Pubblicato su Lo SciacquaLingua
Quando diciamo che una persona, un’istituzione o una pubblicazione godono di ‘prestigio’, pensiamo all’autorevolezza, alla considerazione e alla stima conquistate nel tempo. Pochi sospettano che questa parola, oggi così rispettabile, abbia origini assai meno nobili.
Il sostantivo deriva infatti dal latino ‘praestigium’ (più spesso al plurale ‘praestigiae’), termine che indicava gli inganni, le illusioni e i trucchi capaci di confondere la vista e la mente. Da qui nacque anche il ‘praestigiator’, vale a dire il prestigiatore, colui che otteneva meraviglia e stupore mediante artifici e giochi di mano.
In origine, dunque, il campo semantico della parola non aveva nulla (a) che vedere con la reputazione o con il merito. Si muoveva piuttosto nell’ambito dell’illusione, dell’abbaglio e dell’inganno dei sensi. Come si è giunti allora al significato moderno?
Il cambiamento appare meno sorprendente di quanto possa sembrare. Chi riesce a stupire e a impressionare suscita ammirazione; l’ammirazione genera considerazione; la considerazione, consolidandosi nel tempo, diventa autorevolezza. Il centro semantico della parola si è progressivamente spostato dall’inganno all’effetto prodotto dall’inganno, vale a dire allo stupore e alla meraviglia.
Una curiosità merita di essere ricordata. Mentre ‘prestigio’ evolveva verso il significato di autorevolezza e considerazione, la sua famiglia lessicale non abbandonava del tutto le proprie origini. Ancora oggi parliamo di ‘giochi di prestigio’ e di ‘prestigiatori’, espressioni che conservano quasi intatto il valore antico della parola. È come se il latino ‘praestigium’ avesse continuato a vivere su due binari paralleli: da un lato quello dell’illusione e dell’arte magica, dall’altro quello della stima e della reputazione.
Un fenomeno del genere non è raro nella storia della lingua. Anche ‘formidabile’ significava originariamente «spaventoso», perché derivava dal latino ‘formidabilis’, «atto a incutere timore»; e ‘terribile’ designava ciò che provocava terrore. Col passare dei secoli, tuttavia, queste parole hanno attenuato o addirittura perduto il loro valore negativo.
Così è accaduto anche a ‘prestigio’. La parola ha abbandonato quasi del tutto la sfera dell’inganno per entrare in quella della stima e dell’autorevolezza. Eppure l’antica parentela con i giochi di prestigio non è mai scomparsa completamente: continua a sopravvivere, discretamente, nella sua storia.
Ogni volta che parliamo del prestigio di una persona o di un’istituzione, richiamiamo, dunque, senza accorgercene, una lontana famiglia di illusionisti e prestigiatori. È una delle tante sorprese che la lingua conserva sotto la superficie delle parole più comuni.
Le parole somigliano ai prestigiatori: mostrano un significato e ne nascondono un altro. L’etimologia è l’arte di scoprire il trucco.
A cura di Fausto Raso

Giornalista pubblicista, laureato in “Scienze della comunicazione” e specializzato in “Editoria e giornalismo” L’argomento della tesi è stato: “Problemi e dubbi grammaticali in testi del giornalismo multimediale contemporaneo”). Titolare della rubrica di lingua del “Giornale d’Italia” dal 1990 al 2002. Collabora con varie testate tra cui il periodico romano “Città mese” di cui è anche garante del lettore. Ha scritto, con Carlo Picozza, giornalista di “Repubblica”, il libro “Errori e Orrori. Per non essere piantati in Nasso dall’italiano”, con la presentazione di Lorenzo Del Boca, già presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, con la prefazione di Curzio Maltese, editorialista di “Repubblica” e con le illustrazioni di Massimo Bucchi, vignettista di “Repubblica”. Editore Gangemi – Roma.

