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Nata a Corigliano calabro da una famiglia ricca di valori morali e vissuta tra le meraviglie della natura, l’autrice si è trasferita da pochi anni a Roma, città metropolitana. Tuttavia, la nuova realtà in cui vive e nella quale si è presto ambientata, non ha sottratto rilevanza emotiva a quella rurale, dove ha trascorso gran parte della sua vita, a partire dalla sua infanzia.

Questa intervista, può essere considerata il risultato di una sommatoria di pensieri, emozioni, stati d’animo, stimolata da adolescenti (gli alunni dell’IIS “Lucrezia della Valle” di Cosenza) dedicati a una nonna putativa, “testimone del passato, garanzia del presente ed erede del futuro”

Da cosa è scaturita l’idea di parlare dei rimedi naturali come fossero persone? È nata grazie

alla scrittura del libro o durante la sua infanzia?

L’idea nasce dalla mia infanzia, dalla vita in campagna, da quella sapienza umile e antica che

apparteneva alle nostre madri. Da piccoli andavamo pochissimo dal medico, perché nostra madre

ci curava con le erbe e con i rimedi naturali. La campagna calabrese offriva ciò che serviva: la

camomilla, la malva, la ruta e tante altre piante che facevano parte della vita quotidiana, come il

pane, il fuoco, la terra.

Ricordo anche il mattone di argilla rossa: si metteva vicino alla brace, si lasciava scaldare bene e

poi si appoggiava sui dolori reumatici, come quelli che aveva mio padre dopo il lavoro nei campi.

Erano rimedi semplici, nati dalla necessità, ma anche da una conoscenza profonda della natura.

Nel libro li ho chiamati “medici antichi”, perché per noi avevano una loro autorità e una loro

efficacia. Anch’io ho conosciuto la “dottoressa Camomilla”, la ruta per il mal di pancia e altri rimedi

della tradizione contadina. Ho voluto raccontarli per non lasciare scomparire quella memoria povera e preziosa, quella ricerca fatta di esperienza, osservazione e amore.

Tornerebbe ad abitare permanentemente nel suo paesino d’origine, se ne avesse

l’opportunità?

Permanentemente in paese no; in campagna sì. Il legame con la mia terra resta forte, ma il paese

mi ha delusa. Ogni volta che torno, i miei occhi si riempiono di tristezza: vedo strade trascurate,

incuria, abbandono. Mi sembra che chi dovrebbe prendersene cura non lo faccia abbastanza.

Un tempo il paese era più bello, più ordinato, più amato. Oggi mi appare come un mendicante

d’amore: un luogo che chiede attenzione, cura, rispetto, e che invece viene lasciato solo. Io torno

volentieri per qualche giorno, per rivedere ciò che resta del mio mondo, ma non riuscirei a viverci

stabilmente.

Mi ha delusa anche una certa mentalità fatta di apparenze, di giudizi, di interessi futili. Si guarda

spesso a chi si veste meglio o peggio, ma si pensa poco all’arte, alla bellezza, al lavoro per i giovani.

La politica locale non ha saputo creare abbastanza futuro: molti ragazzi sono costretti ad andare via, e così il paese diventa sempre più vuoto, sempre più solo.

Se potesse tornare indietro, cambierebbe qualcosa della sua infanzia?

No, oggi non cambierei la mia infanzia. Forse da bambina sognavo altre strade: volevo fare

l’artista di strada, la pittrice, tante cose diverse. Ma crescendo ho capito quanto fosse prezioso vivere in campagna. Ho amato la natura e sono cresciuta ricca di interessi, anche se la nostra era una vita semplice, fatta di fatica e di poche cose.

La campagna mi ha dato un mondo aperto: aria pulita, silenzi, animali, campi, fuoco, acqua,

stagioni. Non avevamo giocattoli importanti, firmati o già costruiti dagli adulti. Creavamo dal nulla.

Un bambino, allora, imparava a inventare: trasformava un oggetto povero in un gioco, un pezzo di

legno in una storia, un cortile in un universo.

Oggi spesso è tutto già pronto, già disegnato dagli adulti. Allora, invece, la fantasia aveva spazio.

Per questo non cambierei nulla: quella vita contadina, apparentemente povera, mi ha dato una

ricchezza interiore che porto ancora con me.

Le manca la compagnia e l’accoglienza della popolazione campagnola?

Sì, mi manca moltissimo. Mi manca quella compagnia semplice, quella accoglienza vera che ho

conosciuto nella popolazione campagnola. Era un modo di stare insieme senza cerimonie e senza

apparenze: ci si aiutava, ci si parlava, si condivideva anche quando si aveva poco.

In campagna la povertà non impediva la generosità. Anzi, proprio perché si conosceva la fatica,

si capiva meglio il bisogno degli altri. Questa vicinanza umana, questa capacità di aprire la porta e

il cuore, non l’ho ritrovata nello stesso modo né nei paesi né nelle città.

Qual è stata l’ispirazione per scrivere questo libro? Cosa vuole trasmettere?

Ho scritto questo libro per trasmettere soprattutto ai giovani l’arte di saper vivere. Oggi molti

ragazzi danno tutto per scontato e rischiano di non vedere più il valore delle piccole cose. Invece la

felicità non nasce dal pretendere sempre di più: più denaro, più oggetti, più apparenza. Così la felicità

si allontana sempre.

La vita contadina mi ha insegnato che si può essere poveri di cose e ricchi di significato. Si può

trovare gioia in un gesto semplice, in un pezzo di pane condiviso, in un campo lavorato, in un rimedio

preparato da una madre, in una giornata vissuta con dignità.

Questo vorrei trasmettere: imparare a vivere con gratitudine, misura e consapevolezza. La felicità

è saper riconoscere, giorno per giorno, il valore di ciò che abbiamo.

Cosa ne pensa delle persone che si vergognano delle proprie radici?

Penso che chi si vergogna delle proprie radici non abbia compreso la loro bellezza. Le radici non

sono qualcosa da nascondere: sono ciò che ci tiene in piedi. Un albero senza radici cade, resta

vuoto, non può nutrirsi.

Dalle radici assorbiamo i valori, la memoria, la lingua della famiglia, i gesti antichi, la dignità della

fatica. Anche le origini umili hanno una grandezza: insegnano il rispetto, la resistenza, il senso del

poco, la capacità di non sprecare e di non dimenticare.

Dimenticare le radici è un errore grande, perché senza di esse si rischia di diventare niente, di

non sapere più chi si è e da dove viene la propria anima.

Ha mai vissuto delle situazioni dove si è sentita giudicata per la sua provenienza?

Sì, mi è capitato, soprattutto da bambina. Quando andavo a scuola portavo scarpe grosse, fatte

dal calzolaio su misura. Mio padre, prima dell’inizio della scuola, ci accompagnava a prendere le

misure, perché dovevamo camminare molto: sei chilometri all’andata e sei al ritorno.

Attraversavamo letti di fiume, argini, sterpi, sassi. Servivano scarpe robuste, di cuoio, con i

chiodini sotto per non scivolare. Mia madre ci faceva anche i calzettoni ai ferri, con la lana di pecora.

Erano cose nate dalla necessità, dalla vita concreta della campagna.

Le bambine del paese, invece, avevano scarpette più leggere, lucide, eleganti. Alcune mi

prendevano in giro per quelle scarpe grosse e per quei calzettoni. In quei momenti ho sentito il peso del giudizio, ma oggi so che quelle scarpe raccontavano la dignità della mia famiglia, la fatica di mio padre, la cura di mia madre e la verità delle mie origini contadine.

Preferisce parlare il dialetto del suo paesino o l’italiano?

Quando scendo al mio paese e incontro la mia gente , parlo sempre in dialetto locale perché penso che ogni lingua vada rispettata e mai cancellata, altrimenti si rischia di perdere la propria identità!

Come si è trovata ad adattarsi ad un ambiente e una dialettica completamente diversi dal

suo posto di appartenenza?

L’impatto è stato duro. Da ragazzina immaginavo il paese come un mondo meraviglioso, quasi

superiore. Quando i parenti venivano in campagna per le feste, per le Pasquette, per le sagre o nei

periodi in cui si uccideva il maiale, li vedevo eleganti, con modi diversi, e pensavo che quello fosse

un ambiente più bello, più nobile.

Poi, crescendo, frequentando le scuole nei paesi e insegnando anche in paese, ho provato

delusione. Mi sono accorta che spesso si parlava molto di soldi e poco di amore, poco di valori, poco di umanità. C’era molta attenzione all’apparenza, ma non sempre una vera ricchezza interiore.

In campagna, invece, pur avendo poco, eravamo abituati a condividere. I miei genitori stavano a

contatto con persone che avevano meno di noi e dividevamo le provviste, il cibo, ciò che c’era.

Eravamo poveri di oggetti, ma ricchi d’amore. Adattarmi a un ambiente diverso è stato difficile proprio per questo: ho visto il contrasto tra ciò che luccica fuori e ciò che nutre davvero dentro.

Cosa consiglierebbe alle nuove generazioni?

Alle nuove generazioni consiglierei meno sfarzo, meno apparenza e più attenzione ai valori. Oggi

si rischia di pensare troppo ai vestiti firmati, all’eleganza esteriore, al denaro, mentre si perde l’amore per la vita semplice.

Direi ai giovani di non pretendere sempre il massimo dai genitori e di non lasciarsi guidare soltanto

dai social o dagli influencer. I social spesso non mostrano la realtà: spingono a desiderare, a

comprare, a volere sempre di più. Ma la felicità non è lì.

La felicità è saper vivere diversamente, creare un mondo più semplice e più vero, riscoprire il

valore delle cose piccole. La vita contadina mi ha insegnato questo: non si è grandi per ciò che si

possiede, ma per ciò che si sa amare, custodire e condividere.

A cura di Maria Felicita Blasi

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