Pubblicato su Lo Sciacqualingua
Il verbo gestire ha una radice che danza, letteralmente, tra le mani. Deriva dal latino gestus, participio passato di gerĕre, che significa “portare”, “compiere”, “manifestare con gesti”. In origine, dunque, gestire non aveva nulla (a) che vedere con l’amministrazione di un’azienda, la direzione di un progetto o la supervisione di un gruppo. Era un verbo corporeo, teatrale, espressivo: indicava l’atto di comunicare attraverso il corpo, di dare forma visibile al pensiero.
Nel suo significato più puro, gestire è l’arte del gesto. È il mimo che racconta una storia senza parole, è l’oratore che accompagna il discorso con le mani, è il bambino che, prima ancora di parlare, indica, mostra, esprime. È, in breve, il pensiero che prende forma nello spazio.
Eppure, nel linguaggio contemporaneo, gestire ha subito una metamorfosi semantica. Oggi lo si usa comunemente per indicare l’atto di dirigere, amministrare, controllare. Si “gestisce” un ristorante, un bilancio, una crisi, persino le emozioni. Ma questa accezione, per quanto diffusa, è figlia di un uso improprio, se non di un vero e proprio fraintendimento.
Dire “gestisco un’azienda” equivale, etimologicamente, a dire “faccio gesti con un’azienda”. Il che, a voler essere ironici, potrebbe descrivere certi imprenditori più inclini alla pantomima che alla strategia. Sul piano linguistico, dunque, l’uso è improprio: gestire non è dirigere, non è amministrare, non è controllare. È esprimere, manifestare, comunicare.
Durante un dibattito, per esempio, si può dire che qualcuno “ha gestito con eleganza le sue argomentazioni”: qui il verbo è usato correttamente, perché il gesto accompagna il pensiero, lo rende visibile. Lo stesso vale per il ballerino che “ha gestito la coreografia con intensità”: il corpo parla, il gesto è linguaggio.
Diverso è il caso di chi afferma: “Gestisco tre punti vendita nel centro storico.” Qui si intende “dirigo”, “amministro”, ma il verbo gestire non nasce per questo. O ancora: “Devo gestire meglio il mio tempo.” Si intende “organizzare”, “ottimizzare”, ma il verbo tradisce la sua origine.
L’uso improprio di gestire è talmente radicato da sembrare ormai legittimo. Ma chi ama la lingua, chi la cura come un giardino di significati, non può ignorare la distanza tra l’etimologia e l’abitudine. Recuperare il senso originario di gestire significa restituire dignità al gesto, riconoscere che il corpo è linguaggio, che il pensiero può essere visibile.
Forse, in un mondo che gestisce tutto – le risorse, le emozioni, le relazioni – abbiamo dimenticato che gestire è, prima di tutto, esprimere. E che non tutto può essere amministrato: alcune cose vanno semplicemente mostrate.
A cura di Fausto Raso

Giornalista pubblicista, laureato in “Scienze della comunicazione” e specializzato in “Editoria e giornalismo” L’argomento della tesi è stato: “Problemi e dubbi grammaticali in testi del giornalismo multimediale contemporaneo”). Titolare della rubrica di lingua del “Giornale d’Italia” dal 1990 al 2002. Collabora con varie testate tra cui il periodico romano “Città mese” di cui è anche garante del lettore. Ha scritto, con Carlo Picozza, giornalista di “Repubblica”, il libro “Errori e Orrori. Per non essere piantati in Nasso dall’italiano”, con la presentazione di Lorenzo Del Boca, già presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, con la prefazione di Curzio Maltese, editorialista di “Repubblica” e con le illustrazioni di Massimo Bucchi, vignettista di “Repubblica”. Editore Gangemi – Roma.

