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Questo articolo è stato scritto a quattro mani con l’amico Vincenzo Andraous, nel lontano 21 giugno 2014. Tanto tempo fa ma, ancora (e purtroppo), così attuale…

“Io passo gli anni in quello stato d’attesa che, a casa, provavo certi pomeriggi dalle due e mezzo alle tre. Sempre, come il primo giorno, mi sveglia, al mattino, la puntura della solitudine. Descriverti le mie ansie è impossibile. La mia pena non è quella scritta, sei tu. Non scrivo tenerezze, il perché lo sappiamo; ma cerco il mio ultimo ricordo umano, è il 13 maggio. Ti ringrazio di tutti i pensieri che hai avuto per me. Io per te ne ho uno solo e non cessa mai. Tuo” (Cesare Pavese)

Quanto più forte è uno Stato, più forte diventa il diritto di indignarsi da parte di quelli che non vedono riconosciuti i propri diritti. Fare giustizia significa sanare una ferita, una lacerazione, costringendo il dolore a trasformarsi nella sofferenza, nella scoperta di essere meno indifesi e impreparati nel momento in cui ci si accorge della possibilità concreta di affidarsi agli altri, a quegli altri che diventiamo, in realtà, noi.

Il carcere come unico baluardo al ripristino della legalità, all’assunzione di responsabilità, all’educazione da ritrovare?

Riesce difficile convincersi che sia la strada più efficace da percorrere per raggiungere “certi” obiettivi di cui sopra, un luogo deputato a saldare conti in sospeso con la collettività, uno spazio adibito alla moltiplicazione del dolore, una sorta di terra di nessuno, dove solo pochi intendono posare lo sguardo.

A ben riflettere, si scopre che, per quanto ci si provi, nessuno riesce ad immaginare quel che accade dentro una cella… magari, anche, ciò che non accade e che, invece, dovrebbe essere.

Se ne può discutere fino alla noia, nei cosiddetti salotti buoni come, anche nei centri sociali… ma non ci sarà mai abbastanza onestà intellettuale per rimettersi in gioco, per ritrovarsi e infine riparare al male fatto. Vale tanto per il detenuto, quanto per chi lo ha giudicato.

Finchè la Giustizia somiglierà ad una bella donna “costretta di spalle”, con gli occhi bassi, non potrà varcare con autorevolezza i cancelli di una galera, per offrire forza sufficiente al riappropriarsi del proprio ruolo e della propria utilità al carcere e alla pena, nella differenza che intercorre tra chi entra in carcere e, alla meno peggio rimane affondato al punto di partenza e chi, invece, azzera la propria esistenza con un po’ di sapone e un laccio al collo.

Quanti sono i progetti che si propongono per chi sta nelle patrie galere e quanti, invece, finiscono col rimbalzare su una realtà che non è di carta, dove ci sono le persone, che fanno ben sperare in una condizione umana migliore, persone che sebbene detenute non ci stanno a essere punite due o tre volte da una sopravvivenza imposta?

Osservo me stesso massacrato col sereno coraggio d’uno scienziato. Sembro provare odio, e invece scrivo dei versi pieni di puntuale amore.” (Pier Paolo.Pasolini)

Ma, siccome, quando il diluvio ci minaccia, non bisogna temere di bagnarsi i piedi, allora è vietato arrendersi ma, piuttosto bisogna continua a impegnarsi perchè, in fondo, è come piantare dei semi: non saprai mai, in anticipo, quali cresceranno. Poi, scopri che , spesso, lo faranno tutti.

È nel momento più freddo dell’anno che il pino e il cipresso, ultimi a perdere le foglie, rivelano la loro tenacia. (Confucio)

Vincenzo Andraous – Counselor, Responsabile Centro Servizi Interni – Comunità Casa del Giovane – Pavia

Giorgio Marchese – Medico Psicoterapeuta,

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