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Desideriamo richiamare l’attenzione dei nostri amici lettori su alcune baggianate che quotidianamente ‘appaiono’ sulla carta stampata (ma non solo) e che sono il frutto della presunzione di coloro che ritengono di “fare la lingua”, le così dette grandi firme (ma non solo) del giornalismo italiano.


A questo proposito il grido di dolore lanciato dall’Accademia della Crusca (anche se questa prestigiosa istituzione — secondo chi scrive — negli ultimi tempi ha abdicato al ruolo di “difensora della lingua”) circa gli orrori di cui sono infarciti i giornali, non ha ottenuto l’effetto sperato, anzi… Le cause di questo sfacelo linguistico sono molteplici, non ultima la messa a riposo dei correttori di bozze.

Sì, la quasi totalità dei giornali ha ritenuto opportuno sopprimere — con la scusa della computerizzazione (ma anche e soprattutto per ridurre i costi)  — la figura di quel losco individuo che con certosina pazienza andava a caccia dei refusi (errori di stampa) e degli orrori linguistico-grammaticali degli estensori dell’articolo. Oggi questa rete di protezione non esiste più, sono venute, così, alla luce le magagne tamponate — un tempo — dai correttori. 

Oggi il giornalista non ha più il capro espiatorio cui addossare la colpa dei suoi strafalcioni: il merito è tutto suo. Sue sono, quindi, le baggianate che leggiamo e che inducono in errore gli studenti sprovveduti.

Come il vezzo, per non chiamarlo errore, di adoperare le particelle pronominali ci si con alcuni verbi quali rafforzative della coniugazione con soggetto indeterminato: ci si andava, ci si era tutti, ci si era venuti.

Quest’uso, dunque, è tremendamente errato. Il ci unito al si si può usare — ed è corretto — soltanto come forma di soggetto indeterminato con i verbi riflessivi o pronominali: ci si annoia (noi ci annoiamo), ci si vergogna (tutti si vergognano), ci si deve lavare (tutti ci dobbiamo lavare); oppure come complemento di reciprocanza adoperato con la forma del soggetto indefinito: ci si vede domani, vale a dire ci vediamo domani; o, ancora, come avverbio di luogo, con il significato, appunto, di in questo luogo: a casa tua ci si sta bene.

Vediamo altre baggianate tra le quali possiamo includere — senza tema di essere smentiti — l’uso improprio (è un eufemismo) che la stampa fa del verbo elevare in cui il suddetto verbo non ha il significato che gli è proprio, vale a dire portare in alto. Cade, quindi, in un grossolano errore, commette una baggianata il cronista che scrive «gli inquirenti hanno elevato molti dubbi in proposito». I dubbi — fino a prova contraria — non si portano in alto, si manifestano, si suscitano.

Altra baggianata frequentissima che appare sulla carta stampata è l’uso del partitivo con la preposizione con: l’esponente politico è stato inquisito con dei suoi amici. Quel dei partitivo deve essere sostituito — in buona lingua italiana — con alcuni: è stato inquisito con alcuni suoi amici.

Potremmo continuare ancora, ma non vogliamo tediarvi oltre misura. 

Concludiamo queste noterelle, quindi, con un pensiero di Giuseppe Giusti: L’avere la lingua familiare sulle labbra non basta: senza accompagnarne, senza rettificarne l’uso con lo studio e con la ragione è come uno strumento che si è trovato in casa e che non si sa maneggiare.

A buon intenditor, poche parole…

A cura di Fausto Raso

Pubblicato su Lo SciacquaLingua

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