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Dove tu disegni confini, io vedo ancora orizzonti. (Frida Kahlo)

Cari Lettori, gli esperti hanno misurato novecento secondi di attività cerebrale mentre ci accingiamo a passare dalla vita alla morte. E qualcuno ha provato a guardare proprio lì, in quei pochi secondi sospesi tra il cuore che smette di battere e il cervello che ancora, forse, continua a parlare.

Forse è soltanto un’immagine della scienza. Forse no. Forse, alla fine del nostro cammino, quando tutto rallenta e non c’è più bisogno di correre, la mente prova a mettere ordine tra le cose che abbiamo amato, le persone che abbiamo incontrato, le parole che abbiamo dimenticato e quelle che, invece, sono rimaste dentro di noi per tutta la vita.

L’astrofisica ha spesso ricordato la nostra parentela con il cosmo, evidenziando che siamo figli dell’evoluzione delle stelle e che ogni elemento del nostro corpo è stato generato all’interno delle supernove.(Margherita Hack)

Probabilmente, quindi, rivediamo le nostre stelle. E magari, proprio allora, comprendiamo che alcune persone sono passate sulla Terra per guardare un po’ più lontano di noi.

Cari Lettori, quindici anni fa ci lasciava Steve Jobs, l’uomo delle stelle. Uno di quegli uomini che sembrano arrivare da un tempo che ancora non è arrivato. Lo abbiamo ricordato come imprenditore, inventore, visionario. Ma, forse, queste parole non bastano.

Perché dietro ogni visionario c’è quasi sempre un uomo. E, dietro ogni uomo, qualche volta, c’è un bambino che continua a fare domande.

Steve Jobs era stato adottato. E seppe, molto presto, di esserlo. Da bambino, una frase apparentemente innocente di una bambina del vicinato gli aprì dentro una ferita:

Allora i tuoi veri genitori non ti volevano?

Jobs raccontò che quella domanda gli arrivò addosso come un fulmine. I suoi genitori adottivi lo abbracciarono e gli dissero che non era stato semplicemente abbandonato. Era stato scelto.

E forse quella parola, scelto, rimase dentro di lui per tutta la vita. Non è difficile immaginare quanto possa essere importante, per un bambino, sentirsi dire di essere stato scelto. Perché un bambino non ha bisogno soltanto di essere nutrito, vestito, educato. Ha bisogno di sapere che qualcuno, nel grande disordine del mondo, lo ha guardato e ha detto:

Tu.

Forse Steve Jobs imparò molto presto che la vita poteva essere anche questo: essere scelti, oppure scegliere. E allora cominciò a scegliere. Scelse di non accontentarsi. Scelse di lasciare il college. Scelse la calligrafia quando sembrava non servire a nulla. Scelse l’Oriente. Scelse la tecnologia. Scelse di tornare ad Apple dopo essere stato allontanato dalla creatura che aveva contribuito a costruire. Scelse, soprattutto, di credere che una cosa potesse essere fatta diversamente da come veniva fatta da tutti gli altri.

È qui che comincia la storia dei visionari.

Ogni Società, prima o poi, tende a irrigidirsi. Costruisce regole, abitudini, procedure. E poi comincia a confondere ciò che è sempre stato fatto con ciò che deve necessariamente essere fatto.

Il mondo ama le persone prevedibili. I visionari, invece, hanno questo strano difetto: non sanno stare al loro posto. Vedono una porta dove noi vediamo un muro. Vedono una strada dove noi vediamo un precipizio. Vedono un seme quando noi vediamo soltanto terra.

Per questo, spesso, vengono scambiati per folli. E, qualche volta, lo sono davvero. Ma è una follia necessaria. Quella che costringe il mondo a spostare un poco più in là i propri confini.

Jung parlava dell’inconscio come di una dimensione che non contiene soltanto ciò che è stato, ma anche ciò che può ancora diventare. Forse il visionario è proprio colui che riesce, per un istante, ad ascoltare ciò che ancora non ha trovato una forma. Come se avesse in mano uno spartito che gli altri non riescono ancora a leggere.

Il suo compito non è inventare dal nulla. È vedere prima. E poi avere il coraggio di raccontarlo agli altri.

Steve Jobs aveva questa capacità. Ma ogni dono, forse, ha un prezzo. Dietro la sua straordinaria creatività c’erano anche rigidità, impulsività, durezza, rapporti difficili. Non dobbiamo trasformare Jobs in un santo. I visionari non sono necessariamente persone migliori. Sono persone che, nel bene e nel male, fanno fatica a vivere dentro il già conosciuto. E forse proprio per questo possono diventare insopportabili.

Perché non smettono di chiedere:

E se ci fosse un modo alternativo di vedere le cose?

Ci viene in mente, a questo proposito, una storia molto più piccola. Una storia che non parla di computer, di miliardi o di Silicon Valley. Parla di un cane che si chiama Ryker.

Era stato addestrato per diventare un cane da servizio. Aveva tutto ciò che serviva: intelligenza, energia, addestramento. Ma durante una prova accadde qualcosa. Comparve un elefantino di peluche. E Ryker dimenticò tutto. Il comando. La concentrazione. Il test. Il futuro da cane da servizio. Prese quell’elefantino e non volle più lasciarlo.

Fuori dal percorso previsto. Fuori dalla disciplina. Fuori dal risultato. Non superò la prova. La storia racconta che il suo umano, invece di arrabbiarsi, gli comprò proprio quell’elefantino. E Ryker, con il suo giocattolo stretto tra i denti, divenne una piccola celebrità del web.

Ryker e il suo inseparabile elefantino

È una storia tenera. Ma, forse, c’è qualcosa di più. Perché Ryker non aveva fallito in assoluto. Non aveva, semplicemente, portato a termine il compito che gli era stato assegnato. E questa è una differenza enorme.

Non tutto ciò che non riesce a stare dentro una funzione è inutile. Non tutto ciò che si distrae è “distratto”. A volte è semplicemente curioso. A volte sta guardando qualcosa che noi non abbiamo ancora visto.

E forse la creatività nasce proprio lì: nel momento in cui qualcosa riesce a distrarci dal percorso obbligato.

La Scuola, la Società, il Lavoro ci insegnano spesso a concentrarci. È necessario. Ma chi insegnerà ai nostri ragazzi anche a lasciarsi distrarre? Chi dirà loro che una deviazione non è necessariamente una perdita di tempo? Che un’idea apparentemente inutile può diventare, domani, una strada? Che non sempre dobbiamo essere bravi a superare il test?

Forse dovremmo imparare anche a non togliere dalle mani di Ryker il suo elefantino. Perché qualche volta è proprio quello il suo modo di dirci:

Guardate che c’è anche questo.

Steve Jobs, in fondo, fece qualcosa di simile. Guardò ciò che gli altri non guardavano. Non chiese soltanto alla tecnologia che cosa sapesse fare. Le chiese che cosa potesse diventare.

E forse questa è la differenza tra un inventore e un visionario. L’inventore costruisce una cosa nuova. Il visionario prova a immaginare come quella cosa cambierà la vita degli uomini.

Jobs non era interessato soltanto al computer. Era interessato all’esperienza. Alla forma. Alla semplicità. Alla possibilità di rendere naturale ciò che prima sembrava complicato. E, forse, alla possibilità di lasciare una traccia.

Perché c’è qualcosa di profondamente umano nel desiderio di creare. Forse creiamo perché sappiamo di essere destinati a morire. Costruiamo case, scriviamo libri, dipingiamo quadri, facciamo figli, inventiamo macchine, componiamo canzoni. Lasciamo qualcosa. Come se, da qualche parte dentro di noi, ci fosse una voce che dice: “Io sono passato di qui.”

Steve Jobs lo sapeva.

Nel suo celebre discorso a Stanford parlò della morte. Non come di un incidente della vita, ma come della sua misura. La morte ( diceva, in sostanza) costringe a chiedersi che cosa valga davvero la pena fare.

E forse aveva ragione. Perché quando sappiamo che il tempo è limitato, improvvisamente molte cose perdono importanza. Il successo. Il denaro. L’approvazione degli altri. Il bisogno di avere ragione.

E rimangono le domande.

Ho amato? Ho creato? Ho avuto il coraggio di essere quello che potevo essere? Ho seguito la mia strada o quella che qualcuno aveva preparato per me?

E allora torniamo a quel bambino. A quel piccolo Steve che, davanti alla domanda di una bambina, corre a casa per sapere se fosse stato davvero voluto. Forse tutta la sua vita può essere letta anche come una risposta.

Una risposta gigantesca. Un modo per dire al mondo:

Sì. Io sono qui.

E non è forse questo, in fondo, il bisogno più profondo di ogni essere umano? Essere visto. Essere riconosciuto. Sentire che la propria esistenza non è stata un incidente senza significato.

Forse Steve Jobs ha cercato per tutta la vita di trasformare quella domanda infantile in qualcosa che nessuno potesse più mettere in dubbio.

Non soltanto essere scelto. Diventare colui che sceglie.

Ha scelto i suoi sogni. Ha scelto le sue battaglie. Ha scelto perfino il modo in cui guardare alla morte.

Poi, però, è arrivato quel giorno. Il 5 ottobre 2011.

Aveva cinquantasei anni. Troppo presto, per chiunque. Troppo presto per un uomo che sembrava avere ancora così tante cose da dire. E viene quasi da chiedersi perché.

Perché proprio lui? Perché così presto?

La risposta, naturalmente, non ce l’abbiamo.

La morte non spiega. Arriva.

E, qualche volta, prende con sé proprio le persone che sembravano avere ancora molto da insegnarci.

Forse, però, è qui che la storia cambia.

Perché un visionario non smette necessariamente di esistere quando muore. Lascia una traiettoria. Un’idea. Un gesto. Una possibilità. Una domanda.

E qualcun altro, un giorno, raccoglierà quella domanda e la porterà più avanti. Come un testimone. Come una fiaccola. Come un messaggio lasciato dentro una bottiglia.

Noi continuiamo a camminare.

E mentre camminiamo, qualche volta, incontriamo un cane con un elefantino stretto tra i denti. Un bambino che fa una domanda apparentemente assurda. Un ragazzo che non riesce a stare dentro le regole. Una persona che guarda il cielo mentre tutti guardano per terra.

E forse dovremmo fermarci. Non per correggerli subito, ma per chiedere:

Che cosa hai visto?

Perché potrebbe essere proprio lì, dentro quella distrazione, dentro quella stranezza, dentro quella domanda che non sappiamo ancora comprendere, la strada che non abbiamo ancora percorso.

Cari Lettori, all’inizio abbiamo parlato di stelle. E forse non è un caso.

Se davvero gli atomi del nostro corpo provengono dalle stelle, allora ciascuno di noi porta dentro di sé qualcosa di molto antico. Una memoria che non sappiamo leggere. Una materia che ha viaggiato per miliardi di anni prima di diventare occhi, mani, pensieri.

E forse i visionari sono soltanto uomini e donne che, per qualche misteriosa ragione, riescono ad ascoltare un po’ meglio quella memoria.

Steve Jobs è tornato alla sua stella.

Ryker è rimasto con il suo elefantino.

Noi siamo ancora qui.

A camminare. A cercare. A sbagliare. A innamorarci. A perdere persone. A trovarne altre. A costruire qualcosa che forse non vedremo finito.

E quando arriverà il nostro momento, forse non saremo felici soltanto per quello che siamo riusciti a fare. Saremo felici anche pensando a quello che continueranno a fare quelli che vengono dopo di noi.

Perché nessuno parte davvero da solo.

Lasciamo sempre qualcosa.

Una parola. Un gesto. Un figlio. Un’idea. Una carezza. Una canzone. Un elefantino di peluche. Una mela morsicata.

E forse, alla fine, non dovremo chiederci se abbiamo fatto abbastanza. Forse basterà sapere di avere guardato, almeno una volta, un po’ più lontano degli altri.

E allora, quando chiuderemo gli occhi, potremo finalmente smettere di avere paura del buio.

Perché avremo capito che il buio non è la fine del viaggio.

È soltanto il momento in cui le stelle si vedono meglio.

E forse, allora, Steve Jobs non è partito.

Forse è soltanto tornato a casa.

La leva calcistica del ’68

Sole sul tetto dei palazzi in costruzione
Sole che batte sul campo di pallone
E terra e polvere che tira vento
E poi magari piove
Nino cammina che sembra un uomo
Con le scarpette di gomma dura
Dodici anni e il cuore pieno di paura

Ma Nino non aver paura
Di sbagliare un calcio di rigore
Non è mica da questi particolari
Che si giudica un giocatore
Un giocatore lo vedi dal coraggio
Dall’altruismo e dalla fantasia

E chissà quanti ne hai visti e quanti ne vedrai
Di giocatori tristi che non hanno vinto mai
Ed hanno appeso le scarpe a qualche tipo di muro
E adesso ridono dentro al bar
E sono innamorati da dieci anni
Con una donna che non hanno amato mai
Chissà quanti ne hai veduti
Chissà quanti ne vedrai

Nino capì fin dal primo momento
L’allenatore sembrava contento
E allora mise il cuore dentro alle scarpe
E corse più veloce del vento
Prese un pallone che sembrava stregato
Accanto al piede rimaneva incollato
Entrò nell’area tirò senza guardare
Ed il portiere lo fece passare

Ma Nino non aver paura
Di tirare un calcio di rigore
Non è mica da questi particolari
Che si giudica un giocatore
Un giocatore lo vedi dal coraggio
Dall’altruismo e dalla fantasia

Il ragazzo si farà
Anche se ha le spalle strette
Quest’altr’anno giocherà
Con la maglia numero sette

Forse essere visionari significa soltanto avere il coraggio di seguire ciò che gli altri chiamano distrazione, fino a scoprire che, qualche volta, era quella la strada.

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

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