Pubblicato su Lo SciacquaLingua
Ci sono verbi che sembrano semplici e invece custodiscono due anime. Ripartire è uno di questi: da un lato significa “partire di nuovo”, dall’altro “dividere, distribuire”. Due significati lontani, eppure perfettamente coerenti con la storia del sintagma. È un verbo che si muove su due binari: quello del movimento e quello della suddivisione. E proprio questa duplicità lo rende interessante, vivo, ricco di sfumature che l’uso quotidiano spesso dà per scontate.
L’etimologia è limpida: ripartire nasce dal latino re‑partire, cioè “partire di nuovo” ma anche “partire di nuovo in senso distributivo”, perché partire in latino significava sia “separare” sia “mettersi in cammino”. Il prefisso re‑ non indica soltanto la ripetizione, ma anche il ritorno all’azione originaria: dividere ancora, oppure rimettersi in moto. È da questa radice duplice che derivano le due accezioni moderne, entrambe legittime, entrambe storicamente fondate.
Nel primo significato, quello più comune, ripartire indica l’atto di partire una seconda volta, di ricominciare un viaggio, un percorso, un progetto. È il verbo della ripresa, della continuità dopo una pausa, della vita che torna a muoversi. “Dopo la sosta, il treno riparte”; “finito l’intervallo, la lezione riparte”; “dopo un periodo difficile, la squadra riparte con nuove energie”. In tutti questi casi, il verbo porta con sé un’idea di slancio, di rinnovamento, di movimento che riprende. È un verbo ottimista, quasi narrativo: ogni ripartenza è una storia che ricomincia.
Nel secondo significato, meno frequente ma altrettanto corretto, ripartire significa “dividere, distribuire, assegnare in parti”. È l’erede diretto del latino partire, che aveva proprio questo valore. Lo si usa soprattutto in contesti amministrativi, tecnici o giuridici: “Ripartire le spese tra i condomini”; “lo stanziamento va ripartito in tre sezioni”; “i fondi saranno ripartiti secondo criteri di priorità”. Qui il verbo non ha nulla (a) che vedere con il movimento: è un’operazione di equità, di proporzione, di distribuzione ragionata. È un verbo che organizza, che mette ordine, che stabilisce quote.
Le due accezioni convivono senza confondersi perché appartengono a due famiglie semantiche diverse: quella del viaggio e quella della divisione. Eppure condividono un tratto comune: l’idea di un prima e di un dopo. Si riparte quando si era fermi; si ripartisce quando qualcosa era intero e ora deve essere suddiviso. In entrambi i casi, il verbo segna un passaggio, un cambiamento di stato, un gesto che modifica la situazione iniziale.
Gli esempi d’uso chiariscono meglio la distinzione. Nel senso di “partire di nuovo”: “La conferenza riparte alle quindici”; “dopo la pioggia, la partita riparte”; “il progetto riparte con una nuova squadra”. Nel senso di “dividere”: “Occorre ripartire equamente i costi”; “le responsabilità vanno ripartite tra i vari uffici”; “i contributi saranno ripartiti in base al reddito”. Due mondi diversi, un solo verbo, una sola radice.
Ripartire è dunque un verbo bifronte, ma non ambiguo. È preciso, coerente, ben strutturato. E come spesso accade con le parole che hanno una storia lunga, la sua ricchezza non è un ostacolo, ma un vantaggio: permette alla lingua di essere più espressiva, più flessibile, più aderente alla realtà. Perché la vita, in fondo, è fatta di ripartenze e di ripartizioni: si ricomincia e si divide, si torna in cammino e si distribuiscono pesi, risorse, responsabilità. E un verbo che sa dire entrambe le cose è un piccolo strumento di chiarezza.
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Nota etimologica
Dal latino re‑partīre, composto di re‑ (“di nuovo, indietro”) e partīre (“separare, dividere” o “mettersi in cammino”). Il latino partīre aveva già una doppia anima: indicava sia l’atto del dividere in parti, sia quello del muoversi, partire. Il prefisso re‑ ha poi generato due linee evolutive distinte:
- re‑partīre → “dividere di nuovo” → ripartire (transitivo: ripartire le spese, i fondi, le responsabilità);re‑partīre → “partire di nuovo” → ripartire (intransitivo: ripartire dopo una sosta, ripartire da zero).
A cura di Fausto Raso

Giornalista pubblicista, laureato in “Scienze della comunicazione” e specializzato in “Editoria e giornalismo” L’argomento della tesi è stato: “Problemi e dubbi grammaticali in testi del giornalismo multimediale contemporaneo”). Titolare della rubrica di lingua del “Giornale d’Italia” dal 1990 al 2002. Collabora con varie testate tra cui il periodico romano “Città mese” di cui è anche garante del lettore. Ha scritto, con Carlo Picozza, giornalista di “Repubblica”, il libro “Errori e Orrori. Per non essere piantati in Nasso dall’italiano”, con la presentazione di Lorenzo Del Boca, già presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, con la prefazione di Curzio Maltese, editorialista di “Repubblica” e con le illustrazioni di Massimo Bucchi, vignettista di “Repubblica”. Editore Gangemi – Roma.

