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Pubblicato su Lo SciacquaLingua

Nella vita “segreta” delle parole italiane, il passaggio dal maschile al femminile non è mai un semplice cambio di desinenza: è una metamorfosi. Quando la lingua decide di femminilizzare un sostantivo, spesso lo fa per dargli corpo, peso, concretezza. Fango e fanga sono un esempio perfetto di questa plasticità: due forme che non si oppongono, ma si completano, oscillando tra la solennità letteraria e la vitalità dei gerghi popolari.

La fanga, nei vocabolari, è definita come il fango liquido, denso, abbondante: non una variante, ma una massa. L’italiano, da secoli, usa il femminile per trasformare una materia in un’esperienza tangibile. E infatti la letteratura ha accolto la parola con naturalezza, proprio per la sua forza visiva. Giovanni Battista Fagiuoli scrive: non si può camminar per la gran fanga;e già in quel gran si sente la pesantezza della melma. Gabriele D’Annunzio, nella Canzone del Muggia, spinge ancora oltre: In foco in sangue in fanghe in ghiacci inerti / I peccatori abbrucia attuffa asserra. Il plurale le fanghe diventa un paesaggio morale, un pantano che non è solo fisico ma anche simbolico, una materia che punisce, soffoca, trascina.

Una curiosità: nei testi secenteschi la fanga compare spesso per designare non solo la melma, ma anche la terra smossa dopo le piogge, come se il femminile servisse a dare alla sostanza un carattere più vivo, più mobile. È una sfumatura che i dizionari odierni non registrano più, ma che si ritrova in certi autori minori del Seicento e del Settecento, dove la fanga è quasi una creatura che si muove, si spande, invade.

Poi la parola compie un salto inatteso. Nelle trincee della Prima Guerra Mondiale, i fanti vivevano immersi nella melma per mesi: scarponi sempre bagnati, pesanti, incrostati. In quel mondo di sofferenza e ironia, la materia finì col dare il nome all’oggetto. Le fanghe divennero le scarpe: non per metafora, ma per metonimia. La terra bagnata che avvolgeva gli scarponi si fuse con loro, e il nome passò dalla sostanza alla calzatura. È uno dei casi più limpidi di come il gergo militare sappia trasformare la realtà in linguaggio.

Da lì, il termine migrò nei dialetti e nei gerghi giovanili: nel romanesco, nel bolognese, in vari parlari settentrionali. Le fanghe sono diventate le scarpe pesanti, vistose, logore, quelle che fanno rumore sul marciapiede o che richiamano la storia di chi le calza. Una traccia della trincea rimasta nella vita quotidiana.

La bellezza di fanga sta proprio in questa duplicità: la melma solenne dei versi dannunziani e la scarpa infangata del fante, del ragazzo di borgata, del lavoratore che attraversa la città. Due mondi che non si contraddicono, ma convivono. La lingua, come sempre, non sceglie: accoglie.

A cura di Fausto Raso

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