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La vicenda della donna di Arezzo, assolta perché ritenuta incapace di intendere e di volere dopo aver ucciso la madre novantatreenne affetta da Alzheimer, non può essere letta soltanto come una pagina di cronaca giudiziaria. È soprattutto una storia che ci costringe a guardare dentro una realtà che preferiamo ignorare: la solitudine dei caregiver.

Ogni giorno migliaia di persone si prendono cura di un familiare non autosufficiente. Lo fanno per amore, per senso del dovere, perché spesso non esiste un’alternativa. Ma l’amore, quando diventa assistenza continua, ventiquattro ore su ventiquattro, senza pause, senza supporto e senza ascolto, può trasformarsi in una prigione psicologica.

Il caregiver smette lentamente di esistere.

Non è più una donna, un uomo, un professionista, un amico. Diventa soltanto “quello che assiste”. 

La sua identità si dissolve insieme ai suoi bisogni. Dorme poco, vive in uno stato di allerta permanente, rinuncia alla vita sociale, al lavoro, ai propri progetti. E soprattutto sviluppa un senso di colpa devastante ogni volta che sente il bisogno di fermarsi.

È un isolamento silenzioso.

La società applaude chi “si sacrifica”, ma raramente si domanda quanto costi quel sacrificio. Le istituzioni spesso arrivano tardi, quando arrivano. I servizi territoriali sono insufficienti, le liste d’attesa interminabili, il sostegno psicologico quasi inesistente. Così il peso della non autosufficienza viene scaricato interamente sulle famiglie, come se fosse una questione privata e non un problema collettivo.

Quando una persona arriva al collasso psicologico non significa necessariamente che fosse fragile. Significa, molto più spesso, che è stata lasciata sola troppo a lungo.

L’Alzheimer, poi, aggiunge una sofferenza particolare.

Non porta via soltanto la memoria di chi si ammala. Porta via, giorno dopo giorno, anche il rapporto con chi resta. È una malattia che costringe ad assistere a un lento congedo dalla persona amata, mentre il corpo continua a essere presente. Si perde il dialogo, il riconoscimento, i ricordi condivisi. È un lutto che dura anni.

Eppure esiste un’altra dignità che troppo spesso dimentichiamo: quella del caregiver.

Parliamo giustamente della dignità del malato, del diritto a essere curato, accompagnato e rispettato fino all’ultimo istante. Ma chi protegge la dignità di chi cura?

Anche il caregiver ha diritto a riposare, a chiedere aiuto, a non sentirsi in colpa perché è stanco. Ha diritto a essere ascoltato prima che la disperazione diventi invisibile persino a lui stesso.

Una società civile non si misura soltanto da come tratta i più fragili, ma anche da come sostiene chi ogni giorno si prende cura della fragilità.

Perché quando un caregiver crolla, non è soltanto una tragedia personale.

È il segnale che un’intera comunità ha scelto di voltarsi dall’altra parte.

E forse la domanda che dovremmo porci non è soltanto come sia potuto accadere. La domanda più scomoda è un’altra: quante persone stanno vivendo oggi lo stesso dolore, nello stesso silenzio, aspettando che qualcuno si accorga di loro prima che sia troppo tardi?

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