«Ti dono la mia fiamma», disse il fiammifero.
La candela tremò: «Se brucio, mi consumerò».
«Preferisci restare immobile e fredda? Io svanirò presto ma la mia scintilla, trasmettendoti la fiamma, darà un senso al mio passaggio: aiutarti a donare la lucePoi, proprio mentre la fiamma del fiammifero cominciava a spegnersi, la candela allora sussurrò: «Va bene, fallo».
E nacque la luce. Calda, viva, profonda. In quel momento, lei capì: il valore non è nel restare intatti, ma nel donarsi.
Amare è proprio questo: accettare di bruciare un po’ di sé per illuminare il mondo. E cambiare, per sempre, l’oscurità attorno.
Cari Lettori, la commozione che nasce dalla lettura del breve racconto con cui abbiamo aperto il nostro incontro con voi, quest’oggi, muta gradazione trasformandosi in fastidio nel momento in cui ci appaiono le avvilenti immagini del nostro Ministro degli Esteri a rappresentare l’Italia al ‘Board of Peace’, tra cappellini MAGA e leader che si esibiscono in performance poco consone a un vertice internazionale.
L’evento, come ha suggerito il giornalista Andrea Scanzi, è sembrato una rappresentazione plastica di quel che i Pink Floyd immaginarono in Fletcher Memorial Home, magnifico testo del 1983 che “cantava” l’incapacità dei potenti della Terra nel prendere decisioni valide per il bene dell’umanità
Il problema, ovviamente, non riguarda ciò che l’Onorevole Tajani possa fare o meno ma, semmai, il suo ruolo calato all’interno di un contesto non consono: essere a Washington per rappresentare l’intera Nazione.
Ecco, cari Lettori, al di là di ogni considerazione riguardante l’opportunità di essere fra i presenti (per non correre il rischio di finire nel menù di quello che sarebbe finito sotto i denti dei convitati) vedere le istituzioni italiane immerse in un contesto così distante dalla dignità internazionale, appare come una scelta che mortifica la storia della nostra Repubblica.
L’inizio di questo 2026 ci proietta in uno scenario che sembra sinistramente dialogare con i fantasmi del passato.
Se nel febbraio del 1940 il mondo scivolava nell’abisso della Seconda Guerra Mondiale, oggi ci ritroviamo a fare i conti con un “disordine mondiale” che, dall’Est Europa al Medio Oriente, fino alle tensioni sudamericane, pare aver smarrito la bussola dell’umano.
E a noi, cari Lettori, sembra di aver lasciato “frammenti” lungo le strade che sembravano non portare da nessuna parte, fra i sedili di treni persi o mai presi e parole che non abbiamo preferito non pronunciare.
A guardare bene, riusciamo individuare “pezzi” di noi, all’interno di un vecchio litigio, in un addio che ci è rimasto nella gola e in un arrivederci che, ancora trema al freddo di un inverno che, in fondo, non è mai stato il nostro.
Cosa abbiamo imparato dai “Grandi” della Storia?
Una domanda chiave che ci poniamo ogni volta che ci imbattiamo in crudeltà pubbliche e private.
Per “Grandi”, nel nostro ambito d’oggi, intendiamo coloro che con la vita hanno testimoniato amore verso gli altri e non solo a parole ma con l’impegno hanno fatto offerta della loro vita.
Parliamo di Gesù e, nei tempi recenti, di Gandhi.
Quest’ultimo, che ovviamente non era cristiano, ha offerto una lettura profonda del “Discorso della Montagna” (nell’arco degli anni che vanno dal 1920 al 1940) ed ha individuato in esso la summa del comportamento che dovrebbe tenere ogni uomo.
Il “Discorso della Montagna”, non è un testo scritto dal Mahatma ma la sua interpretazione del Sermone della Montagna di Gesù (Matteo 5-7), che considerava la sintesi del vero spirito del Cristianesimo come un insegnamento universale di nonviolenza. Gandhi, infatti, vedeva in esso la via della verità, l’amore verso i nemici, la non-ritorsione e il rifiuto del materialismo
Sono passati, purtroppo, millenni dal Discorso riportato nei Vangeli e l’esempio non è stato seguito, se non da persone eccezionali: un numero sparuto di individui che abbiamo imparato a venerare.
Anche la filosofia della non violenza di Gandhi è esaltata da tanti ma vissuta, in proprio, da pochi.
Perché?
Hobbes ha duramente riassunto, il tutto, nella celebre frase latina
Homo homini lupus. L’uomo è un lupo, per l’uomo.
Anticamente c’era la giungla che ora è diventata giungla di asfalto.
Hobbes, per risolvere il problema, poneva la necessità della presenza di un sovrano in grado di disciplinare, con la forza della Legge, gli appetiti violenti e le malvagità dei sudditi.
Gli uomini rinunciano a libertà di vario tipo e delegano, al Sovrano tutto… in cambio della sicurezza.
Da lì poi è iniziata una strada che ha portato alla democrazia con Montesquieu e la divisione dei tre poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario)
Abbiamo tentato di considerare questa strada basilare per evitare il ritorno alla barbarie. E, invece, non è stato così. Nel Novecento i regimi totalitari hanno ucciso “l’umano nell’uomo” e, nel nostro secolo, parecchi gestori del potere hanno in odio la libertà e la stessa vita di milioni di esseri.
Abbiamo gente al potere che assiste indifferente alla morte di esseri che non riescono ad attraversare il Mediterraneo, il mare, si diceva un tempo, delle civiltà.
Proprio queste giornate di “mare infernale” hanno restituito alle coste calabre qua un cadavere intero, là un braccio…
Brandelli di una umanità che non è stata considerata umana. Esseri trattati come nessun essere senziente dovrebbe essere trattato.
Rileggiamo il Discorso della Montagna. Ogni espressione è una rivoluzione pacifica, ogni affermazione è un invito fortissimo all’amore e alla fratellanza.
Il Sermone della Montagna mi lasciò un’impressione profonda. Mi parve che andasse dritto al cuore. Non credo che il cristianesimo sia possesso esclusivo dell’Occidente. (Mahatma Gandhi)
Gandhi, in quel discorso memorabile, non ha parlato di una pace rassegnata ma di una Satyagraha: la forza della Verità.
Come ci suggerisce la riflessione di chi guarda al futuro con speranza, non siamo chiamati a essere spettatori passivi, ma “Magi” di un nuovo tipo, capaci di percorrere strade diverse da quelle tracciate dai signori della guerra.
Cari Lettori, in questo panorama dominato dal rumore delle armi e dal cinismo tecnologico, vorremmo proporvi tre direzioni ispirate a quei pensieri di Gandhi:
La prima: “Dal calcolo della forza all’algebra del sacrificio”
Come abbiamo già scritto, oggi viviamo nell’era dell’algoritmo della vendetta. I social e le cancellerie internazionali sembrano programmati per restituire un solo output: alla violenza si risponde con una violenza maggiore. È la logica dell’occhio per occhio (“dente per dente”) che, come ammoniva il Mahatma, finisce per rendere l’intero mondo cieco.
Gandhi, a suo modo, ha ribadito che la non-violenza non è la virtù dei deboli, ma l’arma dei più forti. Mentre il mondo si armava, lui indicava una “astronomia interiore”: guardare non al potere che schiaccia, ma alla capacità di soffrire senza infliggere sofferenza.
In un’epoca di droni e intelligenze artificiali, riscoprire l’Umano significa uscire dalla “bolla del risentimento” per riconoscere nel nemico un fratello che ha smarrito la strada.
La seconda: “La Verità come unica Manifestazione”
Tornando a un nostro Editoriale di inizio anno, l’Epifania di cui abbiamo parlato è, per Gandhi, la manifestazione della Verità (Satya). In un mondo inondato di propaganda, dove la realtà è manipolata da interessi geopolitici, la vera resistenza consiste nel rifiuto della menzogna.
La forza “muscolare” che vediamo nei teatri di guerra, è una forza effimera.
La vera potenza, ci insegna il Sermone della Montagna, è quella vulnerabilità che non si piega. Gandhi diceva:
Se anche un solo uomo vince l’odio, il mondo intero ne beneficia.
Cari Lettori, la sfida del 2026 è proprio questa: avere il coraggio di essere “disarmati” in un mondo che ci vuole corazzati, preferendo il dialogo al muro, la mano tesa al pugno chiuso.
La terza: “Essere cercatori di Pace nel deserto del cinismo”
Hannah Arendt ci ricordava che siamo nati per “incominciare”. Gandhi, nel 1940, pur vedendo l’Europa in fiamme, non smise di credere che l’uomo potesse elevarsi sopra la sua natura animale.
Essere “Magi”, oggi, significa non accontentarsi dei bollettini di guerra.
Significa alzare lo sguardo verso quella “stella” che è la dignità umana, inviolabile e universale. Non è un sogno ingenuo, ma il pragmatismo più estremo: perché la storia ci insegna che solo ciò che è costruito sulla pace, dura nel tempo.
E, cari lettori, per far si che un simile messaggio non “galleggi” sulle nostre coscienze ma entri, profondamente, in noi, vorremmo condividere una storia che profuma di casa e di radici.
“È entrato in chiesa con l’aria di chi cerca solo qualcosa da mangiare. Probabilmente un pezzo di pane, un avanzo dimenticato. Invece ha trovato molto di più. Si è fermato davanti all’altare e si è seduto composto, immobile, come se sapesse esattamente dove si trovava.
La gente si è voltata a guardarlo, sorpresa. Ma nessuno lo ha cacciato via. Nessuno ha alzato la voce. Il sacerdote ha incrociato i suoi occhi, ha accennato un sorriso e ha proseguito la celebrazione, come se quella presenza silenziosa fosse semplicemente parte del momento.
Forse ha capito qualcosa che, spesso, dimentichiamo: il senso del sacro non sta solo nei riti ma, anche, nell’accoglienza. In quel cane seduto tra i banchi non c’era disturbo, solo bisogno. E rispetto.
Da quel giorno sono passati mesi. Ora Ugo entra ogni mattina insieme al parroco e prende il suo posto con naturalezza. Cercava cibo, ha trovato una casa. E a volte il miracolo che aspettiamo dall’alto arriva su quattro zampe e si siede accanto a noi.”

(Da Le fotografie che sono passate alla storia)
Ci siamo guardati allo specchio, una sera, contando i vuoti come stanze abbandonate, temendo che a forza di perdere “pezzi” ci fossimo ormai “consumati”. Ma il “vuoto”, cari Lettori, non è solo “assenza”…
Grazie a storie come quella di Ugo, può diventare “spazio” che si apre per la luce: un modo che il tempo ha trovato per trasformare in armonioso “coro”, la nostra solitudine.
Perché, cari Lettori, quei pezzi che sembrano persi sono diventati radici nel mondo e hanno nutrito fiori che non sapevamo di avere
Dopo tante battaglie non siamo più un cerchio perfetto è vero ma, grazie a quello che siamo diventati, credendo ancora nell’Amore, possiamo considerarci un mosaico che brilla al sole dove, ogni crepa, racconta una storia e, ogni vuoto, è in realtà un “pieno” di nuove parole.
Non abbiamo smarrito noi stessi nel viaggio: ci siamo solo un po’ “sparsi” nel vento e abbiamo scoperto che “un’anima rotta riflette più luce di un cuore d’argento” (Cit.)
Vi lasciamo alle note di Anthem di Leonard Cohen, perché come abbiamo imparato oggi, non dobbiamo temere le nostre crepe: è proprio attraverso di esse che la luce di quella fiamma, che abbiamo accettato di accendere, può finalmente illuminare l’oscurità che ci circonda.
Anthem
Cantavan gli uccelli
al levar del dì
Ricomincia daccapo
li sentii dire
Non indugiare
su quel che è stato
o che ancora non è.Saranno le guerre
combattute ancora
La sacra colomba
verrà catturata ancora
comprata e venduta
e comprata ancora
la colomba mai libera non è.
Suonate le campane che possono ancora suonare
Dimenticate la vostra offerta perfetta
c’è una crepa in ogni cosa
È così che entra la luce.
Chiedemmo dei segni
i segni furono inviati:
il natale tradito
il matrimonio esaurito
la vedovanza
di ogni governo –
segni che ognuno può vedere.
Non posso più correre
Con quel branco senza legge
mentre gli assassini negli alti lochi
recitano le loro preghiere ad alta voce.
Ma hanno chiamato a sé
una nube tempestosa
E avranno mie notizie.
Suonate le campane che possono ancora suonare
Dimenticate la vostra offerta perfetta
c’è una crepa in ogni cosa
È così che entra la luce.
Potete sommare le parti
Ma non avrete il tutto
Potete attaccare la marcia
Non c’è il tamburo
Ogni cuore, ogni cuore
verrà all’amore
ma come un fuggiasco.
Suonate le campane che possono ancora suonare
Dimenticate la vostra offerta perfetta
c’è una crepa in ogni cosa
È così che entra la luce.
Suonate le campane che possono ancora suonare
Dimenticate la vostra offerta perfetta
c’è una crepa in ogni cosa
È così che entra la luce
“La nonviolenza è la forza più grande a disposizione dell’umanità. È più potente della più potente arma di distruzione che l’ingegno dell’uomo abbia mai inventato.” (Mahatma Gandhi)

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”


