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La giovinezza non è un periodo della vita, è uno stato della mente. Ma il tempo, quel passante silenzioso, ci ruba i pezzi lungo la strada. E alla fine, l’unica cosa che resta a fare argine contro il buio, è la misura dell’amore che abbiamo saputo dare e ricevere. (Cit.)

Cari Lettori, c’è un momento preciso della vita in cui ci si guarda allo specchio e si scopre che il tempo non ci ha lasciato indenni. Ha scavato solchi, ha tolto lucentezza agli occhi e, talvolta, ha creato una sorta di sottile disfacimento nell’animo.

Quella che si prova è una malinconia che conosciamo bene, noi che apparteniamo a quel modello di studio “matto e disperatissimo” di leopardiana memoria, abituati a cercare nei libri le risposte che la vita quotidiana, spesso ci nega.

Viviamo in tempi bui. Lo diciamo da studiosi, da terapeuti, da uomini.

I nostri antenati erano quelli della pietra e della fionda, come scriveva mirabilmente Salvatore Quasimodo; noi siamo quelli dei droni, delle superbombe, degli schermi freddi che illuminano solitudini siderali.

Il nostro progresso tecnico è un progresso di straordinaria ferocia, un’evoluzione geopolitica e tecnologica che stride tremendamente, quasi con violenza, con le nostre conquiste spirituali e artistiche.

Che fare, allora?

Continuare a lavorare perché il sistema migliori almeno un po’, senza farsi soverchie illusioni.

Eppure, a noi resta il dovere etico e poetico di tenere acceso anche solo un fiammifero nell’oscurità, sperando che altri verranno dopo di noi, con ben altra forza e ben altra luce.

E allora, a chi chiedere aiuto per capire come procedere in questa alba fredda e scura che rassomiglia un po’ alla vita e ha il sapore di un tramonto senza fine?

La risposta, forse, non si trova nei trattati di filosofia, ma si è manifestata lo scorso 26 agosto, con la giornata mondiale dedicata al cane.

Un anniversario che non è una semplice ricorrenza sul calendario, ma un pretesto dell’anima per riflettere sull’importanza di questo amico straordinario nella vita di noi uomini. Ognuno di noi ha il suo amico da festeggiare o da ricordare.

Perché, in fondo, l’unica e vera ancora di salvezza di fronte al disfacimento del tempo è rappresentata dall’attaccamento e dall’amore puro. Quell’amore che solo la figura di un cane, con la sua presenza muta e assoluta, può insegnarci.

Se non ci fossero i cani a ricordarci l’innocenza, l’uomo sarebbe condannato alla sua stessa complessità. (Cit.)

Il ritorno alla Casa Madre: Ulisse e il cerchio di Argo

Tutti noi, ogni tanto, avvertiamo l’esigenza profonda di tornare alla “casa madre”, là dove tutto ha avuto inizio, per trarre ricchezza spirituale e nutrimento. Per chi scrive, quella casa madre si chiama Odissea. È l’inesauribile forza del grande classico, l’archetipo da cui è nata, in sostanza, tutta la letteratura occidentale.

Recentemente è apparso nelle sale cinematografiche l’ultimo adattamento cinematografico di questa epopea (una visione che si discosta dal mito classico del regista Christopher Nolan).

In questa chiave moderna, il personaggio di Ulisse, più che l’astuto e celebrato “politropo” omerico, appare come un reduce. Un uomo appesantito dai sensi di colpa, spezzato dai segni di un disturbo post-traumatico da stress dopo anni di macerie e sangue.

Tutta la civiltà umana, a ben pensarci, è dominata da millenni dalla guerra. Di generazione in generazione abbiamo prodotto bellezza e progresso, per poi tirare fuori la nostra natura più crudele e rimettere la violenza al centro di tutto.

Ma nel libro diciassettesimo del poema omerico si individua una tregua a questa ferocia.

Lì troviamo, infatti, il momento più alto, struggente e intimo di tutta la letteratura.

Ulisse torna a Itaca travestito da mendicante. Nessuno lo riconosce. Nessuno, tranne Argo.

Come ha scritto magnificamente Tommaso Montinari su Il Venerdì di Repubblica, in quel momento Ulisse si commuove.

Deve nascondere una lacrima ai Proci, ma probabilmente deve nasconderla anche a sé stesso, alla sua corazza di guerriero.

Dal canto suo Argo, ormai vecchio, gettato sul letame, abbandonato alla putrescenza dell’oblio e divorato dalle zecche, sussulta. Quasi sicuramente, in quel frammento di secondo, il vecchio cane ricorda i giorni felici in cui, da cucciolo, veniva allevato da quel Re ora finalmente tornato.

Non ha più le forze per corrergli incontro. Può solo abbassare le orecchie e muovere debolmente la coda. E così, in un estremo, definitivo atto d’amore per il suo “Amore” mai dimenticato, si chiude il cerchio della sua vita.

Argo muore perché ha adempiuto al suo unico scopo: attendere il padrone.

Possiamo immaginare Ulisse in piedi di fronte a quel corpo ormai senza vita. È come un Edipo di fronte alla Sfinge alle porte di Tebe. Ricordate l’indovinello del mostro?

Quale creatura cammina su quattro gambe al mattino, due a mezzogiorno e tre alla sera?

Edipo risponde correttamente: è l’essere umano, che striscia da bambino, cammina eretto da adulto e usa un bastone da vecchio.

Ma Ulisse, di fronte ad Argo, fa un’operazione diversa.

Non risolve un enigma intellettuale: sprofonda emotivamente di fronte alla condizione umana di una vita senza amore. Il bastone della vecchiaia non è solo un supporto fisico; diventa il simbolo del tempo che logora.

Eppure, Argo quel tempo lo ha sconfitto con l’attesa.

Montinari ricollega questo momento al “Nunc dimittis” del profeta Simeone, che chiede a Dio di poter morire dopo aver finalmente visto il Salvatore, o al congedo di San Paolo, lieto di aver conservato la fede fino all’ultimo istante.

La fiducia nel ritorno del proprio signore ha, nel cane, un sapore quasi divino.

È un amore sconfinato, “muto”, totale e paziente. È come se questo antichissimo sodalizio serva a noi umani per sperimentare, di riflesso, un amore assoluto di cui spesso non siamo capaci, se non nei nostri desideri o nella nostalgia di qualcosa che sentiamo dover esistere, ma che non riusciamo a trovare nel mondo.

L’attesa di Argo non è la sottomissione di uno schiavo.

È l’amore immenso di una “piccola persona” per una persona grande che, forse, di un amore così grande non sarebbe stata capace.

Gli occhi di un cane sono lo specchio in cui l’uomo può ancora scorgere la propria anima prima che la ragione la corrompesse. (Ispirato al pensiero di Anna Maria Ortese)

Scriveva infatti Anna Maria Ortese: Ritengo gli Animali Piccole Persone con una faccia, occhi belli e buoni che esprimono un pensiero (…) al di fuori del raziocinio o ragione per cui noi andiamo noti, e ci incensiamo tra noi. (…) Le piccole persone sono pure e buone.”

Cronache del Canile: I dieci secondi di Nero

Usciamo dalla letteratura ed entriamo nel fango dei nostri giorni, dove la purezza delle “piccole persone” risplende contro l’egoismo umano.

Canile di Napoli, 2024. C’è un cane di dodici anni. Ha trascorso dieci di questi anni dietro le sbarre di una gabbia. Nessuno lo vuole. È vecchio, ed è nero, proprio come il nome che gli hanno dato: “Nero”.

Nel mercato della vanità umana, un cane anziano e dal manto scuro è invisibile, un vuoto a perdere. Ma la vita, talvolta, riserva deviazioni improvvise. Un ragazzo di ventiquattro anni passa davanti a quella gabbia, incrocia quegli occhi buoni e decide di adottarlo.

Il video del momento in cui Nero esce da quella prigione di cemento e si lancia addosso al ragazzo, piangendo di un pianto canino fatto di guaiti e tremori, ha totalizzato 31 milioni di visualizzazioni sul web. Oggi quel cane non dorme più sul cemento freddo, ma sul letto del suo salvatore. Il ragazzo ha scritto una frase che toglie il fiato, che racchiude l’essenza stessa della grande opera cinematografica Io & Marley: “10 anni di attesa per 10 secondi di felicità”.

Ragazzo abbraccia commosso un cane nero anziano appena adottato dal canile

Fonte: Fanpage Napoli

Ecco la malinconia dolce che ci stringe il petto.

chiunque può arrivare a capire che un cane non sa che farsene di macchine costose, di case enormi o di vestiti firmati. Un bastone bagnato dalla pioggia, un prato d’erba, sono sufficienti per lui. A un cane non importa se sei ricco o povero, brillante o imbranato, intelligente o stupido. Se gli dai il tuo cuore, lui ti darà il suo.

Un cane non giudica, non pianifica, non rinfaccia. Vive nell’unico tempo che gli appartiene: l’istante in cui ti vuole bene. (John Grogan, Io & Marley)

Purtroppo, però, l’essere umano sa essere anche l’artefice delle più silenziose ingiustizie. Pensiamo a Ferro. La sua famiglia si era trasferita da Napoli a Torino ad agosto. Un trasloco veloce, la fretta, gli scatoloni da riempire, il caos del trasporto. In mezzo a quella confusione, Ferro era rimasto indietro. Smarrito, dicevano loro. O forse, più crudelmente, qualcuno aveva sperato che il problema si risolvesse da solo, nel modo più semplice ed economico possibile: l’abbandono.

Otto settimane dopo, un volontario della protezione animali di Bologna nota un cane esausto sul ciglio dell’autostrada A1. Aveva il pelo consumato dal vento e dal sole, le zampe ferite e segnate dall’asfalto rovente. Camminava da solo, testardo, diretto verso nord. Cercava la sua casa, cercava chi lo aveva lasciato indietro. Il microchip legge la sua storia: un indirizzo di Napoli, un numero di telefono. Quando il veterinario chiama, il telefono squilla a lungo prima che qualcuno risponda.

Dall’altro capo del filo, una voce fredda dice di non capire come sia possibile. Ma il veterinario sa che è possibile, che succede fin troppo spesso. Dice che Ferro è lì, in una clinica a Bologna, e aspetta che qualcuno vada a prenderlo.

Nessuno è andato. Nessuno ha intrapreso quel viaggio per riparare al torto. Oggi Ferro vive con il volontario che lo ha raccolto da quel ciglio d’autostrada. Si chiama ancora Ferro. È il nome che aveva prima, il nome di un passato doloroso; ma questa volta è un nome che non cambierà più, perché legato a un patto di fedeltà vero. Un patto di Ferro

Cane Ferro soccorso dai volontari sul ciglio dell autostrada

Fonte Per sempre al tuo fianco”

La squadra dei “Rotti”: Cesare, Nerone e Arturo

E se pensiamo che l’amore canino si limiti al legame con l’uomo, la cronaca ci smentisce, mostrandoci una solidarietà animale che diventa una lezione di umanità per tutti noi.

Periferia di una città del Nord, una notte di nebbia fitta, di quella che entra nelle ossa. Una pattuglia della polizia entra in un capannone abbandonato. I poliziotti puntano le torce e le armi contro un cane enorme, pieno di cicatrici, ringhiante. Sono convinti che stia sbranando qualcosa. «Fermo! Indietro! Lascialo!» urla il maresciallo Rinaldi. Trenta chili di muscoli e ferite, un muso che sembra il diario di una vita di strada violenta.

«Sta schiacciando un gatto! È finita, lo uccide!» grida l’agente più giovane. Rinaldi prende la mira, pronto a sparare al petto dell’animale. Ma il cane fa qualcosa che ribalta le leggi della fisica della violenza: si mette di traverso. Protegge il corpo sotto di lui e gli dà una leccata lenta, materna.

Sotto quel petto robusto c’è un gatto tigrato, anziano, privo di una zampa posteriore e con gli occhi velati di bianco dalla cecità. Intorno a loro, solo briciole di pane vecchio e croste ammuffite. Il cane, che nel quartiere chiamavano “Nerone”, era magrissimo, con le costole tese come corde sotto la pelle. Non mangiava da giorni perché spingeva le poche briciole trovate verso la bocca del gatto cieco. Si stava lasciando morire di fame pur di tenere in vita il suo compagno.

Portati al canile, la burocrazia degli uomini tenta di dividerli: «Regolamento. Box separati per sicurezza».

Ma la separazione è un veleno. Nerone si lancia contro le sbarre fino a farsi sanguinare il naso, ululando di un dolore indicibile. Nell’altra stanza, il gatto Arturo si accartoccia su sé stesso e vuole smettere di vivere, il suo cuore sta cedendo per lo stress da distacco. «Portate il cane, subito!» grida il veterinario.

E Nerone, appena riaperta la gabbia, non corre: striscia a pancia a terra per non spaventare l’amico, lo avvolge come una coperta calda, e il battito del gatto torna regolare. Sulla porta compare un cartello: COPPIA LEGATA — NON SEPARARE.

Eppure i visitatori passano oltre. Cercano il cucciolo perfetto, il gatto da salotto. «Quel cane sembra un assassino», «Non mi serve un cane che fa da balia a un gatto mezzo rotto». Il tempo scorre e per loro si avvicina la lista “urgente”, l’eutanasia, il tempo scaduto del mondo.

Finché un pomeriggio di pioggia entra Cesare, settantun anni, un bastone consumato e un’anima spenta da quando ha perso la moglie. Passa oltre la vetrina dei cuccioli e si ferma davanti ai due emarginati. La responsabile lo avverte che è un’adozione difficile, che i due animali hanno bisogni speciali e vengono insieme.

Cesare guarda le cicatrici del cane. Poi guarda il proprio bastone e le sue mani segnate dagli anni. «Non sono un peso», dice con la sua voce ruvida. «Sono… una squadra.» Appoggia la mano sul vetro e Nerone vi accosta il naso. «So cosa vuol dire essere giudicati per quello che ci è successo», sussurra Cesare. «E so cosa vuol dire avere bisogno di qualcuno che ti copra le spalle.»

Fonte Cose che ti fanno pensare

A volte, le anime più belle sono quelle che hanno attraversato la tempesta e ne conservano i segni. Si riconoscono tra loro perché parlano la stessa lingua del dolore e del riscatto. (Cit.)

La gente diceva che erano rotti. Ma insieme, Cesare, Nerone e Arturo, sono interi. Perché certe famiglie non nascono dai legami di sangue; si costruiscono nel freddo, nella fame, nelle cicatrici, e nella scelta consapevole di non lasciare mai indietro nessuno.

La lealtà non ha etichetta

Cari Lettori, camminiamo in questo inverno della storia con il nostro bastone da vecchi Edipo, sentendo il peso degli anni e il disfacimento che il tempo opera sulle nostre illusioni. Ma la storia di Nero, di Ferro, di Nerone e Arturo ci ricorda che esiste un’alternativa alla disperazione. Esiste un amore “muto” e totale che guarisce le ferite, che dà un senso anche a dieci anni di gabbia per dieci secondi di gioia.

Non giudichiamo un’anima dalle ferite che porta addosso. Impariamo da Argo l’arte suprema dell’attesa e della fedeltà assoluta. Teniamo acceso quel fiammifero.

Abbiate cura delle vostre “piccole persone”, perché nel loro sguardo pulito risiede l’unica, vera e splendida ancora di salvezza che ci è rimasta in questa alba fredda e scura che rassomiglia un po’ alla vita…

Il Congedo: Quello che un cane sa

Se la nostra vita somiglia a quell’aula di scuola in cui abbiamo cercato per anni di insegnare e imparare il senso delle cose, la campanella finale non la suona la ragione, ma il cuore. E allora, per trovare le parole d’addio a questo nostro viaggio tra la letteratura e la strada, vogliamo tornare a quel tavolo da cui siamo partiti. Vogliamo lasciare che a parlare sia la voce di John Grogan nel finale cinematografico di Io & Marley, quando tutto si fa silenzio e resta solo la nuda verità:

Quante persone vi conoscono fino in fondo? Quante sanno rendervi unici? Quando è stata l’ultima volta che qualcuno vi ha fatto sentire così? Un cane non se ne fa niente di macchine costose, case grandi o vestiti firmati. A un cane non importa se sei ricco o povero, brillante o imbranato, intelligente o stupido. Se gli dai il tuo cuore, lui ti darà il suo. Di quante persone si può dire lo stesso? Quante persone possono farti sentire unico, puro, speciale? Quante persone possono farti sentire… straordinario?

In questa battuta finale non c’è solo la malinconia per un compagno che se ne va; c’è la diagnosi esatta di ciò che manca all’uomo contemporaneo per essere davvero felice.

Mentre scriviamo, ci sembra quasi di sentire in sottofondo le note di una chitarra acustica e la voce roca, calda e profondamente umana di Roberto Vecchioni che canta la sua “Chiamami ancora amore”.

Una melodia che sembra scritta apposta per fare da colonna sonora a questa nostra riflessione. Vecchioni canta di “questa notte che ha il sapore di un tramonto senza fine”, di un’Europa che affonda e di lettere d’amore scritte di nascosto, ma poi lancia quel grido che è anche il nostro: “Chiamami ancora amore, che prima o poi arriva il giorno dalle braccia corte… e si porta via la notte”.

Ecco, cari Lettori, i nostri cani fanno esattamente questo. Con il loro amore muto, paziente e totale, continuano a chiamarci “Amore” anche quando siamo vecchi, anche quando siamo pieni di cicatrici, anche quando il mondo là fuori ci considera “rotti”. Sono loro a morderci le caviglie per non farci sprofondare nell’oblio della nostra complessità.

Argo muore felice perché ha visto il suo signore; Nero dorme su un letto dopo dieci anni di attesa; Ferro cammina verso nord sull’asfalto rovente; Nerone si lascia morire di fame per proteggere un gatto cieco.

In ognuna di queste piccole, immense storie c’è un fiammifero acceso contro il buio.

La lealtà non ha etichetta. E finché avremo un cane accanto che ci guarda come se fossimo l’unica cosa che conta nell’universo, il tempo potrà anche passare e graffiare l’anima, ma non potrà mai spegnere l’alba.

Buon cammino a tutti noi, e alle nostre piccole persone

Il tempo ci ruba i sogni dalle tasche e ci lascia le rughe sul viso, ma finché avremo accanto gli occhi di un cane, avremo sempre un banco di scuola in cui imparare l’unica cosa che conta: che non serve essere perfetti per essere amati, basta essere interi. (Cit.)

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

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