Pubblicato su Lo SciacquaLingua
Nel lessico italiano esiste un gruppo di verbi che, per struttura e storia, si prestano a descrivere con particolare efficacia i processi interiori: micro‑trasformazioni dell’animo, variazioni di tono emotivo, mutamenti di disposizione che la lingua registra con notevole precisione. Alcuni di questi verbi appartengono ancora all’uso corrente – irritare, amareggiare, rattristare – mentre altri, pur pienamente attestati nei vocabolari contemporanei, hanno progressivamente abbandonato la pratica linguistica e sopravvivono soprattutto come lemmi conservati. Invelenire rientra in questa seconda categoria: una voce documentata, legittima, ma oggi scarsamente adoperata.
Sotto il profilo morfologico invelenire è un denominativo formato da veleno con il prefisso in‑ nel suo valore ingressivo, che indica l’entrata in uno stato o l’acquisizione di una qualità. Il meccanismo è lo stesso che produce ingiallire, inacidire, imbrunire: verbi che non designano soltanto un’azione, ma l’avvio di un processo. In questi casi, il prefisso non segnala un movimento verso l’interno, sibbene un passaggio di stato, spesso graduale, talvolta irreversibile. Si tratta di un uso ereditato dal latino, dove in‑ possedeva un ventaglio semantico ampio (localizzante, intensivo, privativo, ingressivo), ma che nelle lingue romanze ha conosciuto una specializzazione particolarmente produttiva nella derivazione verbale.
La produttività del modello è documentata già nell’italiano antico e si mantiene lungo tutta la storia della lingua, pur con oscillazioni nella vitalità dei singoli verbi: alcune formazioni si sono stabilizzate nell’uso comune (ingrassare, invecchiare), altre sono rimaste circoscritte a registri tecnici o letterari, altre ancora sono cadute in disuso pur restando attestate nei repertori lessicografici. In questo quadro, invelenire rappresenta un caso esemplare: un derivato morfologicamente regolare, coerente con il modello storico, ma la cui vitalità d’uso si è progressivamente ridotta.
La documentazione ottocentesca conferma la duplice dimensione del verbo. Il Tommaseo‑Bellini ne registra l’uso concreto e quello figurato, mostrando come invelenire potesse riferirsi sia a una sostanza corrotta sia a un carattere che si irrigidisce o si altera. Il Fanfani lo qualifica come voce toscana e letteraria; il Petrocchi lo include ancora come lemma vivo, benché già in declino, segnalando che alla fine del XIX secolo il verbo era percepito come normale ma non frequente. La forma pronominale invelenirsi ha avuto una sopravvivenza più lunga, mantenendosi nel Novecento nel senso di “inasprirsi”, “irritarsi”, mentre la forma transitiva si è progressivamente ritirata.
Tutti i principali vocabolari dell’uso contemporaneo attestano ancora invelenire, ma la sua presenza è oggi prevalentemente conservativa. Il lemma permane nei repertori per continuità storica e per completezza descrittiva, non perché la parola circoli effettivamente nella lingua viva. L’analisi dei corpora contemporanei – dalla stampa alla narrativa recente – mostra un’assenza quasi totale del verbo, che non appartiene più al lessico attivo dei parlanti. La marginalità di invelenire è dunque un dato sociolinguistico, non lessicografico: la lessicografia lo conserva, l’uso lo ha abbandonato.
Proprio questa marginalità, tuttavia, ne rivela il valore. Invelenire conserva un’immagine semantica che l’italiano contemporaneo ha in larga parte smarrito: la possibilità di descrivere un’anima che si “avvelena” non per malizia, ma per accumulo di amarezza; un carattere che si altera come una sostanza corrotta; una relazione che si impregna di una tossicità sottile. È un verbo che traduce un processo psicologico in un’immagine fisica, concreta, e che per questo meriterebbe di essere recuperato non per nostalgia, ma per precisione: perché talvolta la lingua antica continua a nominare ciò che quella moderna non sa più dire.
A cura di Fausto Raso

Giornalista pubblicista, laureato in “Scienze della comunicazione” e specializzato in “Editoria e giornalismo” L’argomento della tesi è stato: “Problemi e dubbi grammaticali in testi del giornalismo multimediale contemporaneo”). Titolare della rubrica di lingua del “Giornale d’Italia” dal 1990 al 2002. Collabora con varie testate tra cui il periodico romano “Città mese” di cui è anche garante del lettore. Ha scritto, con Carlo Picozza, giornalista di “Repubblica”, il libro “Errori e Orrori. Per non essere piantati in Nasso dall’italiano”, con la presentazione di Lorenzo Del Boca, già presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, con la prefazione di Curzio Maltese, editorialista di “Repubblica” e con le illustrazioni di Massimo Bucchi, vignettista di “Repubblica”. Editore Gangemi – Roma.

