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Pensieri, emozioni, stati d’animo di adolescenti (gli alunni dell’IIS “Lucrezia della Valle” di Cosenza). Un confronto intimo per comprendere il significato profondo della parola “Paura”

La sera aveva quella calma che arriva quando il giorno, finalmente, smette di chiedere qualcosa.

Nel giardino c’era ancora un po’ di luce.

Non abbastanza per distinguere bene i colori, ma sufficiente per riconoscere le cose.

Il vecchio ciliegio.
La panchina.
Il sentiero che portava alla casa.

Il ragazzo era seduto con i gomiti sulle ginocchia e le mani intrecciate.

Il nonno gli sedeva accanto.

Non gli chiese subito cosa avesse.

I vecchi, quando hanno imparato qualcosa dalla vita, sanno che certe domande hanno bisogno di aspettare.

Fu il ragazzo a parlare.

— Ho paura.

Il nonno guardò davanti a sé.

— Lo so.

— Come fai a saperlo?

— Perché quando avevo la tua età pensavo che la paura facesse rumore.

Il ragazzo si voltò.

— E invece?

— Invece, spesso, fa silenzio.

Per qualche secondo nessuno parlò.

Poi il ragazzo disse:

— Ho paura di crescere.

Il nonno sorrise appena.

Non era un sorriso divertito.

Era il sorriso di chi riconosce una vecchia conoscenza.

— Questa è una paura seria.

— Non ho paura di diventare grande, in realtà.

— No?

— Ho paura di quello che viene dopo.

Il ragazzo raccolse un piccolo sasso da terra e lo fece girare tra le dita.

— Il mondo vero. I problemi veri. Le responsabilità. Tutte quelle cose che adesso sembrano lontane e che invece tra poco saranno lì.

Si fermò.

— Vorrei poter continuare a preoccuparmi delle cose stupide.

Il nonno annuì.

— Puoi.

— Cosa?

— Puoi continuare.

Il ragazzo lo guardò incredulo.

— Anche da adulto?

— Soprattutto da adulto.

Rise piano.

Poi tornò serio.

— Il problema è che quando sei giovane pensi che gli adulti abbiano capito tutto.

— E non è così?

Il nonno rimase in silenzio per qualche istante.

— No.

— Tu non hai capito tutto?

— Assolutamente no.

— E allora come hai fatto?

Il nonno si appoggiò allo schienale.

— Ho fatto quello che fanno quasi tutti.

— Cosa?

— Sono andato avanti senza essere sicuro.

Il ragazzo abbassò gli occhi.

Quella risposta sembrava averlo spiazzato più di qualsiasi consiglio.

— Io non mi sento pronto.

— Lo so.

— E se non mi sentirò mai pronto?

Il nonno guardò il cielo.

— Probabilmente, qualche volta, sarà proprio così.

— Non è molto rassicurante.

— Non volevo rassicurarti.

Il ragazzo sorrise.

— E allora cosa vuoi fare?

— Vorrei aiutarti a non avere bisogno di essere rassicurato.

Questa volta il silenzio durò più a lungo.

Il ragazzo riprese:

— Penso all’università.

— Già.

— Da una parte mi sembra bellissimo. È il futuro. Le possibilità. I sogni.

— E dall’altra?

— Dall’altra c’è tutto quello che dovrò lasciare.

La casa.

La mia stanza.

Le persone che conosco.

Le cose che so fare.

— E hai paura di perderti.

Il ragazzo lo guardò.

— Sì.

— Di non riuscire a stare da solo.

— Sì.

— Di sentirti solo.

Il ragazzo annuì.

— E di non essere all’altezza.

Il nonno prese fiato lentamente.

— Posso dirti una cosa?

— Sì.

— Non puoi sapere adesso se sarai all’altezza.

— È proprio questo che mi spaventa.

— Lo so.

— Allora cosa dovrei fare?

— Partire.

— Senza sapere?

— Sì.

— E se mi perdo?

— Ti fermerai.

— E se non trovo la strada?

— Chiederai.

— E se sbaglio?

— Sbaglierai.

Il ragazzo lo guardò quasi contrariato.

— Nonno, tu rendi tutto molto semplice.

— No.

Il vecchio sorrise.

— Io lo rendo possibile.

Il ragazzo rimase zitto.

Il nonno continuò:

— Nessuno attraversa una strada sapendo già tutto quello che troverà dall’altra parte.

La vita non ti consegna una mappa.

Ti consegna una strada.

E qualche volta nemmeno quella è molto chiara.

Le prime stelle comparvero sopra gli alberi.

— Ho paura anche dell’esame.

— La maturità?

— Sì.

— Di non farcela?

— Di non farcela come vorrei.

Il ragazzo abbassò la voce.

— Ho paura di deludere tutti.

Una pausa.

— Anche me stesso.

Il nonno si voltò verso di lui.

— Questa forse è la parte più difficile.

— Quale?

— Quando smetti di chiederti se andrà bene e cominci a chiederti cosa penserai di te se non andrà bene.

Il ragazzo non rispose.

— Ascoltami — disse il nonno. — Un esame può dirti come è andato un esame.

Si fermò.

— Non può dirti chi sei.

Il ragazzo guardò per terra.

— Però può andare male.

— Certo.

— E allora?

— Allora farà male.

Il ragazzo alzò gli occhi.

Il nonno non sorrideva più.

— Ci saranno cose che faranno male, nella tua vita.

Non devi imparare a non soffrire.

Devi imparare che il dolore non ha sempre l’ultima parola.

Il ragazzo rimase immobile.

Poi disse:

— A volte vorrei non crescere mai.

Il nonno sorrise.

— Lo sai che anch’io l’ho pensato?

— Tu?

— Anch’io.

— E quando?

— Molte volte.

— Anche adesso?

Il nonno guardò la casa illuminata dalla luce calda delle finestre.

— Qualche volta.

Il ragazzo rise.

— Ma allora non sei cresciuto.

— Forse no.

— Dopo tutta la vita?

— Dopo tutta la vita.

Si guardarono.

E per un attimo il vecchio sembrò quasi un ragazzo.

Poi disse:

— C’è una cosa che ho capito tardi.

— Cosa?

— Crescere non significa smettere di avere bisogno di qualcuno.

Il ragazzo ascoltava.

— Significa imparare a portare con sé le persone che ci hanno insegnato a camminare.

Il ragazzo guardò verso casa.

— Quindi posso portarmi dietro la mia casa?

— Non tutta.

— No?

— I muri no.

— E allora cosa?

Il nonno gli appoggiò una mano sulla spalla.

— Quello che hai imparato dentro quei muri.

Il ragazzo rimase in silenzio.

Poi disse:

— Forse la cosa che mi fa più paura è non sapere cosa succederà.

— È normale.

— Tu lo sapevi?

— No.

— E come facevi a non impazzire?

Il nonno rise.

— A volte impazzivo.

Il ragazzo rise anche lui.

Poi il nonno tornò serio.

— Ma sai cosa ho scoperto?

— Cosa?

— Che la paura non sempre viene per fermarti.

Il ragazzo lo guardò.

— A volte viene per dirti: stai attento. Questa cosa conta.

Il ragazzo abbassò gli occhi.

— Allora forse ho paura perché ci tengo.

— Forse.

— All’università.

— Forse.

— All’esame.

— Forse.

— A quello che diventerò.

Il nonno sorrise.

— Soprattutto a quello.

Il ragazzo respirò profondamente.

Per la prima volta quella sera non sembrava cercare una risposta.

Sembrava soltanto ascoltare ciò che gli stava accadendo dentro.

— Quindi la paura può servire?

— Può.

— Ma non devo lasciarle decidere tutto.

— Esatto.

— E se torna?

— Tornerà.

— E allora?

— Le farai spazio.

— Non la mando via?

— No.

— E cosa faccio?

Il nonno indicò il sentiero davanti a loro.

— Cammini.

Il ragazzo guardò il sentiero.

Era lo stesso di sempre.

Eppure, quella sera, sembrava diverso.

— Un passo alla volta?

— Sempre.

Il ragazzo rimase ancora qualche secondo in silenzio.

Poi sorrise.

— Nonno?

— Sì?

— Forse non voglio più aspettare di sentirmi pronto.

Il vecchio non disse nulla.

Gli strinse appena la spalla.

Era una risposta sufficiente.

Rimasero lì, insieme, mentre il buio diventava più fitto.

Il ragazzo guardava le stelle.

Il nonno guardava il ragazzo.

E forse era proprio questo, in fondo, il compito di chi ha già camminato molto:

non indicare agli altri dove andare,

non promettere che non cadranno,

non togliere loro la paura.

Ma restare abbastanza vicino

perché possano scoprire da soli

che si può andare avanti

anche quando si trema.

A cura di Maria Felicita Blasi

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