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Pubblicato su Lo SciacquaLingua

Capita sovente che due parole nascano quasi come sorelle e finiscano col vivere destini molto diversi. È il caso di salare e insalare, verbi che nei dizionari condividono il significato fondamentale di «aggiungere sale a un cibo», ma che nell’uso dell’italiano hanno seguito strade differenti.

Oggi nessuno si stupisce sentendo dire «salare la minestra», «salare l’acqua della pasta» o «salare l’arrosto». Se invece qualcuno dicesse «insalare la minestra», molti percepirebbero l’espressione come insolita, letteraria o addirittura antiquata.

Eppure insalare è una parola antica e perfettamente legittima. Si tratta di una formazione ottenuta con il prefisso in- e il sostantivo sale, secondo un modello che ha prodotto numerosi verbi italiani come imburrare, inzuccherare, infarinare e insaponare. In origine, dunque, insalare significava «mettere il sale», «fornire di sale».

Con il passare dei secoli, però, la lingua ha progressivamente privilegiato la forma più semplice salare, destinata a imporsi nell’uso comune e a relegare insalare in una posizione marginale.

Il verbo salare ha oggi varie sfumature di significato: In ambito culinario: può indicare l’aggiunta di sale per rendere più saporita una pietanza (si sala la minestra, la carne o l’acqua della pasta). In ambito conservativo: può significare «mettere sotto sale» allo scopo di conservare un alimento (si salano prosciutti, acciughe, aringhe e altri prodotti destinati alla stagionatura). In ambito figurato e regionale: esiste poi un’accezione oggi poco nota, ma registrata dai principali dizionari: salare la scuola oppure salare una lezione. In questo caso il verbo significa «assentarsi volontariamente senza valida giustificazione», ciò che in altre zone d’Italia si esprime con locuzioni come marinare la scuola, fare sega, fare forca o bigiare. L’origine precisa di questo uso non è del tutto chiara, ma è curioso osservare come il verbo assuma un significato quasi opposto a quello originario: quando saliamo una minestra vi aggiungiamo qualcosa; quando saliamo una lezione, invece, siamo noi a sottrarci.

Molto più raro è oggi insalare, che conserva tuttavia alcune accezioni di notevole interesse letterario. La più famosa compare nella Divina Commedia. Nel secondo canto del Purgatorio, Dante scrive: «… dove l’acqua di Tevero s’insala».

Qui il verbo non significa «aggiungere sale», bensì «diventare salata», «mescolarsi all’acqua del mare». L’immagine è quella del Tevere che, giunto alla foce, perde gradualmente la propria natura di fiume e si unisce alle acque marine.

La tradizione letteraria e lessicografica conosce inoltre un uso figurato di insalare riferito alle parole e alle azioni umane. In questo senso il verbo equivale a «condire con il sale della saggezza», cioè rendere più assennate, più giudiziose o più argute le proprie parole. Non sorprende, del resto, che proprio il sale sia stato scelto come simbolo della sapienza: fin dall’antichità questo rappresentava un bene prezioso, tanto da assumere significati morali e intellettuali.

Ancora oggi diciamo che una persona «ha sale in zucca» oppure che una conversazione è «senza sale». In questi casi il sale non appartiene più alla cucina, ma all’ingegno e allo spirito.

Sotto il profilo linguistico la sorte diversa dei due verbi mostra una tendenza assai comune: quando esistono due forme equivalenti, i parlanti finiscono spesso col preferire quella più breve, immediata e semplice. Così salare ha conquistato quasi tutto il terreno disponibile, mentre insalare è rimasto confinato negli scaffali della letteratura e della memoria storica della lingua.

Ciò non significa che sia morto. È semplicemente uno di quei vocaboli che riaffiorano di tanto in tanto per ricordarci che la lingua non vive soltanto di parole utili, ma anche di parole preziose.

E forse proprio questo insegna la storia di salare e insalare: il sale dà sapore ai cibi, ma sono le parole a dare sapore alla lingua. La buona scrittura non dev’essere troppo salata; basta quel tanto di sapienza che, di tanto in tanto, sappia ancora insalarla.

A cura di Fausto Raso

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