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Arrestato, affermò di “non conoscere il motivo del suo arresto, non riconoscendosi in alcun errore”. Le sue ultime parole ne eternano la grandezza: «Suscipe, Deus meus, famulum et martyrem tuum» (Accogli, mio Dio, il tuo servo e martire).

Il 19 agosto 1556, lo studente dell’Università di Padova Pomponio Algierio (noto anche come Algerio), originario di Nola, venne giustiziato dall’Inquisizione a Roma, in piazza Navona, a causa della sua fede protestante.

Regnava allora Paolo IV Carafa, un pontefice noto per il suo rigoroso e spietato zelo religioso che, prima di ascendere al soglio di Pietro, aveva svolto un ruolo di primo piano proprio nell’Inquisizione romana. La condanna di Algieri si inserisce appieno nella dura repressione con cui la Chiesa cattolica cercò di contrastare la diffusione delle idee della Riforma nella penisola italiana.

Lo scontro diplomatico e l’estradizione

Pomponio fu arrestato con l’accusa di eresia il 29 maggio 1555. Eletto Papa solo pochi giorni prima (il 23 maggio), Paolo IV richiese subito e con insistenza l’estradizione dello studente nolano al governo della Repubblica di Venezia.

La Serenissima, per tradizione, difendeva la propria autonomia e non solo non consegnava i propri cittadini all’Inquisizione, ma solitamente poneva forti resistenze anche all’estradizione di sudditi di altri Stati, com’era appunto il nolano Pomponio.

Nonostante le iniziali reticenze, le pressioni del Papa ebbero la meglio: il Senato veneziano diede il suo assenso definitivo all’estradizione il 14 marzo 1556. Sappiamo, dalle cronache dell’ambasciatore veneziano a Roma, il Cardinale Bernardo Navagero, che il Papa non riuscì a trattenre la propria esultanza quando ricevette la notizia.


Il supplizio e l’imperturbabilità dell’eretico

Fu così che Pomponio Algierio passò dalle carceri del tribunale inquisitoriale di Padova a quelle, ben più oscure, del Sant’Uffizio a Roma. Sottoposto a un secondo processo – i cui atti ufficiali sono andati perduti – il giovane confermò con fierezza le sue posizioni e rifiutò categoricamente di abiurare. Venne pertanto dichiarato eretico impenitente e condannato a morte.

Gli ambasciatori di Venezia e di Mantova, testimoni dell’esecuzione, rimasero profondamente meravigliati dall’incredibile imperturbabilità di cui il giovane diede prova durante l’atroce supplizio: venne immerso vivo in una caldaia contenente olio bollente, pece e trementina.

In quegli ultimi, interminabili quindici minuti di agonia, Algieri non emise un solo lamento. Le sue ultime parole furono un soffio di dignità assoluta:

«Accogli, mio Dio, il tuo servo e martire».


Un’eredità lunga quattro secoli

A distanza di oltre quattro secoli, nel 2008, l’Università degli Studi di Padova ha voluto omaggiare questo suo coraggioso studente del passato con una targa commemorativa, collocata nell’atrio del Cortile Nuovo.

Un gesto certamente simbolico, ma dal profondo valore civile e morale: ricordare oggi la storia di Pomponio Algieri non significa solo fare memoria storica, ma riaffermare con forza il valore inalienabile della libertà religiosa e della libertà di coscienza.

Mimmo Leonetti

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