Potrei andare in giro ovunque, per mari e montagne a cercare l’impossibile… e non lo troverei da nessuna parte. È in te che trovo l’ignoto, il mistero, l’appagamento. In te che sei conosciutissima e sconosciuta. In te che non finirai mai di stupirmi, mai di sorprendermi. In te che hai più strati di bellezza. in te dove, forse, risiede parte della bellezza che ho in me. (Luigi Costantino)
Cari Lettori, siamo di nuovo “in zona” Festa della Mamma.
È facile lasciarsi distrarre dalla dimensione commerciale che ormai avvolge questa ricorrenza, ma siamo convinti che ogni data sul calendario, se guardata con attenzione, possa offrire preziosi elementi di riflessione.
“La mamma è sempre la mamma”, ci ripetiamo spesso.
“Di mamma ce n’è una sola”, aggiungiamo per abitudine, canticchiando magari i versi di quella canzone centenaria che faceva commuovere i nostri padri.
Eppure, a guardare bene, dietro questi slogan si nasconde una fitta dose di retorica.
La realtà ci insegna che il legame biologico, da solo, non sempre rende una donna “attrezzata” per il ruolo di madre. Fin dall’antichità, infatti, la storia e la letteratura ci dicono che “madre” non è una definizione genetica, ma un’attitudine del cuore: è l’incarnazione dell’amore che si fa cura.
Per capire quanto questo concetto sia radicato e potente, dobbiamo scomodare Bertolt Brecht.
Il grande drammaturgo tedesco ha rielaborato un’antica leggenda orientale, consegnandoci un’opera emblematica: Il cerchio di gesso del Caucaso. Una storia che abbiamo voluto sintetizzare per voi, immaginando di intitolarla “Il Sacrificio della Tenerezza”
“Il sangue scorre nelle strade: la rivolta travolge il regno e il Re cade sotto i colpi del tradimento. Nella confusione della fuga, la Regina pensa a ciò che le è più caro: i suoi abiti sontuosi e i gioielli della corona. Fugge, lasciando indietro, nel gelo del palazzo abbandonato, il suo unico figlio.
È la giovane balia, Groucha, a non voltarsi dall’altra parte. Con il cuore in gola e la paura che le morde i polpacci, raccoglie quel fagotto di vita e lo porta con sé, allevandolo nel sudore e nella fatica, amandolo come se quel sangue fosse il suo.
Anni dopo, la Regina ritorna. Non cerca il figlio per amore, ma per calcolo: lui è la chiave per restaurare il suo potere perduto. Il destino delle due donne si decide in un tribunale molto particolare, presieduto da Azdak, un Giudice ubriacone e cinico, ma capace di lampi di inaspettata giustizia.
Egli ordina di tracciare un cerchio di gesso sul pavimento e vi pone il bambino nel mezzo. “Afferratelo per le braccia”, ordina. “Chi di voi riuscirà a strapparlo fuori dal cerchio sarà dichiarata la vera madre”.
La Regina afferra il bimbo con forza, pronta a tirare. Ma Groucha, non appena sente la tensione sulle piccole membra del figlio, lascia la presa. Inorridisce all’idea di spezzare ciò che ha protetto per anni. A tutti pare la resa della sconfitta, ma Azdak vede oltre.
In quella mano che ha lasciato la presa per amore, riconosce l’unica vera madre. Il bambino non appartiene a chi lo ha generato nel lusso, ma a chi lo ha scelto nel pericolo e nutrito con la cura.
Da sempre il concetto di mamma si è allargato dall’ambito familiare a un “Qualcosa” di più generale. Abbiamo pertanto “Madre Natura”, la gran madre nel cui habitat nasciamo, cresciamo e, ahinoi, moriamo.
Le grandi religioni danno un ruolo basilare alla Madre.
Nei Vangeli vi sono pagine sublimi su Maria che è figura di mediazione tra Dio e l’umanità.
Anche il Corano venera Maria come la donna più eccellente mai esistita, più della madre, della prima moglie e della figlia di Maometto.
Maria, pertanto, figura centrale per i credenti di religioni importanti ma con significative diversità.
Per fermarci al cattolicesimo, ricordiamo la venerazione di Giovanni Paolo II verso la Madonna di Fatima, colei che gli aveva salvato la vita nell’attentato alla sua persona.
Le grandi donne della religione cattolica sono state nell’ultimo secolo devotissime di Maria.
A noi, gente di Calabria, sovviene il nome di Natuzza Evolo, nota mistica, veggente e serva di Dio, vissuta a Paravati di Mileto (VV) dal 1924 al 2009.
“Mamma Natuzza” come veniva chiamata da coloro che andavano a trovarla per avere parole di conforto e di speranza, attribuiva le sue qualità ad un dono del Signore.
Io sono un verme di terra.
Senza volere fare una graduatoria di importanza vorremmo però, in questo Editoriale, soffermarci su Madre Teresa di Calcutta. Una donna che incarna la prova vivente di come la maternità possa essere una scelta quotidiana, un’attitudine che prescinde dal sangue.
Sono solo una piccola matita nelle mani di Dio.
Madre Teresa di Calcutta: Una vita tra le fessure del mondo
Nata nel 1910 a Skopje con il nome di Anjezë Gonxhe Bojaxhiu, apprende fin da bambina il valore della carità dalla madre, che accoglieva regolarmente i poveri a tavola.
A diciotto anni decide di abbracciare la vita religiosa, entrando nella congregazione delle Suore di Loreto e partendo per l’India dove, per quasi vent’anni, insegna Storia e Geografia in un liceo per ragazze benestanti.
La svolta avviene il 10 settembre 1946, durante un viaggio in treno verso Darjeeling: riceve quella che lei chiamerà la “chiamata nella chiamata”.
Dio le chiede di lasciare il comfort del convento per servire i “più poveri tra i poveri” nelle baraccopoli di Calcutta.
Non è necessario fare cose grandi per mostrare un grande amore. Anche la madre più povera può dare molto ai suoi figli, non con il denaro, ma con la tenerezza e la cura.
Nel 1950 fonda le “Missionarie della Carità”, un ordine che oggi conta migliaia di suore in tutto il mondo, riconoscibile dal semplice sari bianco bordato di azzurro, scelto perché era l’abito più economico delle donne indiane.
Affronta ogni sofferenza ricordando a tutti la più bella dichiarazione d’amore che potesse esprimere
Non ti amo con il mio cuore con la mia mente: ti amo con la mia anima. Infatti, la mia mente può dimenticare e il mio cuore si può fermare. Ma la mia anima resterà eterna
Nonostante i numerosi riconoscimenti, tra cui il Premio Nobel per la Pace nel 1979, la sua vita interiore è stata segnata da una profonda sofferenza: una “notte oscura” dell’anima durata decenni, in cui si sentiva abbandonata da Dio. È proprio questa fragilità, vissuta in silenzio dietro un sorriso perenne, a renderla oggi un simbolo di speranza per chiunque debba continuare a donare anche quando si sente svuotato.
Si è spenta a Calcutta il 5 settembre 1997 ed è stata proclamata Santa da Papa Francesco nel 2016.
Cari Lettori, Teresa non ha generato figli, ma è stata Madre nel senso più radicale: ha raccolto “fagotti di vita” dai marciapiedi di Calcutta, proprio come Groucha nel gelo del palazzo, offrendo dignità a chi il mondo aveva già condannato.
E poi, come abbiamo accennato qualche rigo più sopra, c’è un aspetto della sua vita, emerso solo dopo la sua morte, che la rende incredibilmente vicina alle donne di oggi: la sua “notte oscura”.
Ama finché non ti fa male. Se ti fa male, è un buon segno: significa che stai dando tutto.
Per decenni, Madre Teresa ha vissuto un deserto interiore, un silenzio di Dio che somiglia terribilmente a quello svuotamento emotivo che oggi chiamiamo burnout.
In un’epoca in cui le madri moderne sono schiacciate da aspettative altissime, spinte a essere performanti, sorridenti e instancabili, Madre Teresa ci offre una prospettiva diversa.
Lei ci insegna che si può continuare a nutrire gli altri anche quando ci si sente interiormente aride.
Il suo burnout non era stanchezza fisica, ma un “dare fondo” all’anima.
Proprio come una madre che, stremata dalle notti insonni e dalle preoccupazioni, trova la forza di un ultimo abbraccio nonostante si senta un guscio vuoto, Madre Teresa ha continuato a essere grembo per gli ultimi della Terra pur navigando nel buio del proprio spirito.
Essere madre, oggi, significa spesso abitare questo paradosso: dare amore quando non se ne sente più per sé stesse.
Madre Teresa ci dice che quel vuoto non è un fallimento, ma l’estensione massima del sacrificio. Come nel cerchio di gesso di Brecht, la vera madre non è quella che “possiede” il figlio o la propria serenità, ma quella che accetta di “lasciare la presa” sulla propria vita pur di non far mancare la cura a chi dipende da lei.
Hai affrontato il mare in tempesta quando tutto sembrava più grande di te e ogni onda minacciava di trascinarti giù. Hai attraversato la sofferenza, hai versato ogni lacrima, hai conosciuto il peso del dolore fino in fondo. E adesso sei pronta. Pronto a rinascere, pronta a tornare a vivere non per gli altri ma per te stessa
E questa attitudine del cuore non si ferma ai confini dell’umanità, ma si riversa in ogni creatura che ha bisogno di essere ‘scelta’. Ce lo insegna una storia che arriva dal silenzio di un gattile…
L’amore che non se ne va
Erano le 18:30 e al gattile le luci stavano per spegnersi. Romeo, un gatto vecchio dal muso grigio e il pelo ruvido, aveva smesso di fissare la porta. La sua padrona era finita in una casa di riposo e i parenti, dopo tante promesse, non erano mai tornati. Romeo non miagolava: restava seduto con lo sguardo di chi ha già fatto troppe domande e non vuole più sentire risposte.
Eppure, in quel silenzio, è accaduto l’imprevedibile. Una donna, entrata solo per lasciare una busta di cibo, si è fermata davanti alla sua gabbia. Inizialmente scettica — perché il mondo cerca sempre il nuovo, il sano, il facile — ha incrociato la sua stanchezza gentile. Quando lo ha preso in braccio, Romeo non si è opposto: si è lasciato andare, come chi si è retto in piedi da solo per troppo tempo e finalmente trova qualcuno a cui affidare il proprio peso.
A casa, durante la prima notte, Romeo è rimasto accanto al letto, a fissarla nel buio. Non chiedeva cibo, cercava una certezza: che lei fosse ancora lì, che al mattino non sarebbe sparita come tutto il resto. «Io non me ne vado», gli ha sussurrato lei. In quel momento, Romeo ha fatto ripartire le fusa, come un vecchio motore dopo un inverno difficile.
Dicono che lei abbia salvato Romeo. Forse è vero, ma la verità è che Romeo ha salvato lei, riportando calore in una vita diventata troppo silenziosa. Perché nessuno è troppo vecchio per essere scelto e nessuno è troppo stanco per essere amato. La maternità, in fondo, è proprio questo: la capacità di un cuore di dire a un altro, nonostante le ferite e il tempo: “Ti tengo io”.

Post e foto tratti da “Cose che ti fanno pensare”
Non tutti possiamo fare grandi cose, ma possiamo fare piccole cose con grande amore. (Madre Teresa di Calcutta)
In questa Festa della Mamma, allora, il nostro augurio va a chi sceglie di esserlo ogni giorno: a chi lo è per natura, a chi lo è per vocazione come Natuzza o Teresa, e a chi lo diventa aprendo la porta a un’anima scartata. Auguri a chi continua a dare, pur sentendosi svuotata, perché è proprio in quel ‘ti tengo io’ che risiede la più alta e autentica forma di amore.
Perché in fondo, cari Lettori, essere madri significa ripetere ogni giorno, con i fatti, quelle parole immortali di Battiato: “E guarirai da tutte le malattie, perché sei un essere speciale, ed io avrò cura di te”
La cura
Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie
Dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo
Dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore
Dalle ossessioni delle tue manie
Supererò le correnti gravitazionali
Lo spazio e la luce per non farti invecchiare
E guarirai da tutte le malattie
Perché sei un essere speciale
Ed io, avrò cura di te
Vagavo per i campi del Tennessee
Come vi ero arrivato, chissà
Non hai fiori bianchi per me?
Più veloci di aquile i miei sogni
Attraversano il mare
Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza
Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza
I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi
La bonaccia d’agosto non calmerà i nostri sensi
Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto
Conosco le leggi del mondo, e te ne farò dono
Supererò le correnti gravitazionali
Lo spazio e la luce per non farti invecchiare
Ti salverò da ogni malinconia
Perché sei un essere speciale
Ed io avrò cura di te
Io sì, che avrò cura di te
“Se mai diventerò una santa, sarò sicuramente una santa dell’oscurità. Sarò assente dal paradiso per accendere la luce a coloro che si trovano nelle tenebre sulla terra.” (Madre Teresa di Calcutta)

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”


