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Mente e dintorni è una rubrica (nata da una fortunata serie televisiva e continuata nel canale YouTube “infinito Presente”) che ci porta a curiosare nei meandri della nostra personalità, per scoprirne i segreti e capire i motivi per cui compaiono i disturbi e, ovviamente, prendere rimedio

Perché, conoscersi, comprendersi e (soprattutto) accettarsi per potere (infine) cambiare, aiuta a vivere meglio

Non possiamo cambiare ciò che è accaduto; possiamo, semmai, cercare di comprendere perché abbiamo bisogno di farlo.

Immaginiamo di pronunciare una parola che non avremmo voluto dire. La parola è uscita. Non possiamo riprenderla. Eppure, qualche minuto dopo, possiamo sentire il bisogno di fare qualcosa: chiedere scusa, essere particolarmente gentili, compiere un gesto riparatorio.

A volte, quel gesto nasce da una reale volontà di rimediare. Altre volte, però, può avere una funzione più profonda: come se potesse cancellare ciò che è avvenuto.

È qui che incontriamo l’annullamento retroattivo, dall’inglese undoing: una particolare modalità difensiva attraverso la quale la mente cerca di neutralizzare un pensiero, un desiderio o un comportamento precedente, vissuto come inaccettabile o carico di colpa.

Oggi continuiamo il nostro percorso attraverso i meccanismi di difesa. Dopo aver parlato della razionalizzazione e dell’intellettualizzazione, incontriamo una difesa molto particolare.

Perché qui la mente non cerca soltanto una spiegazione. Cerca un gesto capace di cancellare.

L’Immagine di Copertina riprende gli elementi che caratterizzano la rubrica: la biblioteca, la luce calda del tramonto, i papaveri e l’atmosfera sospesa. Al centro, il gesto di cancellare l’inchiostro dal libro diventa una metafora del tentativo di annullare simbolicamente qualcosa che è già accaduto.

Guarda la puntata 157 di Mente & Dintorni

IL BINARIO CLINICO. L’annullamento di ciò che non possiamo più cancellare

Nel modello psicodinamico, l’annullamento retroattivo è una difesa attraverso la quale un comportamento successivo viene utilizzato, inconsciamente, per neutralizzare il significato di qualcosa che è avvenuto prima.

Può trattarsi di un pensiero, di un desiderio, di un impulso o di un’azione vissuta come incompatibile con l’immagine che la persona ha di sé. Il meccanismo contiene quindi una componente quasi magica.

Non perché la persona perda il contatto con la realtà, ma perché il gesto successivo viene investito della fantasia inconscia di poter modificare retroattivamente ciò che è già accaduto.

È come se la mente dicesse: “Se faccio qualcosa di opposto, posso cancellare quello che ho fatto prima.”

Pensiamo a una persona che, durante un litigio, provi una rabbia molto intensa nei confronti del proprio partner. Potrebbe arrivare a formulare, anche soltanto mentalmente, un pensiero come: “Vorrei non vederlo mai più.”

Il pensiero, però, entra in conflitto con l’immagine che quella persona ha di sé: “io amo il mio partner, io sono una persona buona, io non dovrei desiderare qualcosa di simile.

E allora può comparire il senso di colpa. A questo punto potrebbe verificarsi qualcosa di apparentemente positivo: la persona diventa improvvisamente molto affettuosa, compra un regalo, manda messaggi, cerca rassicurazioni, fa qualcosa di particolarmente premuroso.

Ma la riflessione, sul piano psicodinamico, non riguarda semplicemente la sua modalità di gentilezza ma punta l’attenzione su quale funziona svolga dentro di lui (o di lei), quella modalità di comportamento.

Perché un comportamento identico può avere significati psicologici molto diversi.

Può essere una vera riparazione, quando nasce dal riconoscimento dell’altro e dalla consapevolezza di ciò che è accaduto. Oppure può diventare un tentativo di neutralizzare l’angoscia e il senso di colpa provocati dal proprio precedente pensiero o comportamento.

Ed è proprio questa distinzione che rende interessante il meccanismo. L’annullamento retroattivo non elimina realmente il passato. Cerca di renderlo psicologicamente meno minaccioso.

UN PICCOLO ANEDDOTO CLINICO

Immaginiamo un paziente che racconti al terapeuta: «Ieri ho litigato con mia moglie. Ero furioso. Le ho detto cose terribili. Poi mi sono sentito in colpa e ho passato tutta la sera a fare tutto quello che voleva lei. Le ho preparato la cena, le ho scritto dei messaggi, le ho detto quanto fosse importante per me.»

Il terapeuta potrebbe essere tentato di fermarsi al comportamento finale: “Alla fine ha cercato di recuperare il rapporto.”

Ma il lavoro clinico, in realtà, è opportuno che vada più in profondità. Potrebbe, infatti, chiedere: “Che cosa ha provato dopo averle detto quelle cose?”

E magari emergerebbe: “Ho avuto paura di essere una persona cattiva. Non potevo sopportare di aver avuto quei pensieri.”

Ecco che il significato cambia. Il gesto affettuoso potrebbe non essere soltanto rivolto al partner.

Potrebbe servire anche a ripristinare dentro di sé l’immagine di una persona buona, cancellando simbolicamente la rappresentazione di sé associata alla rabbia.

Questa è la logica dell’undoing.

Non: “Ho sbagliato e voglio riparare.”

Ma, più profondamente: “Ho fatto o pensato qualcosa che non posso accettare di me; devo fare qualcosa per annullarlo.”

PERCHÉ È IMPORTANTE CAPIRLO?

Perché ci ricorda una cosa fondamentale della psicoterapia: un comportamento non può essere compreso soltanto osservando ciò che appare.

La stessa azione può avere una funzione diversa a seconda della dinamica interna che la sostiene.

Una persona può chiedere scusa perché ha riconosciuto il dolore dell’altro. Oppure può chiedere scusa compulsivamente perché non riesce a tollerare il proprio senso di colpa.

Può fare un regalo per amore. Oppure per cancellare, dentro di sé, un’aggressività che non riesce ad accettare.

La differenza non sta necessariamente nel gesto. Sta nella funzione psicologica del gesto. Ed è proprio qui che lo sguardo psicodinamico ci invita ad andare oltre la superficie.

Nella prossima puntata continueremo a seguire questo particolare meccanismo fuori dalla stanza della terapia.

Vedremo come l’annullamento retroattivo possa comparire nella vita quotidiana, nelle relazioni, nel lavoro e nei piccoli rituali con i quali, qualche volta, cerchiamo di tranquillizzare la nostra coscienza.

E proveremo a distinguere una cosa molto importante: quando stiamo davvero riparando un errore e quando, invece, stiamo cercando di cancellarlo.

Perché il passato non può essere riscritto ma possiamo imparare a non aver più bisogno di cancellarlo per poterlo accettare.

Buon cammino a tutti.

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