Pubblicato su Lo SciacquaLingua
Nella tradizione dell’italiano colto sentenzioso è voce pienamente attestata: designa chi parla con tono grave, compunto, spesso pomposo, come se ogni frase fosse una massima scolpita. È un aggettivo che giudica il modo di parlare, non soltanto il contenuto: la persona sentenziosa non si limita a formulare giudizi, ma li veste di un’aura di superiorità, di compunzione, di moralismo. Il suffisso ‑oso, del resto, porta con sé l’idea dell’eccesso: noioso, pomposo, affettuoso, sentenzioso. Chi è sentenzioso eccede, sovraccarica, appesantisce.
Accanto a questa voce, la morfologia italiana permette la formazione regolare di sentenzievole, derivato da sentenziare con il suffisso ‑evole, che nella lingua di Dante e di Manzoni indica disposizione, inclinazione, attitudine: amorevole, lodevole e simili. Sentenzievole significherebbe, dunque, “incline a sentenziare”, “portato a formulare giudizi netti”, senza implicare necessariamente la pomposità del sentenzioso. È un attributo che “disegna” la struttura del pensiero, non il tono: chi è sentenzievole pensa per assiomi, riduce la complessità a enunciati apodittici, chiude la discussione con un verdetto. Non c’è compunzione, non c’è affettazione: c’è rigidità assertiva.
La distinzione è preziosa. Sentenzioso riguarda il come si parla; sentenzievole il che cosa si tende a fare quando si parla. Il primo è un difetto stilistico, il secondo una modalità cognitiva. Il primo giudica con pomposità; il secondo giudica con nettezza. Il primo è un moralista; il secondo un assertore. La lingua italiana, ricca di suffissi per modulare le sfumature del carattere e del comportamento, ha tutti gli strumenti per accogliere questa coppia: recuperare sentenzievole significa restituire precisione a un’area semantica oggi compressa sotto un unico aggettivo.
Gli esempi chiariscono la differenza. Un critico sentenzioso trasforma ogni recensione in una predica, con tono grave e compunto; un critico sentenzievole riduce ogni giudizio a un verdetto secco, senza sfumature. Una prosa sentenziosa procede per massime e ammonimenti; una prosa sentenzievole procede per enunciati netti, definitivi, apodittici. Un collega sentenzioso parla come un moralista; un collega sentenzievole parla come un assertore.
La lingua, quando può essere più precisa, deve esserlo. E sentenzievole è un termine che, pur non attestato nei vocabolari dell’uso (si trova solo nel GDLI, ma come sinonimo letterario di sentenzioso), gode di piena legittimità morfologica e un valore semantico distinto, utile, necessario. Recuperarlo significa dare nome a una tendenza sempre più diffusa: trasformare ogni opinione in una sentenza. Se il sentenzioso indossa la toga per recitare la commedia del saggio, il sentenzievole impugna il martelletto per chiudere il processo alla realtà: l’uno appesantisce la parola, l’altro impoverisce il mondo.
A cura di Fausto Raso

Giornalista pubblicista, laureato in “Scienze della comunicazione” e specializzato in “Editoria e giornalismo” L’argomento della tesi è stato: “Problemi e dubbi grammaticali in testi del giornalismo multimediale contemporaneo”). Titolare della rubrica di lingua del “Giornale d’Italia” dal 1990 al 2002. Collabora con varie testate tra cui il periodico romano “Città mese” di cui è anche garante del lettore. Ha scritto, con Carlo Picozza, giornalista di “Repubblica”, il libro “Errori e Orrori. Per non essere piantati in Nasso dall’italiano”, con la presentazione di Lorenzo Del Boca, già presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, con la prefazione di Curzio Maltese, editorialista di “Repubblica” e con le illustrazioni di Massimo Bucchi, vignettista di “Repubblica”. Editore Gangemi – Roma.

