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David Banner è uno scienziato che lavora per i militari nell’ambito della ricerca sui nanorobot, microscopici dispositivi in grado di guarire ferite in pochi secondi. I suoi metodi sono però discutibili: quando arriva a fare da cavia per uno dei suoi esperimenti viene licenziato e, in seguito, arrestato. Il figlio, Bruce, cresce senza sapere chi fossero i genitori. Trent’anni più tardi, anche Bruce è diventato uno scienziato e si occupa delle stesse ricerche del padre. Nel tentativo di salvare la vita di un collega, viene sottoposto a una fortissima scarica di radiazioni gamma. Non muore, ma subisce una mutazione genetica irreversibile che lo trasformerà in Hulk ogni volta che perderà le staffe. I militari, comandati dal generale Ross, gli daranno la caccia per evitare che gli sbalzi d’umore del gigante verde mettano a repentaglio la vita di civili innocenti.

La parabola cinematografica di Bruce Banner è la metafora perfetta di noi stessi in alcuni “momenti no”. Per i più saggi o maturi, rappresenta solo il ricordo di una fase passata della vita; per molti altri, è una realtà quotidiana. “Oggi è meglio che nessuno mi parli”, “il primo che mi dice qualcosa lo sbrano”, “faccio una strage”: pensieri come fiumi in piena, dolorosamente consapevoli di aver perso momentaneamente gli argini e pronti a straripare. Proprio come i vulcani.

La fisica della rabbia: eruzioni effusive ed esplosive

In natura ci sono modi e modi di eruttare. Le eruzioni vulcaniche si dividono principalmente in due categorie: effusive ed esplosive. Nelle prime, la velocità di scorrimento delle lave è lenta, e questo tipo di fenomeno raramente presenta un pericolo immediato per la vita umana. Nelle seconde, invece, il magma viene frammentato in particelle di varie dimensioni che vengono scagliate all’esterno con violenza, costituendo un grave pericolo per l’uomo.

Questa stessa distinzione appartiene alla letteratura e all’animo umano. Scriveva il poeta Angelo Maria Ricci:

Ferve nel quarto cerchio opaco smalto, | Che qual sull’Etna ardente e bolle e fuma, | Sol che più ratto e liquido dall’alto | Volvesi, e non s’impietra o si consuma: | Ivi sta l’Ira; di bollente asfalto | Tinge i suoi ceppi e di viperea spuma, | E mentre cieca si dimena e scoppia, | Ne’ suoi lacci s’intrica, e gli raddoppia.

L’ira umana risponde esattamente a queste tre coordinate:

  • Ardente: consuma e trasforma l’energia psicologica in calore distruttivo.
  • Cieca: proprio come Hulk, non riconosce e non conosce nulla oltre se stessa, azzerando la razionalità.
  • Intricata: nel senso etimologico di avviluppare e intralciare. Diventa una matassa ingarbugliata e informe di cui è difficilissimo rintracciare il capo e gli elementi costitutivi.

La genesi del magma: dalle frustrazioni all’esplosione

Per capire l’origine di questo fuoco, dobbiamo guardare al quotidiano. In molte circostanze accadono episodi che violano la nostra sensibilità, il nostro senso di giustizia, il nostro tempo, i nostri spazi o i nostri diritti. Si tratta di condizioni negative che si frappongono tra noi e un progetto da realizzare: amori sbagliati, sentimenti feriti, ingiustizie subite. Frustrazioni che ci corrodono ogni giorno. Può essere l’automobilista che grida e impreca al volante perché chi lo precede non si è accorto che il semaforo è scattato da un centesimo di secondo, o dinamiche ben più profonde.

Di fronte a queste stimolazioni esterne, spesso cerchiamo di rimanere calmi. Reprimiamo. Accumuliamo tensione interna fino a quando, inevitabilmente, eruttiamo come i vulcani della seconda categoria: esplodiamo scagliando in aria, e addosso a chi ci circonda, il nostro “magma frammentato”.

Perché accade? Perché in quel momento abbiamo il bisogno vitale di scaricare all’esterno le tossine e l’aggressività negativa che ci stanno avvelenando dall’interno. È un processo cieco: arrivati al punto di massima repressione, non esiste spazio per il ragionamento, la riflessione o la calma. Le nostre facoltà neutrergiche vengono temporaneamente “intricate” e oscurate dalle fiamme che ardono in noi. Non resta che lasciare che il processo di consumo si compia; non resta che indossare la nostra maschera verde.

Le macerie e la via della Maturità

E dopo? Quando il fumo si dirada, guardiamo le macerie che il nostro magma ha creato e pensiamo: “Potevo agire diversamente?”. Se siamo poco elastici e concilianti con noi stessi, subentra il senso di colpa per la nostra condotta e per le sue conseguenze.

Ma potevamo davvero agire diversamente in quel preciso istante? La verità è no. Quando l’acme della tensione è raggiunto, quando i nervi si sono accavallati, lo stomaco si è contorto e l’organismo risente della tossicità emotiva, è impossibile ipotizzare una condotta diversa o cercare una via di mezzo tra il subire e l’aggredire.

Quello che si può fare, invece, arriva subito dopo lo smaltimento dei rifiuti emotivi. Come ricorda il saggio detto popolare, “a sangue caldo nessun giudizio è saldo”. Solo a mente fredda possiamo riflettere con maggiore maturità sulle motivazioni profonda dei nostri comportamenti, attuando strategie di flessibilità, adattamento e conciliazione per i fastidi del vivere quotidiano.

A tal proposito, Petronio Arbitro ci offre una splendida immagine speculare:

«Le nevi si fermano più lungamente sui terreni incolti e trascurati; ma dove la terra, lavorata dall’aratro, diventa splendente, la brina leggera sparisce in men che non si dica. Analogamente nel cuore umano si comporta l’ira: nelle anime rozze si insedia, mentre quelle raffinate appena le sfiora e si dilegua.»

Lo specchio interno: la rabbia auto-diretta

La rabbia etero-diretta, rivolta verso l’esterno, è paradossalmente la più facile da gestire. Esiste una forma di rabbia ben più insidiosa: la rabbia auto-diretta. È il frutto dei sensi di colpa, degli errori commessi o di quelli che altri hanno compiuto contro di noi e che abbiamo finito per interiorizzare. È la rabbia di non riuscire ad arrabbiarsi, di non saper affermare se stessi per la paura costante di essere nell’errore; la frustrazione di essere come si è, o di non riuscire a essere come si vorrebbe.

Anche questa tipologia di ira può esplodere all’improvviso o scivolare via lentamente come lava densa. A differenza della prima, però, non colpisce il mondo circostante, ma si abbatte contro la nostra stessa persona attraverso un meccanismo di punizione e autolesionismo. È il risultato di apprendimenti culturali fuorvianti che ci educano alla sottomissione, alla repressione del nostro mondo interiore e alla colpevolizzazione dei nostri stati d’animo. Ci costringono alla continua e logorante tensione di dover sorridere anche quando dentro di noi trema la terra, solo per conquistarci un posto nel cuore di coloro che amiamo.

Soffocherò dentro di me il bisogno di urlare e i dubbi che ho
lei mi vuole così, questo è il ruolo per me
condannato a distinguermi per calma e virtù
Se non esce fuori adesso rischia
di distruggermi
ma non solo con il sangue si può esprimere
La mia rabbia di non aver coraggio
mi fa rabbia non riuscire ad esprimere
la mia rabbia di dover fare il saggio
senza rabbia, ma sempre impassibile.
Sorriderò anche quando non mi va
perché è quello che lei si aspetta da me
e nasconderò la presunzione che ho
educato da sempre a una falsa umiltà
Vorrei però non posso, vorrei tanto dirtelo
che sto male non riesco più a nascondere
La mia rabbia di non aver coraggio
mi fa rabbia non riuscire ad esprimere
la mia rabbia per dover fare il saggio
senza rabbia, ma sempre impassibile.
sempre impassibile…
Mi fa rabbia non aver coraggio
senza rabbia, io sempre impassibile
sempre impassibile…