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Ci sono stagioni in cui il sole brucia così tanto da nascondere la notte che avanza, e stagioni in cui basta una porta aperta per ricordare a un uomo che l’inverno si sconfigge solo restando umani. (Cit.)

Il crepuscolo dell’estate, la Trasfigurazione e gli dei che muoiono

Cari Lettori, c’è un momento preciso, subito dopo Ferragosto, in cui l’aria cambia. Non è ancora autunno, ma la luce si fa più radente, le ombre si allungano sui marciapiedi e la promessa dell’estate comincia a sbiadire.

È un paradosso antico: proprio quando il sole ha bruciato ogni cosa con la sua massima intensità, scopriamo che portava già in grembo il buio della notte, il fresco malinconico di settembre, il gelo imminente dell’inverno.

In questo passaggio di stagioni, che rispecchia così da vicino le stagioni della nostra vita, risuona una voce che ha attraversato la nostra storia collettiva. Una voce ruvida, che sa di fumo, di osteria e di verità appenniniche.

Quella di Francesco Guccini.

Il 6 agosto, data del suo decesso, per la Chiesa è la Festa della Trasfigurazione. Una coincidenza che sa di poesia e mistero. Proprio il 6 agosto di tanti anni fa, ha ricordato il cardinale Matteo Zuppi, moriva Papa Paolo VI, un pontefice che, superando i dogmi e le paure del suo tempo, aveva colto la straordinaria profondità e l’afflato morale della canzone «Dio è morto».

… Dentro le nuvole di fumo del mondo fatto di città… essere contro ad ingoiare la nostra stanca civiltà e un Dio che è morto. Ai bordi delle strade, Dio è morto. Nelle auto prese a rate, Dio è morto. Nei miti dell’estate, Dio è morto

Quando Guccini scrisse questi versi, nel 1967, non parlava di teologia ma di noi. Parlava del rischio di perdere l’anima dentro i consumi, dentro i beni mai completamente posseduti, dentro la standardizzazione dei sentimenti. Oggi, in questi tempi che ridefiniscono continuamente il concetto di “buio”, quella morte di Dio assomiglia terribilmente al silenzio delle nostre città, all’isolamento camuffato da connessione tecnologica.

Eppure, Guccini non è mai stato un profeta della resa.

La sua non è una disperazione fine a sé stessa, ma uno sprone, un urto necessario contro la nostra indifferenza.

Come scriveva Enzo Biagi nei suoi ritratti più fulminei,

Ci sono uomini che servono a ricordarci da dove veniamo, soprattutto quando non sappiamo più dove stiamo andando.

La sua è sempre stata l’ostinazione fiera di chi canta “a muso duro”, o di chi, come nel celebre urlo di Cirano, dichiara guerra ai dogmi e al conformismo:

Venite pure avanti, voi con i vostri panni lisi, mettetevi seduti, vi voglio raccontare… Io tutto, io niente, io uomo, io soltanto.

Il rumore spento della vita: la stanza di Attilio

Se c’è un luogo dove la “stanca civiltà” mostra il suo volto più nudo, questo è l’angolo di una casa di riposo, dove il tempo si misura in metri quadrati.

Attilio ha 84 anni, una stanza di dodici metri quadrati, un letto, una finestra e poche fotografie sul comodino che, dice lui con una tenerezza che stringe la gola, «sono le uniche che non se ne vanno».

Attilio ha conosciuto il rumore pieno della vita: una casa a due piani, i gradini che scricchiolavano sotto i piedi dei bambini, il profumo del sugo che arrivava dalla cucina la domenica, quando la famiglia si riuniva ed egli sedeva, fiero, a capotavola. Pensava che sarebbe durato per sempre.

Invece, l’inverno è arrivato prima del previsto.

Oggi Attilio ha quattro figli, undici nipoti e due pronipoti, ma la persona che gli è più vicina non porta il suo cognome. È un infermiere che ogni mattina gli misura la pressione e gli sistema il cuscino.

I figli?

Uno viene una volta al mese. Un altro solo durante le feste. La figlia chiama la domenica per una telefonata di cinque minuti, a volte meno. E un figlio non dà notizie da due anni.

Attilio passa le notti a rimuginare, a chiedersi dove ha sbagliato, mentre le sue mani, che un tempo lavoravano il legno e costruivano mobili per la casa, ora sono ferme. Ci guarda dall’alto della sua età e ci interroga, con la precisione clinica di chi ha capito tutto:

Sapete qual è la cosa più difficile a questa età? Non è il dolore alle articolazioni. Non è la debolezza… La cosa più difficile è quando di sera arriva il silenzio e capisci che oggi non è venuto nessuno. Che ieri non è venuto nessuno. Che domani, molto probabilmente, sarà lo stesso.

Cari Lettori, è qui che Attilio incarna quel verso gucciniano: “Nei miti dell’estate, dio è morto”.

Il mito dell’eterna giovinezza e dell’efficienza si infrange contro il soffitto che Attilio fissa di notte. Sembra quasi di sentire l’eco malinconica de Il vecchio e il bambino, dove i sogni del passato sfumano nella nebbia del presente:

E il vecchio diceva, guardando lontano: “Immagina questo coperto di grano, immagina i frutti e immagina i fiori…”.

Ma oggi, per Attilio, fuori da quella finestra c’è solo un cortile estraneo.

L’anarchia dell’umanità e l’altare di Pavana

Di fronte a questa solitudine, la tentazione è credere che la soluzione sia nei bilanci dello Stato. Ma i poeti servono a questo: a scardinare i bilanci con la forza delle parole, anche quando sono graffianti come quelle de L’Avvelenata:

Ma s’io fossi Dio, o se fossi un Re, io vi darei un mondo con più amore, o non vi darei un mondo affatto….

Guccini, che (come de Andrè) amava definirsi “anarchico, ma anche socialista di matrice liberale”, ha passato la vita a guardare il mondo dal suo ritiro di Pavana, sull’Appennino Pistoiese dove, comunque, si parla “bolognese”.

A Pavana salivano tutti per confrontarsi e dialogare. Il personaggio attirava chiunque. Parecchi, da anni ormai amici, come il cardinale Matteo Zuppi, gli sono stati vicini fino agli ultimi giorni.

Non era credente Guccini, eppure alle sue esequie il cardinale Zuppi è stato partecipe e spiritualmente presente. Ha ricordato in modo impareggiabile l’amico e ha concluso la privatissima cerimonia con una preghiera di benedizione. Perché un bel testo, una vita autentica, “toccano dentro” chiunque, oltre gli steccati ideologici.

Sulla sua bara non c’erano manifesti di partito, ma un libro di Simenon e un collage con le fotografie dei suoi gatti.

Guccini nutriva un amore viscerale per gli animali, creature senzienti che accudiva con tenerezza antica.

Per lui, prendersi cura di un animale era il primo, indispensabile gradino per imparare a prendersi cura degli uomini. I genitori, i nonni, così come i vecchi compagni a quattro zampe, non chiedono molto. Non hanno bisogno di regali. Hanno bisogno che qualcuno entri nella stanza. Che si sieda accanto a loro. Che ci sia, per un’ora, una volta a settimana.

Per noi è poco; per chi aspetta, è il mondo intero.

La promessa mantenuta: Paolo e gli occhi gialli di Tigre

Ed è quando il buio sembra prevalere che la cronaca si fa epica quotidiana. Come la corsa disperata de La Locomotiva, quel treno che lanciava una sfida dritta in faccia all’ingiustizia, c’è chi lancia la propria sfida alla freddezza del mondo aprendo una porta.

Torino, ore sette e mezza di una mattina qualunque.

Paolo, 52 anni, tre gatti in casa per riempire tre silenzi diversi (un matrimonio finito, un figlio lontano, un padre scomparso), apre la porta alla vicina Giulia. Tra le braccia lei stringe un vecchio trasportino in vimini.

Dentro, due occhi gialli lo fissano come «l’ultimo porto sicuro rimasto sulla terra».

Quel gatto apparteneva al signor Rinaldi, morto la notte stessa. La famiglia del defunto (specchio dei parenti distratti di Attilio) è arrivata, ha svuotato la casa in due ore e ha firmato le carte per spedire l’animale al gattile.

Paolo esita, pensa alle bollette e alle spese. Ma Giulia gli passa un foglietto piegato, scritto con grafia tremolante dal vecchio Rinaldi prima di andarsene:

Se un giorno non dovessi tornare, vi prego, non lasciate il mio gatto da solo. Si chiama Tigre. Ha paura delle porte che sbattono ma ama dormire sulla poltrona vicino alla finestra. Grazie a chi gli aprirà la propria casa.

È l’atto di resistenza laica. Paolo guarda la sedia vuota di sua moglie e si chiede: La casa è davvero piena… o è il mio coraggio che è mezzo vuoto?”.

Tigre entra, si guarda intorno e si acciambella proprio sulla poltrona vicino alla finestra, al sole del mattino. Paolo decide che resterà “fino alla fine”. Mette il biglietto in una cornice e sotto scrive a matita: Promessa mantenuta.

Nel suo piccolo appartamento, Paolo decide di contare qualcos’altro:

Non quanti gatti posso permettermi, ma quanta solitudine posso ancora accogliere… anche se quella solitudine ha quattro zampe, un orecchio sbeccato e due occhi gialli che sanno fare una sola cosa: aspettarmi quando rientro a casa

La risurrezione dell’uomo

L’estate muore, il freddo avanza, gli uomini e gli animali si scoprono fragili. Ma la risposta al buio non è la rassegnazione. È la resistenza dei piccoli gesti.

Se la Locomotiva di Guccini correva contro i binari del potere, la nostra piccola locomotiva quotidiana corre sui binari dell’empatia.

Guccini e il cardinale Zuppi ci hanno mostrato che il dubbio e la ricerca sono la parte più nobile dell’essere umano. Se Dio muore nei miti dell’estate, nei campi di sterminio o nell’indifferenza delle nostre case, c’è un luogo in cui risorge sempre: il cuore di chi decide di restare umano.

Vogliamo lasciarvi con i versi finali di quel capolavoro, che sono una promessa di primavera da conservare sul fondo del cuore, anche quando l’inverno bussa alla porta.

Ma penso che questa mia generazione è preparata a un mondo nuovo e a una speranza appena nata, ad un futuro che ha già in mano, a una rivolta senza armi, perchè noi tutti ormai sappiamo che, se dio muore è per tre giorni e poi risorge… In ciò che noi crediamo, dio è risorto. In ciò che noi vogliamo, dio è risorto. Nel mondo che faremo, dio è risorto».

Forse i poeti non muoiono mai davvero: si ritirano soltanto in una Pavana dell’anima, lasciandoci sul tavolo un libro letto, il ricordo di un gatto alla finestra e il dubbio ostinato che la speranza sia l’unica rivolta rimasta senza armi. (Cit.)

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

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