Cari lettori, qualcuno ha scritto che procedendo nel tempo spesso si perdono di vista anche le persone a cui teniamo di più.
Nel momento in cui ce ne rendiamo conto siamo avvolti da un misto di rabbia e di rimpianto perché, di fatto, non riusciamo ad affrontare al meglio il senso di solitudine e di impotenza
Un antidoto a questo lutto consapevolizzato può essere quello di riportare in vita, attraverso i ricordi, almeno alcune delle emozioni provate in determinate circostanze del passato perché, in fondo, in quei frangenti mnemonici riposizioniamo quelli a cui avremmo “voluto dire” ma non abbiamo fatto in tempo.
E, questo, vale anche per gli amici che non abbiamo mai abbracciato ma a cui avremmo voluto almeno stringere la mano.
Ecco, nel nostro animo, a ridosso dell’ottantesimo anniversario della nascita della Repubblica Italiana vorremo “riportare in vita”, a 10 anni dalla sua scomparsa, un antitaliano per eccellenza: Marco Giacinto Pannella.
Io non mi sento Italiano ma per fortuna, o purtroppo, lo sono (Giorgio Gaber)
Nasce a Teramo il 2 maggio del 1930 da padre italiano (Leonardo Pannella, ingegnere appartenente all’agiata borghesia abruzzese) e da madre svizzero – francese (Andrée Estachon).
Il nome Giacinto deriva da quello del prozio omonimo, sacerdote e letterato del cattolicesimo liberale, mentre il secondo nome (che sarà l’unico con cui diventerà conosciuto tanto nella sfera pubblica quanto in quella privata) non viene registrato all’anagrafe per un errore burocratico.
Cresce in un ambiente familiare bilingue italiano – francese molto eterogeneo (frequentato tanto da fascisti quanto da antifascisti) maturando già in giovane età idee liberali e antirazziste.
Studia, alle elementari, col “metodo Montessori” e si avvia all’amore con il violino guidato dal professor Righetti, antifascista, che lo “inizia” alla Politica.
Negli anni universitari promuove una manifestazione per “Trieste italiana e liberale”, e in quell’occasione, chiede un incontro a Benedetto Croce a Napoli, con il quale dialoga a lungo.
Nel 1953 fonda la Giovane Sinistra Liberale, organizzazione politica aperta a ideologie differenti, a cui si iscrissero socialisti, socialdemocratici, repubblicani e liberali e che fu la base da cui nacque il successivo Partito Radicale.
Il potere politico si nutre di segreti; la democrazia si nutre di trasparenza. (Marco Pannella)
E purtroppo, cari Lettori, Mentre l’Italia si avvia a celebrare gli ottanta anni della sua Repubblica, lo sguardo sui palazzi del Potere restituisce l’immagine di un deserto etico.
Ecco perché, in questo anniversario cruciale, (come premesso all’inizio) la memoria si sposta inevitabilmente su colui che delle istituzioni repubblicane è stato il critico più feroce e, al contempo, il difensore più intransigente.
A dieci anni dalla sua scomparsa, ci accorgiamo che Pannella non è stato semplicemente un leader radicale, ma l’ultimo rappresentante di una morale politica oggi estinta. Una morale che non misurava il valore di una battaglia sul termometro dei sondaggi o delle convenienze elettorali, ma sulla sua intrinseca giustizia.
Io non combatto per vincere, combatto per quello che ritengo giusto. (Marco Pannella)
Laddove la politica odierna si è fatta “liquida”, pragmatica fino al cinismo e ridotta a marketing, Marco Pannella ricordava che la Politica è, prima di tutto, testimonianza etica e fedeltà ai principi della Carta costituzionale.”
Siamo degli irregolari della Politica, ma i più regolari nella Costituzione. (Marco Pannella)
Per comprendere la genesi di questa spinta morale, è necessario analizzare le radici nell’ambiente familiare di Teramo, dove Pannella nacque nel 1930.
La sua (come abbiamo già scritto) non è stata una famiglia convenzionale per l’Italia dell’epoca. Il padre Leonardo, ingegnere radicato nella borghesia agraria abruzzese, si unisce in matrimonio con Andrée Estachon, una donna svizzera di lingua francese.
Questa unione porta nella casa d’infanzia di Marco un respiro europeo, poliglotta e intrinsecamente laico, immune ai provincialismi del regime fascista imperante.
Sostanzialmente, il quadro di un’educazione basata sul rispetto profondo dell’individuo e sulla tolleranza, dove il confronto dialettico diventa pane quotidiano.
L’attenzione di Pannella per chi non aveva voce non nacque da un’ideologia astratta, ma da un imprinting emotivo e familiare: l’esperienza precoce del cugino obiettore di coscienza in fuga dalla guerra e il trauma profondo della scomparsa di una giovane amica, inghiottita dalle infamie delle leggi razziali del 1938.
Nel “suo” ambiente familiare lui impara che la Legge degli Uomini è sacra solo se rispetta la dignità dell’Essere Umano.”
La tolleranza non basta: noi pretendiamo il diritto alla diversità. (Marco Pannella)
È su questo terreno morale che si innesta il Pannella innovatore del linguaggio politico.
Egli comprende che i veri dimenticati della Repubblica non erano le classi sociali codificate dalle dottrine marxiste, ma gli individui spogliati di dignità: le donne prigioniere di matrimoni falliti o costrette alla clandestinità dell’aborto, i malati terminali senza diritto a una morte dignitosa, i detenuti ammassati nelle celle fatiscenti delle patrie galere.
Per dare voce a questa umanità dolente, Pannella non sceglie la via delle armi o della violenza ideologica che insanguinò l’Italia negli anni Settanta ma abbraccia la lezione gandhiana che, a sua volta, si era abbeverata dal miglior Vangelo.
Il corpo è la trincea della nostra battaglia politica. (Marco Pannella)
I suoi storici scioperi della fame e della sete non erano manifestazioni di disperazione anarchica, ma atti di suprema fiducia nelle istituzioni: Pannella digiunava affinché lo Stato rispettasse le sue stesse leggi, affinché la Repubblica non venisse meno al patto di legalità con i cittadini.
Non è un caso che l’unico intellettuale del Novecento capace di decifrare fino in fondo la natura profonda del metodo pannelliano sia stato Pier Paolo Pasolini.
In quegli anni Settanta dominati dal piombo e dalle ideologie cieche, il poeta e il politico si riconoscono come due ‘solitudini collegate’. Pasolini vede in Pannella l’antidoto alla degradazione antropologica dell’Italia dei consumi: i digiuni di Marco e le denunce corsare di Pier Paolo erano la stessa identica preghiera laica affinché la Repubblica non perdesse la propria anima.
Nel testo che Pasolini avrebbe dovuto leggere al congresso radicale, poche ore prima di morire, vi è la consacrazione di questa morale politica: l’invito a rimanere ‘eternamente contrari’ per difendere il diritto di ogni uomo a non essere omologato.
Voi non avete bisogno di programmi… Voi dovete solo continuare a essere voi stessi: il che significa essere continuamente irriconoscibili. Dimenticare subito i grandi successi e continuare imperterriti, ostinati, eternamente contrari, a pretendere, a volere, a identificarvi con il diverso; a scandalizzare; a bestemmiare. (Pier Paolo Pasolini)
Cari Lettori c’è un filo invisibile, poetico e tragico, che unisce la sensibilità del giovane Pannella alla città che lo avrebbe adottato, Roma. Per comprenderlo, bisogna fare un salto all’indietro, fino all’autunno del 1954. Mentre il giovane Marco muove i suoi primi passi nel giornalismo e nell’attivismo laico, un evento commuove l’Italia intera. Il 25 ottobre di quell’anno, un nubifragio apocalittico devasta Salerno, provocando oltre trecento morti. La Rai lancia un SOS radiofonico. Tra i milioni di italiani in ascolto, c’è una bambina romana di undici anni, bloccata a letto da una malattia incurabile: Raffaella La Crociera.
La sua famiglia è ridotta sul lastrico dalle cure mediche, non ha denaro da donare. Ma Raffaella possiede un dono: scrive poesie. Affida così alla radio i versi de ‘Er Sinale’, il grembiule di scuola che sa di non poter indossare mai più, perché adesso lei ha altri insegnanti, ‘li Professori de medicina’. Quella poesia viene messa all’asta e accade l’impensabile: dalla Svizzera (la terra d’origine della madre di Pannella, quella Svizzera che nel DNA di Marco rappresentava l’orizzonte della civiltà dei diritti) arriva un’offerta strabiliante: mezzo milione di franchi. Quattro milioni di euro di oggi. Raffaella piange di gioia, riceve in dono una bambola e, la sera, si addormenta per non più risvegliarsi lasciando la sua immagine scolpita per sempre in una tomba monumentale del cimitero del Verano.
Perché questa storia dimenticata è così dolorosamente vicina a Marco Pannella? Perché in quel tragico autunno del 1954 si manifesta, nella sua forma più pura, lo stesso identico principio morale che guiderà l’intera esistenza del leader radicale: il primato della parola e del corpo come estrema ratio di giustizia.
Raffaella La Crociera, nella sua beata innocenza infantile, fa esattamente ciò che Pannella farà per i successivi sessant’anni: non potendo contare sul peso dell’oro o del potere, mette in gioco se stessa. Offre il proprio confinamento, la propria sofferenza e la propria voce per dare sollievo a chi, a Salerno, ha perso tutto.
È la stessa “morale del dono” che vedremo nei digiuni di Marco; la stessa urgenza di usare il corpo come trincea. Pannella capirà, forse anche respirando l’aria di quella Roma commossa dalla piccola poetessa, che la vera politica non si fa nei salotti dei partiti, ma dando voce e dignità a chi è recluso (che sia nel letto di un ospedale o nella cella di un carcere) trasformando il dolore privato in una formidabile leva di riscatto pubblico.
E, cari Lettori, prima di concludere questo nostra rimembranza editoriale simile a un “passaggio a Nord Ovest”, vorremmo condividere un’altra bella storia che aiuta a capire altri aspetti del “nostro” Marco
“Nel nord del mondo, tra le acque gelide del lago Bemidji in Minnesota, i biologi hanno documentato un fenomeno naturale straordinario: una femmina di anatra selvatica che nuota fiera guidando una flotta di oltre settanta paperini. Gli ornitologi lo hanno definito un ‘asilo naturale’. Accade quando una matriarca particolarmente esperta e resiliente si fa carico dei piccoli delle altre femmine, proteggendoli e guidandoli nel momento più vulnerabile della stagione, proprio mentre le altre madri si nascondono per ‘cambiare il piumaggio”

(Foto da Cani gatti e Natura”)
Se solleviamo lo sguardo dalla natura alla storia della nostra Repubblica, che oggi compie ottanta anni, è impossibile non vedere in quella matriarca l’immagine vivida, quasi profetica, di Marco Pannella.
Per più di mezzo secolo, è stato esattamente questo per l’Italia: una grande, instancabile guida civile che si è fatta carico di una nidiata infinita di figli di nessuno.
Laddove i partiti tradizionali e i leader di professione si nascondevano per ‘cambiare piumaggio’ (mutando nome, alleanze e ideologie a seconda della convenienza del momento), Marco restava visibile, in mare aperto, a proteggere i vulnerabili.
Sotto le sue ali hanno trovato rifugio generazioni di giovani ribelli, di malati senza voce, di carcerati dimenticati dallo Stato, di minoranze sessuali stigmatizzate.
Non erano figli suoi in senso biologico o ideologico, ma lo diventavano nel momento in cui la loro dignità veniva calpestata.
Se la storia di Raffaella La Crociera rappresenta la genesi della sua morale (il corpo, il dono, la voce), la storia della “mamma anatra” del Minnesota è la descrizione poetica di ciò che Pannella è stato nella sua maturità: una matriarca civile, un punto di riferimento che si fa carico dei figli di tutti, specialmente di quelli rimasti soli o abbandonati.
Come la mamma anatra del Minnesota, Pannella non ha guidato questo immenso e disordinato ‘asilo della democrazia’ con la forza dell’imposizione o del potere esecutivo, che non ha mai avuto.
Lo ha fatto con la forza dell’esempio, con la calma rigorosa della nonviolenza, nuotando sempre controcorrente.
Oggi che quel patriarca morale non c’è più, la sensazione è che quella lunghissima fila di paperini (che siamo poi noi, i cittadini di questa Repubblica orfana di maestri) si trovi improvvisamente smarrita nell’acqua alta, costretta a imparare a nuotare da sola, ma con la memoria grata di chi, per settant’anni, non ha lasciato indietro nessuno.
Perché, un uomo come lui potrà, forse, essere dimenticato ma, mai “scordato”
La sai la differenza che c’è fra Scordare e dimenticare?
Nessuna: sono sinonimi!
Non è vero li usiamo come sinonimi però hanno una bella differenza: dimenticare vuol dire levare dalla mente; scordare vuol dire levare dal cuore
E sulle note de ‘Il Signor Hood”, la ballata che un giovane Francesco De Gregori dedicò proprio alle sue storiche battaglie e ai suoi digiuni, la Repubblica farebbe bene a riscoprire il coraggio di quel volo.
Un volo libero, ostinato, controvento, eppure infinitamente necessario.
Il Signor Hood
Il signor Hood era un galantuomo
Sempre ispirato dal sole
Con due pistole caricate a salve
Ed un canestro di parole
Con due pistole caricate a salve
Ed un canestro pieno di parole
E che fosse un bandito negare non si può
Però non era il solo
E che fosse un bandito negare non si può
E sulla strada di Pescara
Venne assalito dai parenti ingordi
E scaricò le sue pistole in aria
E regalò le sue parole ai sordi
E scaricò le sue pistole in aria
E regalò le sue parole ai sordi
E qualcuno ha pensato che fosse morto lì
Però non era vero
E qualcuno ha giurato che fosse morto lì
E adesso anche quando piove
Lo vedi sempre con le spalle al sole
Con un canestro di parole nuove
Calpestare nuove aiuole
Con un canestro di parole nuove
Calpestare nuove aiuole
E tutti lo chiamavano signor Hood
Ma il suo vero nome era Spina di pesce
E tutti lo chiamavano signor Hood
Non scommetto sul futuro, investo sul presente. Il futuro non esiste se non come responsabilità di oggi. (Marco Pannella)

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”


