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Tutto, tutto ciò che io capisco, lo capisco solamente perché amo. È solo questo che tiene insieme tutto quanto. (Lev Tolstoj)

L’Abisso e il Vento

Cari Lettori, siamo stati “gettati” nel mondo senza essere stati consultati. Veniamo alla luce nudi, privi di un libretto d’istruzioni, scaraventati su un palcoscenico di cui non conosciamo né il copione né la durata delle scene. Nei primi anni della nostra esistenza ci muoviamo protetti da una spessa coltre di inconsapevolezza: si cresce, giorno dopo giorno, totalmente assorbiti dal flusso delle piccole cose, angustiati da problemi e problemini quotidiani che riempiono le ore e addormentano i pensieri.

Per tanto tempo la superficie della vita appare liscia, quasi rassicurante.

Poi, inevitabilmente, accade qualcosa. Una crepa si apre nel quotidiano e non si ha più l’occasione (o il lusso) di sfuggire a quelle domande “verticali” che turbano nel profondo e ci scaraventano in uno stato di improvvisa frustrazione e di angoscia.

Chi sono? Perché il dolore? Dove stiamo andando?

Dinanzi a questi grandi interrogativi, la natura umana si frammenta e ognuno reagisce a suo modo.

C’è chi, spaventato dalla vertigine, dopo un po’ scaccia queste domande come se fossero “cattivi pensieri”, preferendo anestetizzarsi nel rumore di fondo della civiltà contemporanea, lasciandosi vivere e scivolando lungo la corrente dell’abitudine.

E c’è chi, invece, si arrovella.

Ci sono anime che cominciano a essere rose da un tarlo invisibile ma implacabile, un ospite fisso che non le abbandonerà mai più. Sono le menti tormentate, i poeti, i cercatori di senso per cui le domande inquietanti vanno e vengono, non attendono risposte razionali, ma restano lì a turbare, a disturbare, ad accompagnare i passi come un cronico “male di vivere”.

In quei momenti di lucidità estrema, l’illusione della condivisione sociale svanisce: si scopre di essere drammaticamente soli con sé stessi. Ci si guarda dentro, nel silenzio della propria stanza dell’anima, e l’occhio (anche quello più acuto, abituato a decifrare l’inconscio) scorge solo un poco rassicurante abisso.

Una voragine di vuoto che fa tremare le gambe.

La vita, vissuta in queste condizioni di pura speculazione intellettuale e solitudine emotiva, perde i suoi colori; dopo qualche effimero bagliore di luce, inesorabilmente tende al suo tramonto, scivolando verso la depressione.

Per salvarsi da questa forza di gravità che trascina verso il basso, l’essere umano compie un gesto ancestrale: allunga lo sguardo oltre il proprio perimetro.

Ci si guarda attorno e, nel buio, si intravedono tante altre persone, ombre sorelle che magari custodiscono le stesse identiche domande, le stesse identiche non risposte. L’esistenza ci impone degli incontri di tipo sociale che sono alla base delle relazioni umane e della nostra sopravvivenza biologica e psichica. Moltissimi di questi contatti nascono e si dissolvono nella banalità del quotidiano, come tracce sulla sabbia cancellate dalla prima onda.

Pochi (pochissimi) superano la barriera dell’indifferenza ed entrano nel nostro immaginario sotto la forma nobile dell’amicizia.

Ma c’è un incontro, uno soltanto a volte, che squarcia il velo: quello che entra nella nostra vita come Amore.

Tantissime sono le definizioni che sono state date dell’amore; ogni poeta, ogni filosofo, ogni artista della storia ha tentato di declinare la sua. E questi “fratelli maggiori”, con la loro arte, ci aiutano a leggere dentro noi stessi, a dare un nome al tumulto che ci abita. Resta però fermo un dato clinico e umano: quando ci riguarda da vicino, l’amore si rivela per ciò che è veramente: un fuoco divorante che se ne infischia altamente della logica, dei calcoli e della razionalità.

L’amore è come il vento, anzi, l’amore è vento.

È una corrente invisibile ma devastante che irrompe nella stanza ordinata della nostra esistenza, spalanca le finestre, scaraventa a terra i nostri vecchi schemi e sconvolge la vita. Ma è proprio in quel disordine, in quel turbine che guarisce la solitudine dell’abisso, che l’amore (tramite le sue dolorose e meravigliose trasformazioni) rende la vita finalmente possibile, degna di essere vissuta.

La ferita e la mutazione

Cari Lettori, dopo essere stati avvinti da questo turbine d’amore, si vive in modo “altro”.

Si ritiene di poter finalmente abitare il mondo in modo autentico, perché la persona che ci è vicina si trova in una simbiosi fisica e spirituale profonda con noi.

Si sperimenta il massimo del legame e, nel contempo, ci si rende conto che deve esserci il massimo della libertà.

Le parole basilari, infatti, che segnalano la presenza reale dell’amore sono Rispetto, Libertà e Cura.

Quando l’attrazione si è mutata in uno stare insieme “felici”, si diventa consapevoli che bisogna accettare l’altra persona per quello che è, senza cercare di cambiarla.

Bisogna, altresì, lasciare spazio, evitando ogni forma di possesso soffocante. A coronamento di tutto c’è la “cura”: il desiderio costante di proteggere, sostenere e fare del bene all’altro, ogni giorno.

L’amore, come la bellezza, salva il mondo.

Chi ama ed è riamato ha, certo, problemi che lo disturbano quotidianamente. Ma, proprio perché ama, mai lascerebbe questa valle di lacrime di sua volontà. Sogna e desidera una vita insieme che sia la più lunga possibile.

Ognuno di noi ha amato, ama e, si spera, amerà.

Eppure, nella civiltà dei social (liquida, frammentata e spesso superficiale) diventa utile ed efficace fare esempi illustri. Figure pubbliche che, nei momenti di massima oscurità, aiutano ognuno di noi a leggere le proprie personali difficoltà.

Pochi artisti hanno saputo essere, da questo punto di vista, come Gino Paoli che, con le sue canzoni, ha accompagnato e arricchito per decenni la nostra vita.

Il grande pubblico invidiava il bello e il successo presenti nei rotocalchi dell’epoca, ignorando che anche un’anima così straordinaria potesse nascondere le sue profonde fragilità e le sue crisi esistenziali.

Il peso del “male di vivere”, il tarlo delle domande senza risposta e un momento di acuta depressione portarono infatti Gino Paoli, in una notte del 1963, a tentare il suicidio.

Un colpo di pistola al cuore.

Non ci riuscì, fu salvato per miracolo ma, vicino al muscolo cardiaco, restò per tantissimi anni quel proiettile. Una presenza fisica, ingombrante e silenziosa. Fino alla fine.

Solo dopo aver sfiorato il nulla, l’artista si rese conto di essere stato fortunato; imparò ad apprezzare la vita, capendo che essa va amata e difesa proprio perché intrinsecamente fragile.

Da studiosi del prossimo, sappiamo bene che le ferite dell’anima non sono mai incidenti di percorso senza senso, ma tappe dolorose di una metamorfosi interiore.

Per spiegare come un uomo possa risorgere dal proprio abisso e fare della propria cicatrice un’opera d’arte, non c’è metafora più illuminante di quella pronunciata dal Prof. Andrea Fanti nella serie “Doc – nelle tue mani”:

Da che mondo è mondo, i virus ci infettano ma noi, alla fine, li sconfiggiamo, sempre, anche se a prezzo di molto dolore. Sembra una catena di tragedie senza senso ma, a pensarci bene, invece non è così perché quei virus, ogni volta, hanno modificato il nostro DNA e ci hanno fatto evolvere. E anche il cervello ha imparato a immagazzinare i ricordi grazie a una di queste mutazioni. I virus ci fanno soffrire in modo atroce ma non è mai un dolore senza senso: ci hanno reso quello che siamo. Io, davanti a me, vedo persone meravigliose. Non importa cosa ci porterà il futuro perché la vita è fatta di mutazioni. La morte, ad esempio, è una vita mutata e, l’unica cosa certa, è che non dobbiamo avere paura.

La depressione e l’impulso autodistruttivo sono stati, per Gino Paoli, come quel virus. Lo hanno infettato, lo hanno fatto soffrire in modo atroce e lo hanno portato a un millimetro dal silenzio eterno.

Ma quel dolore non è stato senza senso.

Ha agito come una mutazione profonda del suo DNA emotivo.

La pallottola rimasta nel petto è diventata il simbolo biologico di una vita mutata, il punto di svolta che gli ha permesso di immagazzinare una sensibilità nuova, evoluta. Da quella ferita è nata la capacità di cantare l’amore non più come un’illusione adolescenziale ma, semmai, come l’unica forza capace di risanare le nostre mutazioni biologiche ed esistenziali.

Primavera ed Estate: Il turbine e il sole

Cari Lettori, il viaggio di rinascita intrapreso da Gino Paoli dopo aver accarezzato il nulla trova la sua perfetta trasposizione musicale nell’opera “Appunti di un lungo viaggio”

È un cammino scandito dalle stagioni dell’anima, dove le canzoni non sono semplici melodie, ma veri e propri stati psicologici ed esistenziali.

Il primo impatto con la vita ritrovata ha il nome di “Primavera”. Da un punto di vista terapeutico, la primavera non è una stagione pacificata; è il momento in cui la percezione della forza vitale che riaffiora è enorme, quasi destabilizzante. Le difese si abbassano e ci si crogiola in una specie di malinconia esistenziale, quel limbo dolce e amaro in cui il freddo dell’inverno interiore (la depressione superata) non è ancora del tutto svanito, ma il corpo ricomincia a sentire il richiamo del mondo.

Paoli unisce in questo flusso brani come Noi del mare, Amico mio e La mia donna è la libertà, ricordandoci che la libertà originaria dell’individuo è il prerequisito per ogni autentica fioritura.

Subito dopo, l’esistenza accelera ed esplode nella suite di “Estate”.

È il tempo in cui la vita ti mostra il sole in tutta la sua accecante pienezza. L’amore si manifesta come una forza totale, un’avventura che consuma e rigenera. Ed è proprio in questa stagione ideale che si colloca l’incontro primordiale, simbiotico e indimenticabile tra Gino Paoli e Ornella Vanoni.

Il loro è stato il “turbine” per eccellenza: una passione travolgente che ha scosso le cronache dell’epoca e ha modificato per sempre la storia della musica d’autore italiana.

Un legame fusionale e assoluto, in cui i confini tra l’io e il tu sembravano temporaneamente dissolversi.

Tuttavia, come Educatori, sentiamo il dovere di evidenziare una dinamica fondamentale: affinché il turbine estivo non si trasformi in un incendio distruttivo, la fusione iniziale deve evolvere.

 Lo stare insieme felicemente non può reggersi sul possesso. Le parole d’ordine che trasformano l’attrazione in un sentimento duraturo sono, come dicevamo, Rispetto, Libertà e Cura.

Amare in modo sano significa accettare l’altra persona nella sua totale alterità, senza pretendere di modellarla a nostra immagine o di raddrizzare le sue spigolosità. Significa evitare ogni forma di possesso soffocante e claustrofobico.

Il vero amore non stringe le manette, ma spalanca le braccia: richiede il massimo del legame spirituale, ma contemporaneamente esige il massimo della libertà individuale. Solo attraverso la “cura” quotidiana ( il desiderio profondo di proteggere e sostenere l’altro senza invaderne lo spazio vitale) l’intensità dell’Estate può strutturarsi e prepararsi a superare le stagioni più fredde che il tempo, inevitabilmente, porta con sé.

Autunno e Inverno: Il tempo del ricordo

Nessuna estate, per quanto radiosa e intensa, dura per sempre. Le leggi della vita e della psiche umana impongono il passaggio del tempo e, con esso, il mutare delle forme in cui i sentimenti si manifestano.

Quando il momento alto e passionale della giovinezza si è concluso, le strade di Gino Paoli e Ornella Vanoni si sono divise dal punto di vista biografico.

Ognuno ha proseguito lungo il proprio sentiero, ha costruito altri legami, ha vissuto altre stagioni. Eppure, l’essenza di quel legame primordiale non è mai svanita: si è semplicemente trasformata, sedimentandosi negli strati più profondi dell’anima come un legame inestinguibile, impermeabile allo scorrere degli anni e alle distanze fisiche.

Questa transizione ci conduce direttamente alla suite di “Inverno” all’interno degli Appunti di un lungo viaggio.

L’inverno è la stagione della spogliazione essenziale. È il tempo in cui il rumore del mondo si attenua e l’unica cosa vera che ci resta, l’unico riparo contro il freddo dell’esistenza, è la percezione e il ricordo dell’amore che ci siamo scambiati. Non è una nostalgia sterile o depressiva, ma una forma di consapevolezza superiore. Quando il corpo si fa fragile e il futuro si accorcia, la mente umana non si culla nei successi ottenuti o nei beni materiali accumulati, ma si stringe attorno alla memoria di chi ha amato e da cui è stata amata.

Questo attaccamento profondo, che supera la logica della vicinanza fisica e resiste nelle avversità, non è una prerogativa esclusiva degli esseri umani. La natura ci offre continuamente degli specchi meravigliosi attraverso cui comprendere la purezza dei sentimenti.

Ne è un esempio straordinario una vicenda accaduta nella clinica veterinaria di Verona, che ha commosso milioni di persone sul web.

Due gatti, fratelli inseparabili di 5 anni, si sono trovati improvvisamente a fare i conti con il dolore quando uno dei due si è gravemente ferito a una zampa. Portato d’urgenza in clinica e chiuso in una gabbia per le terapie, il felino non è rimasto solo. Il fratello, guidato da una forza misteriosa che somiglia in tutto e per tutto a ciò che noi chiamiamo dedizione, non lo ha mollato un solo istante: è entrato nella struttura medica, si è sdraiato accanto alle sbarre della gabbia e vi è rimasto per due interi giorni, rifiutando persino di toccare cibo. I veterinari, commossi da tanta ostinazione, hanno permesso che restasse. Il video di questo piccolo animale che, con infinita pazienza e tenerezza, lecca la testa del fratello malato attraverso le sbarre della gabbia ha superato i 19 milioni di visualizzazioni. “Non si sono mai separati”, ha raccontato la proprietaria tra le lacrime.

Due gatti nella clinica veterinaria, uno accanto al fratello malato

Fonte “Il mio cane bau”

Dal punto di vista clinico e simbolico, questa commovente storia rappresenta alla perfezione la natura dell’attaccamento che ha legato Gino e Ornella per tutta la vita.

Come quel felino rimasto accucciato al di fuori delle sbarre, il sentimento che è rimasto tra i due artisti non ha avuto bisogno di possesso o di convivenza quotidiana per restare vivo. È stato una presenza silenziosa, una forma di “cura” a distanza, un leccarsi le ferite a vicenda attraverso le barriere invisibili del tempo e delle rispettive vite. Un filo invisibile ma indistruttibile che ha continuato a vibrare nel silenzio, in attesa del suo sigillo finale.

Il congedo dalla luce e la cura dell’invisibile

Cari Lettori, quando le stagioni biologiche volgono al termine, l’essere umano entra in una dimensione in cui il tempo non si misura più con le scadenze del calendario, ma con la profondità degli sguardi.

Da persone che camminano accanto a chi soffre, incontriamo spesso questa fase dell’esistenza in cui le persone sentono il bisogno di spogliare l’amore di ogni sovrastruttura, di ogni urgenza carnale o contrattuale, per consegnarlo alla sua espressione più pura e disarmante: la pura presenza protettiva.

Se l’Estate è stata il tempo della passione e del possesso, la maturità inoltrata diventa il tempo della contemplazione silenziosa dell’altro.

C’è una dinamica di una tenerezza infinita che si instaura quando si accetta la fragilità dell’essere che ci cammina accanto.

È l’invito più profondo che un’anima possa rivolgere a chi ama:

Portala al mare, falla ridere, che ha bisogno di pace non di promesse. Guardala quando non ti guarda perché, lì, c’è tutto quello che non dice

In queste poche parole si condensa il segreto clinico e umano della stabilità emotiva: la capacità di decifrare i silenzi. Non servono più i grandi giuramenti del passato, le “promesse” che il tempo futuro potrebbe non avere lo spazio di mantenere; serve la “pace”, la certezza di un porto sicuro. Guardare l’altro quando non si sente osservato significa coglierne l’autenticità nuda, le paure inespresse, la stanchezza del viaggio.

Significa esserci senza invadere, curare senza soffocare.

Questo livello di amore totale è l’unica vera zavorra che ci tiene ancorati alla bellezza del mondo, ma è anche il velo che rende dolce il momento del distacco. Arriva un giorno, infatti, in cui la mente deve prepararsi al congedo. Un giorno in cui, come in un bilancio finale, si comprende la relatività di tutto ciò per cui abbiamo lottato, sofferto e corso.

Un giorno finiranno le cose da fare, le corse, gli impegni, le notifiche a cui rispondere. Arriverà il momento in cui non avremo più nulla da rincorrere e, allora, guardandoci indietro, forse capiremo che tutto ciò che sembrava importante lo era molto meno di quanto pensassimo. Alla fine, l’unica cosa che resterà davvero, sarà quanto amore avremmo saputo dare e quanto amore avremmo ricevuto. Il resto passerà. L’amore che ci siamo lasciati dentro, quello no. (Cit.)

Questa straordinaria consapevolezza ribalta completamente la nostra percezione della fine. La morte cessa di essere un mostro innominabile e si trasforma in una transizione protetta, un ritorno a uno stato di calore originario.

È la speranza che ognuno di noi, segretamente, custodisce nel profondo:

Spero che la morte sia come quando, da bambino, venivi portato tra le braccia nella tua stanza dopo esserti addormentato sul divano durante una vivace festa in famiglia. Spero che mentre dormi, tu possa ancora sentire le risate provenienti dalla stanza accanto, come un’eco di vita, amore e gioia intorno a te (Lilies Abounded).

L’amore ricevuto diventa così la stanza da letto dell’anima, un luogo accogliente dove potersi addormentare in pace, cullati dal rumore rassicurante della vita che continua nella stanza accanto. È il sigillo della continuità: nulla di ciò che è stato amato va perduto, perché l’impronta emotiva resta impressa nel tessuto stesso dell’universo.

Il ritorno a casa

Cari Lettori, esiste una forma di giustizia superiore nei sentimenti che non risponde alle leggi degli uomini, ma a una sorta di pietà universale. Quando due anime si appartengono nel profondo, il destino sembra fare di tutto per non lasciarle sole, persino nel momento del grande passaggio. Questa verità, così intima e difficile da spiegare a parole, trova una metafora perfetta in una seconda e straordinaria storia di animali, ambientata nel canile di Roma nel 2023.

Due cani di 6 e 7 anni si trovavano rinchiusi nella stessa gabbia da quattro lunghissimi anni. Il tempo e la reclusione li avevano resi inseparabili; erano diventati l’uno la zavorra e il rifugio dell’altro. Un giorno si presentò una famiglia con l’intenzione di adottare soltanto il cane più giovane. Ma quando i volontari aprirono la gabbia, accadde l’inaspettato: il cane prescelto si piantò davanti al suo vecchio amico e si rifiutò categoricamente di uscire, preferendo la prigionia alla separazione.

Una volontaria riprese la scena e il video ottenne oltre 30 milioni di visualizzazioni. Davanti a una simile dimostrazione di fedeltà, la famiglia cedette: “Non potevamo separarli”, dichiararono, adottandoli entrambi.

La foto dei due animali finalmente liberi, accovacciati insieme sullo stesso divano, raccolse più di un milione di like.

Cani in un canile al tramonto, immagine della cura e della speranza

Fonte Roma today

Simbolicamente, questa vicenda evoca la pietà della morte, che sembra aver agito nei confronti di Gino Paoli e Ornella Vanoni come quella famiglia romana.

La morte non ha voluto lasciarli soli nella gabbia del tempo e della vecchiaia; li ha “adottati” insieme, ricongiungendo idealmente le loro anime affinché non dovessero subire il peso della separazione definitiva.

Questo commovente passaggio all’oltre ci riporta alle parole pronunciate dal regista Pupi Avati al funerale dell’amico e attore Gianni Cavina. Un saluto che spoglia la fine di ogni terrore, trasformandola in una chiamata familiare:

Ecco Gianni, quando da bambini andavamo a giocare in cortile c’era sempre la luce, fino a quando la sera scendevano le tenebre. A quel punto le nostre mamme ci chiamavano per fare ritorno a casa. Era l’ora più brutta. Siamo arrivati a questo punto della nostra vita. Ci stanno chiamando a casa. Ciao Gianni.

Cari Lettori, anche per noi si avvicina (oggi più di ieri, anche se meno di domani) questo punto del lungo viaggio.

Le tenebre scendono, la giornata terrena si conclude e le “mamme” ci chiamano a casa, in quel cortile originario dove la luce non tramonta mai. E proprio sulla soglia di questa casa, si colloca l’atto finale dell’amore tra Gino e Ornella.

Poco tempo prima che la Vanoni ci lasciasse, Gino Paoli aveva scritto una canzone struggente, un dialogo d’amore che nelle sue intenzioni avrebbero dovuto cantare insieme, unendo per l’ultima volta le loro voci calde e vissute.

Il titolo era un manifesto di speranza: “Quando ti rivedrò”. La morte, tuttavia, è arrivata prima che Ornella potesse posare la sua voce su quelle note.

Di fronte a questo vuoto incolmabile, Gino Paoli ha compiuto una scelta di una nobiltà assoluta: si è rifiutato categoricamente di sostituire Ornella con un’altra cantante, per quanto bravissima potesse essere. Nessun’altra donna avrebbe potuto recitare quella parte.

Così, il brano è stato inciso con la sola voce di Gino; ma nella sezione che era stata scritta per la Vanoni, l’autore ha voluto che a dialogare con lui ci fosse la tromba del grande Paolo Fresu.

È stato lo stesso Paolo Fresu che, con il suono straziante e lirico dello stesso strumento, aveva fatto venire la pelle d’oca a tutti i presenti durante i funerali di Ornella.

Incidendo quel brano, la tromba di Fresu ha posto un magico sigillo su un sentimento eterno. Il filo dell’amore non si era spezzato con la distanza, non si era spezzato con il silenzio e non si è spezzato nemmeno con la morte.

Quel soffio d’aria dorata nella tromba ha dimostrato che l’amore resta il motore immobile non solo della vita degli uomini, ma di tutto l’universo.

Cari Lettori, questa nostra passeggiata arriva al termine con le parole nude di quella canzone che risuonano come una promessa sospesa tra la terra e il cielo

Quando ti rivedrò

Quando ti rivedrò
non ti dirò nessuna parola,
ti guarderò soltanto.
E nei tuoi occhi cercherò
i segni del tempo che è passato,
le ferite che hai subito,
i sorrisi che hai regalato.
Non ci sarà bisogno di spiegare,
non ci sarà bisogno di capire.
Saremo soltanto noi due,
come siamo sempre stati,
oltre il tempo,
oltre l’inverno,
a casa.

Se sapessi che oggi è l’ultima volta che ti vedo uscire dalla porta, ti abbraccerei, ti darei un bacio e ti chiamerei di nuovo per dartene altri. (Gabriel Garcia Marquez)

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

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