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Osservare il cratere che, un giorno sì e l’altro pure, si allarga sotto i nostri piedi non lascia spazio all’allegria. Non aiuta nemmeno il vocio sgangherato dei troppi esperti pronti a pontificare sulle cause della “tracotanza giovanile”. Analizzano violenze e sangue versato nelle aule, nei parchi e nelle strade — dalle città alle periferie assonnate — con una freddezza che spesso nasconde solo indifferenza o calcolo politico.

La cronaca diventa così un caleidoscopio di commenti social, dove il ragionamento perde equilibrio e non trova più lo spazio necessario per il cuore e la coscienza. Eppure, solo questi ultimi potrebbero restituire dignità a una convivenza collettiva resa zoppa da troppi cattivi esempi.

Ricordo un grande educatore, uno di quelli che non temeva di sporcarsi le mani né di affrontare la fatica necessaria per costruire una solidarietà vera. Diceva sempre che i giovani possono sbagliare, a volte persino fare del male, ma nel profondo sognano di fare del bene. Oggi la loro fragilità è più incerta che mai, schiacciata tra la crisi della famiglia e il baratto dei valori formativi con i disvalori del profitto a ogni costo.

Alle parole istituzionali, che calano dall’alto puntuali dopo ogni episodio eclatante, seguono sempre incredibili “distinguo”. Si finisce per dare l’impressione che la legge non sia uguale per tutti, o che per qualcuno lo sia un po’ meno. Se un giovanissimo cade preda dell’insignificanza e della mancanza di legami profondi, se la sua vita non conosce la bellezza di relazioni che facciano la differenza, allora la sua esistenza smette di contemplare l’altro. E quando l’altro sparisce, non si parla più di vita, ma di mera sopravvivenza.

Tra una guerra sbagliata, un grido di battaglia stonato e una manciata di bombe sparse qua e là, i riferimenti autorevoli vanno in pezzi e i grandi esempi diventano carta straccia. Esiste un mondo giovanile che avrebbe bisogno di altri colori e di altre idee; che avrebbe bisogno di non dover tacere o mimetizzare il proprio dissenso.

Dovremmo ricordare che sono proprio i nostri figli quelli chiamati a correggere il nostro camminare claudicante. I giovani non sono un’isola incontaminata: le chiacchiere di ieri servono solo a confermare la nostra scarsa volontà di cambiare davvero.

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