete: quando tutto questo è veramente accaduto io non ho provato alcuna emozione, diciamo che non sono riuscito nemmeno a farmi venire le lacrime. Stavo lì impalato, senza dire niente, e nel frattempo cercavo dentro di me delle giustificazioni. Mi dicevo: non piango perché sono intontito, non piango perché non riesco a pensare. Nossignore, la spiegazione del mio comportamento era molto più elementare: io mi rifiutavo di riconoscere il cadavere! Quella sagoma lì, stesa sul letto funebre, era solo una cosa, chiaramente priva di anima, che non aveva nulla a che vedere con mio padre>>.                                                                                                                                                                                                                    

S’interruppe, si alzò di scatto è uscì dalla stanza per rientrare subito dopo con alcuni oggetti tra le mani. Erano degli occhiali da vista, un orologio da ferroviere con il vetro incrinato, una agendina telefonica, una pipa, un  fermacarte di marmo raffigurante un leone.

<<Fu solo il giorno dopo che, entrando nella sua camera per cercare dei documenti, vidi alcuni di quegli oggetti che simo soliti chiamare: effetti personali. Vederli e sentirmi prendere dalla commozione fu un tutt’uno: finalmente riuscivo a piangere! Ecco dove si era nascosto mio padre: nel plaid scozzese, nella stilografica col cappuccio d’oro, nella poltrona di pelle dai braccioli scorticati, nelle tante cose, con le quali aveva diviso ogni giorno la sua solitudine>>.

Avrei voluto fare qualche commento ma non mi veniva niente da dire. Tra l’altro, la vista di quelle cianfrusaglie mi aveva trasmesso una strana sensazione di disagio, come se veramente mi fossi trovato in presenza del padre di don Peppino. Feci un’altra domanda, una qualsiasi, tanto per rompere il silenzio.

<<Anche questo coltello ha un’anima?>>

<<Ne possiamo essere sicuri>> mi rispose senza esitare, e prese la molletta dalla parte della lama facendola oscillare davanti ai miei occhi. <<Qui c’è un pezzo della mia anima e, aggiungo, del mio carattere. Oggi questo coltello, grazie all’influenza di una persona amante della pace, è diventato un arnese domestico, privo di qualsiasi aggressività, buono solo a tagliare il formaggio. Ma esiste anche l’anima di questa stanza, quella del quartiere e quella dell’intera città. Queste ultime sono anime complesse, ottenute per sovrapposizioni successive di anime influenti.>>

<<Volete dire una specie di media aritmetica delle anime di coloro che vivono in un luogo?>>

<<Non proprio. L’anima di una città è un’entità a sè stante, una presenza che si è andata formando col tempo e che è stata costruita dagli individui che vi hanno gioito e sofferto nel corso dei secoli. Più la città è antica e meno modificabile è la sua anima da parte degli ultimi abitanti. Prendiamo il caso di Roma: per secoli è stata la meta di chiunque avesse qualcosa da dire. Michelangelo, il Caravaggio, il Bernini, Orazio, Giordano Bruno e migliaia di altri artisti e pensatori sono venuti qui a vivere e a morire. Come potrebbero le pietre di Roma essere uguali a quelle di Los Angeles?! E supponiamo che qualcuno mi sequestri e che, dopo avermi bendato, mi liberi in una strada a me sconosciuta di Milano o di Bologna; ebbene, io sono sicuro che, appena liberato, saprei riconoscere la città dove mi trovo. Direi: questa è Milano, oppure, questa è Bologna! Allora uno mi potrebbe chiedere: ma come hai fatto? Hai forse intravisto il Duomo, la torre degli Asinelli? Nossignore, gli risponderei, ho sentito sulla pelle l’anima dell’aria, dei tetti e degli intonaci della città.>>

Visto che il caffè non mi era stato ancora offerto, pensai bene di andare in cucina per farlo da me. Don Peppino era troppo infervorato nel suo discorso per occuparsi di simili sciocchezze: si limitò a passarmi il necessario.

<<E così anche questa cucina ha un’anima e non soltanto la mia, sia chiaro. E allora mi chiedo: chi ha vissuto in questa casa negli anni passati? Un contadino? Un sarto? Un assassino? La risposta la possiamo avere solo dalle nostre emozioni.>>

BIBLIOGRAFIA E SITOGRAFIA

  • Eric R. Kandel; Schwartz James H.; Jessell Thomas M., Perri V., Spidalieri G. (a cura di)  – Principi di neuroscienze (3a edizione, CEA, 2003.)
  • Mark F. Bear; Connors Barry W.; Paradiso Michael A., Casco C., Petrosini L., Oliveri M. (a cura di) – Neuroscienze. Esplorando il cervello (3a edizione, Elsevier, 2007)
  • VITTORIO LINGIARDI / NANCY MC WILLIAMS – Manuale Diagnostico Psicodinamico Raffaello Cortina Editore 2018
  • GLEN O. GABBARD . Psichiatria Psicodinamica (Quinta edizione basata sul DSM 5) Raffaello Cortina Editore 2015
  • Giovanni Russo – Una psicoterapia ad Indirizzo Dinamico – EUR Editore 2001
  • Luciano de Crescenzo – Storia della Filosofia Greca Mondadori Editore 1983
  • www.disposofobia.org
  • www.ats-milano.it
  • www.nelfuturo.com
  • www.psicoterapie.pro
  • www.ipsico.it

Si ringraziano Adelina Gentile e Amedeo Occhiuto per la collaborazione

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