Pensieri, emozioni, stati d’animo di adolescenti (gli alunni dell’IIS “Lucrezia della Valle” di Cosenza). Un confronto intimo con il proprio nonno, per comprendere il significato profondo del Valore della Salute
Il pomeriggio si spegneva lentamente, lasciando che il sole d’autunno ricamasse merletti d’oro tra le fronde del giardino. La ragazza era seduta sul muretto di pietra, immobile, con lo sguardo perso tra i grovigli di una pianta tenace che risaliva la corteccia di un vecchio albero.
Il nonno le si avvicinò a passi lenti, portando con sé il profumo buono del caffè e quel silenzio complice che solo i lunghi viaggi dell’anima sanno cucire.
«Cosa cercano i tuoi occhi in quel labirinto di foglie, tesoro mio?» domandò l’anziano, sedendosi accanto a lei.
La ragazza distolse lo sguardo a fatica, come se si ridestasse da un sogno antico. «Cerco quello che tutti dovremmo cercare, nonno. Il desiderio più nudo. Quest’anno non chiedo miracoli, chiedo solo il diritto di stare bene. Chiedo la salute.»
Il nonno non parlò. Sapeva che certe parole hanno bisogno di spazio per respirare.
«Sono stanca di consumare il tempo nelle sale d’attesa», continuò la nipote, e la sua voce divenne un sussurro fragile. «Stanca di quel respiro sospeso tra studi medici e corridoi bianchi, dove ogni volta devi srotolare da capo il filo della tua storia. C’è un’ansia sottile che consuma i giorni che precedono i verdetti, e poi… poi c’è quella parola che gela il sangue, quel “per sempre” pronunciato con troppa freddezza. Vedi, nonno? La salute è diventata un pensiero troppo grande. A volte mi siedo e cerco di ricordare il sapore della spensieratezza. Com’era bello abitare il mondo senza la paura del domani?»
Il nonno le prese la mano, una carezza ruvida e calda, piena di stagioni vissute. «La memoria del benessere diventa un faro quando il mare si fa scuro, piccola mia.»
«Ma il buio non guarisce solo il corpo, maltratta anche l’anima», rispose lei, stringendo le dita del vecchio. «Quando la carne soffre, la mente si smarrisce. La paura del futuro diventa una nebbia fitta, un fumo che ti avvolge i pensieri fino a farti dimenticare chi sei veramente. Ti ruba l’identità.»
L’anziano sorrise dolcemente, poi indicò con il mento il muretto. «Guarda quell’edera che ami tanto osservare. La vedi? Non si arrende mai.»
«È solo una pianta, nonno…»
«No, è una maestra silenziosa», sussurrò il vecchio. «La salute dell’anima somiglia a quell’edera. Cerca disperatamente la luce, si arrampica sui tronchi più alti per bere i raggi del sole, eppure non disdegna l’ombra. Vive e prospera anche lì, nel grembo scuro dei rami più densi e nascosti. Ha una capacità sovrumana di aggrapparsi alla pietra, alla corteccia ferita, a qualsiasi superficie la vita le metta davanti. Non importa se fuori infuria la tempesta o se il sole brucia: lei c’è. Resiste. Trova un varco.»
La ragazza poggiò la testa sulla spalla del nonno. Sentì il battito regolare del suo cuore, un tempo lento che curava la fretta dei suoi pensieri. Guardò l’edera arrampicarsi tenace verso il cielo.
«Cercare la luce anche nell’ombra…», sussurrò la nipote a metà tra sé e sé.
«Esatto», concluse il nonno, baciandole i capelli. «Perché finché c’è un millimetro di roccia a cui aggrapparsi, il filo verde della vita non smetterà mai di salire.»
A Cura di Maria Felicita Blasi


