Pubblicato su Lo Sciacqualingua
Il verbo spippolare è uno di quei termini che sembrano nati per gioco, scivolati nel parlato con leggerezza, come una briciola caduta dalla lingua dei nonni che ha trovato casa nello “slang” (si perdoni il barbarismo) dei nipoti. Eppure, dietro la sua musicalità buffa e il suo suono un po’ onomatopeico, c’è una storia curiosa fatta di trasformazioni semantiche, migrazioni regionali e sconnessioni generazionali.
Nella sua accezione più antica, spippolare è attestato nel toscano col significato di piluccare, staccare i chicchi, come nell’espressione “spippolare l’uva”. L’etimologia risale probabilmente al sostantivo pippolo, che indica il chicco stesso o qualcosa di piccolo, da cui il gesto delicato dello “staccare” qualcosa a uno a uno. Già Francesco Redi, nel XVII secolo, giocava con il verbo in senso figurato: “Cantando spippola egloghe”, a indicare un’azione svolta con disinvoltura, leggerezza, quasi con automatismo. Una musicalità nel fare, un piluccare anche mentale, che si rifletteva nella lettura, nella composizione, nella vita.
Ma il sintagma verbale non si è fermato lì. Ha fatto la valigia e ha cominciato a viaggiare. E come spesso accade, i verbi in movimento cambiano abito. A un certo punto, spippolare arriva nella città meneghina, forse portato da studenti universitari o da trasmissioni radiofoniche, e comincia a designare tutt’altro. Non è più il gesto del raccogliere chicchi, ma quello frenetico e compulsivo del premere i tasti su un telecomando, su un telefono portatile o toccando uno schermo, diventando, così, sinonimo di smanettare, ma con una sfumatura più casuale, meno tecnica, più da “touch selvaggio” (anche qui si perdoni il barbarismo).
“Sto spippolando il telefono” oggi significa premere tutto, magari senza uno scopo preciso, guidati dalla curiosità o dall’inquietudine. È un verbo che tradisce l’epoca digitale, dove l’indice (o il pollice) è diventato protagonista e il gesto tattile è il nuovo linguaggio. Spippolare si colloca, pertanto, tra quei verbi che nascono da un suono, rimbalzano tra regioni e generazioni e finiscono col raccontare, senza volerlo, il modo in cui cambiano le abitudini.
La sua doppia vita – quella classica toscana e quella contemporanea lombarda o nazionale – è un esempio perfetto di slittamento semantico, cioè di come una parola mantenga la forma ma trasformi il contenuto. Eppure, se ascolti bene, c’è un sottile legame tra piluccare l’uva e smanettare sulla tastiera: in entrambi i casi c’è una ripetizione, una scelta, un gesto piccolo e veloce che si ripete. Forse non è poi così strano che spippolare abbia scelto questa traiettoria.
In fondo, le parole sono creature vive: migrano, mutano, si travestono e, quando meno ce lo aspettiamo, ci svelano quanto sia liquido l’italico idioma.
A cura di Fausto Raso

Giornalista pubblicista, laureato in “Scienze della comunicazione” e specializzato in “Editoria e giornalismo” L’argomento della tesi è stato: “Problemi e dubbi grammaticali in testi del giornalismo multimediale contemporaneo”). Titolare della rubrica di lingua del “Giornale d’Italia” dal 1990 al 2002. Collabora con varie testate tra cui il periodico romano “Città mese” di cui è anche garante del lettore. Ha scritto, con Carlo Picozza, giornalista di “Repubblica”, il libro “Errori e Orrori. Per non essere piantati in Nasso dall’italiano”, con la presentazione di Lorenzo Del Boca, già presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, con la prefazione di Curzio Maltese, editorialista di “Repubblica” e con le illustrazioni di Massimo Bucchi, vignettista di “Repubblica”. Editore Gangemi – Roma.

