Viviamo spesso distratti, come se il tempo fosse infinito. Ma ogni giorno che passa è unico e prima o poi ci accorgiamo che ciò che non abbiamo detto pesa più di ciò che abbiamo fatto.
Cari Lettori, Questa celebre riflessione di Salvatore Quasimodo ci fotografa nella nostra quotidianità frenetica, sospesi in un flusso costante dove rischiamo di perdere di vista i legami profondi, le parole di gratitudine e il senso ultimo del nostro cammino.
Ci muoviamo nel mondo accumulando scadenze, impegni e preoccupazioni superficiali, dimenticando che la vita è un soffio unico, un’occasione irripetibile per comprendere e per amare.
Spesso serve uno scossone, un momento di rottura, per rimettere a fuoco la realtà.
È quanto accaduto, ad esempio, al noto attore Antonio Banderas, che ha raccontato la sua personale rinascita dopo un momento drammatico:
Sappiamo tutti, almeno in astratto, che un giorno arriverà la nostra ora, ma quando la morte ti sfiora davvero, comprendi con una lucidità disarmante quanto sia inutile sprecare il tempo in ciò che non ha importanza. Prima c’erano cose senza importanza che mi preoccupavano ogni giorno. L’infarto è stata la cosa migliore che mi sia mai capitata. È come se qualcuno mi avesse messo un paio di occhiali: all’improvviso riuscivo a vedere una realtà che fino ad allora mi era rimasta nascosta. Non sono mai stato così felice.
Questo cambio di prospettiva lo ha spinto a ritornare alle sue radici, alle cose autentiche, lontano dai riflettori effimeri di Hollywood:
La mia vita in Spagna mi tiene in contatto con le mie radici, il mio quartiere, la mia gente. Non ho perso quel legame, anzi. Dopo gli anni a Hollywood ho aperto un teatro a Malaga, la mia città. Ho 25 persone fisse, tra attori e tecnici, una compagnia no-profit, non sono mai stato così felice, di fare quello che mi piace. Da 3000 anni il teatro ha un potere catartico, è un santuario della verità, una semplice sedia può sembrare una poesia
La lezione di Banderas, così come l’ammonimento di Quasimodo, ci insegna che la vera felicità risiede nel ritrovare una connessione autentica con il mondo e con gli altri, spogliandoci del superfluo per abbracciare ciò che è eterno.
E in questo percorso di spoliazione e riscoperta, la conoscenza e la cultura non sono nozionismo, ma diventano gli strumenti primari per accendere una luce nel buio e dare un significato profondo alla nostra esistenza.
Piero Angela, il grande cuore e la delicatezza del facilitatore
In questo panorama di distrazioni e di barriere culturali, la figura di Piero Angela si è stagliata nel panorama italiano come un faro di straordinaria lucidità e incommensurabile dolcezza.
La Scienza, negli ultimi secoli ha compiuto passi da gigante, eppure per lungo tempo queste grandi intuizioni sono rimaste confinate al di fuori di una ristretta cerchia di specialisti, guardate dalla maggioranza con un misto di incredulità e venerazione.
C’era bisogno di una figura capace di colmare questo vuoto, un “facilitatore” che non si ponesse su un piedistallo, ma che prendesse per mano chi aveva sete di sapere, pur non rendendosene conto.
Piero Angela è stato esattamente questo: un uomo dalla cordiale serietà e dalla delicatezza infinita.
Con uno stile mai impositivo, ha saputo raccontare i segreti dell’universo sussurandoli al cuore delle persone.
Raccontava spesso, con grande umiltà, di essere stato un modesto studente. Proprio il ricordo di una scuola che presentava la scienza in modo pesante e inadeguato (tanto da spegnere l’interesse dei giovani) divenne la molla della sua missione di vita. Ricordava con affetto, lui laico, solo un insegnante di religione delle elementari che stimolava i bambini facendo semplici esperimenti di Fisica, in classe.
Da quel ricordo nacque il suo “trucco” metodologico: intercettare la curiosità innata delle persone e soddisfarla con risposte chiare, precise e accessibili, utilizzando analogie brillanti per spiegare i concetti più complessi.
Il suo grande cuore si manifestava nella profonda vicinanza al pubblico: non voleva dimostrare la propria superiorità intellettuale, ma desiderava sinceramente che tutti potessero partecipare alla bellezza della scoperta. La sua non era una semplice trasmissione di informazioni, ma un atto di profondo amore verso l’umanità, convinto che una società più informata e consapevole fosse anche una società più libera, più equa e più umana.
Il filo di Arianna e il ritorno ai sogni dell’infanzia
L’amore per il sapere, nel pensiero e nell’opera di Piero Angela, funge da vero e proprio filo di Arianna. È quel filo sottile ma indistruttibile che ci permette di non perderci nei labirinti della complessità moderna, delle fake news e del disorientamento esistenziale.
Ma, sopra ogni cosa, questo filo ha una direzione precisa: ci riporta indietro nel tempo, a quando eravamo bambini. Ci riconnette con quell’età dell’oro in cui ogni cosa attorno a noi era un mistero da svelare, un miracolo da osservare ad occhi aperti.
In quel tempo “magico”, le nostre speranze e i nostri sogni sono “duri come le pietre”: sono solidi, puri, privi del cinismo e della disillusione che l’età adulta purtroppo porta con sé.
Un bambino non ha paura di chiedere “perché?”.
Guarda il cielo, le formiche, le stelle o una goccia di pioggia con un’intensità terapeutica. Piero Angela ha custodito questa fanciullezza spirituale per tutta la sua vita e, attraverso i suoi programmi, l’ha regalata a milioni di Italiani (ma non solo).
Ci ha abituati a cogliere che con la curiosità, l’interesse e la partecipazione, ogni argomento può essere compreso e interiorizzato. Questo approccio meritorio ha compiuto un miracolo sociale e culturale: ha impedito che la forbice tra il sapere umanistico e il sapere scientifico si allargasse irreparabilmente.
Ha scardinato il vecchio pregiudizio, storicamente radicato in Italia anche a causa di filosofie idealistiche come quelle di Croce e Gentile, che consideravano la cultura scientifica come una cultura “di serie B” rispetto a quella classica e umanistica.
La divulgazione di Angela ha dimostrato che la Scienza è parte integrante dell’identità umana e che la curiosità è il motore che tiene vivi i sogni della nostra infanzia, impedendoci di invecchiare dentro.
Sul sentiero della conoscenza: la parabola di “Santi” e lo spirito del Cammino
Per comprendere appieno la capacità di Piero Angela di guidare l’essere umano lungo le vie della conoscenza, possiamo ricorrere a una splendida e toccante metafora dei nostri giorni: la storia del gatto “Santi” sul Cammino di Santiago.
Sul celebre percorso di pellegrinaggio, un gatto randagio ha scelto il suo pellegrino, Julio, decidendo di seguirlo spontaneamente per oltre quindici chilometri, da Palas de Rei a Melide. Di fronte a quell’ostinata e affettuosa presenza, Julio ha compreso che il viaggio non era più soltanto il suo e ha scelto di riorganizzare la propria vita, le proprie tappe e le proprie priorità attorno a quella creatura indifesa.
Proprio come il Felino in questione si è fatto compagno di viaggio invisibile ma presente, trasformando un percorso individuale in un’esperienza di condivisione e cura, Piero Angela è stato il “Santi” della cultura italiana, capace di affiancarsi a chiunque si mettesse in cammino, prendendo per mano i passanti distratti per condurli sul sentiero della conoscenza.
Quando Santi è scomparso nei boschi a pochi chilometri dalla meta, Julio non ha proseguito da solo: è tornato indietro, ha noleggiato una bicicletta, ha coinvolto la comunità degli altri pellegrini fino a ritrovarlo, dimostrando che il vero legame non si spezza davanti alle difficoltà.

Allo stesso modo, la divulgazione scientifica di alto livello si comporta come questa rete di solidarietà sul Cammino: non lascia indietro nessuno, torna a cercare chi si è smarrito e trasforma un viaggio solitario in un’esperienza collettiva.
Quando Julio, giunto a Santiago, ha rifiutato l’etichetta di eroe dicendo:
Tutto questo è stato possibile grazie alla collaborazione di tante persone
In questo, ha espresso lo stesso identico spirito di Piero Angela.
Il grande divulgatore, infatti, non lavorava mai isolato: si circondava di scienziati che fossero prima di tutto ottimi comunicatori, capaci di socializzare argomenti difficili per metterli a disposizione della collettività, creando una comunità universale unita dal desiderio di capire.
La serietà del jazz, l’empatia e la cura dell’altro
Accanto alla sua immensa cultura, Piero Angela portava con sé una dote rara: una straordinaria leggerezza interiore, nutrita per tutta la vita da una grandissima passione per la musica. In gioventù era stato un eccellente pianista jazz, e in quella dimensione musicale, trovava il perfetto equilibrio con il rigore della scienza.
E, se la musica classica esige il rispetto assoluto del testo scritto senza variazioni, il jazz vive di creatività, di improvvisazione, della capacità di creare un tema all’infinito. I musicisti di jazz, finito il concerto, continuano a suonare insieme per il puro piacere della condivisione.
Questa flessibilità creativa e questa empatia profonda si riflettevano nel suo modo di porsi nelle relazioni umane. Ernest Hemingway ha scritto parole immortali che sembrano descrivere l’essenza dell’approccio di Angela alla fragilità umana:
Dei nostri momenti più bui, non abbiamo bisogno di soluzioni o consigli. Ciò che desideriamo è semplicemente una connessione umana, una presenza tranquilla, un tocco delicato. Questi piccoli gesti sono le ancore che ci tengono fermi quando la vita esagera.
Piero Angela è stato per l’Italia questa presenza tranquilla, questo tocco delicato che ha offerto un’ancora di razionalità e calore umano nei momenti di disorientamento collettivo.
La sua figura paterna e benevola, che richiama alla mente la nobile guida di Brunetto Latini nei confronti di Dante, ci lascia in eredità una lezione fondamentale: l’amore e la protezione reciproca sono le forze supreme dell’universo.
Una verità profonda che traspare persino nel mondo animale, come dimostra la commovente storia di Boris e Jenkins, un cucciolo di cane e un gatto tigrato abbandonati insieme sotto il sole cocente dell’Indiana.
Mentre aspettavano i soccorsi in una gabbia, Boris teneva la zampa appoggiata su Jenkins, proteggendolo e dicendogli in silenzio:
Non ti preoccupare, ci sono io
Anche dopo essere stato abbandonato, il suo primo pensiero non è stato salvarsi. È stato proteggere il suo migliore amico.

Questa vicenda straordinaria ci ricorda che gli animali conoscono un linguaggio che spesso noi umani dimentichiamo: quello della lealtà, della protezione e dell’amore incondizionato. È lo stesso linguaggio che Piero Angela ha usato con noi per decenni: non ci ha lasciati soli nell’ignoranza o nella paura del futuro, ma ha steso la sua mano sapiente e protettiva sulla nostra società, insegnandoci il valore della cura.
Oggi, mentre lo ricordiamo a 4 anni dal suo congedo terreno, avvertiamo il peso di quel vuoto ma, anche, la straordinaria ricchezza dell’eredità che ci ha lasciato. E guardando verso l’infinito, non possiamo che fare nostre le parole poetiche di Giovanni Pascoli nella sua “10 Agosto”, contemplando il mistero profondo dell’universo che Angela ci ha insegnato ad amare:
E tu, cielo, dall’alto dei mondi sereni, infinito, immortale, oh! d’un pianto di stelle lo inondi quest’atomo opaco del male!
Cari Lettori, se la vita è un soffio e il tempo ci sfugge tra le dita, il modo migliore per congedarci da Piero Angela è immaginarlo ancora seduto al suo amato pianoforte. Ci piace salutarlo sulle note di “As Time Goes By”, lo standard jazz che ha voluto incidere un mese prima di morire, quasi fosse un ultimo, delicato regalo d’addio. Mentre le note sfumano, resta la consapevolezza che il tempo passa, sì, ma l’amore per il sapere, la gentilezza e la protezione verso il prossimo rimangono per sempre.
Proprio come i sogni dei bambini. Duri come le pietre
Mentre le note sfumano, resta la consapevolezza che il tempo passa, sì, ma l’amore per il sapere, la gentilezza e la protezione verso il prossimo rimangono per sempre. Proprio come i sogni dei bambini. Duri come le pietre.
Ci lascia la certezza di aver riempito ogni istante, incarnando quell’aforisma di Leonardo da Vinci che amava ripetere negli ultimi tempi e che racchiude il senso profondo del suo viaggio tra noi:
Sì come una giornata ben spesa dà lieto dormire, così una vita ben usata dà lieto morire.
E la sua, senza dubbio, è stata una vita usata splendidamente per illuminare la nostra.

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”


