Pubblicato su Lo SciacquaLingua
Capita all’improvviso: un colpo secco, un urto inatteso, e davanti agli occhi si accende un piccolo firmamento privato. Puntini luminosi, lampi, scintille che si accendono e si spengono in un battito di ciglia. È un’esperienza così rapida da sembrare irreale, eppure la lingua italiana l’ha catturata con una precisione sorprendente: vedere le stelle. Una formula che sembra poetica, ma che nasce da un fenomeno fisiologico molto concreto.
Quando la testa subisce un trauma, la retina può essere sollecitata meccanicamente. È un tessuto progettato per reagire alla luce, ma incapace di distinguere tra ciò che è luminoso e ciò che è semplicemente un colpo. Così, anche una vibrazione improvvisa la induce a inviare segnali al cervello, che li interpreta come bagliori. Sono i fosfeni, scintille interne che non provengono dal mondo esterno, ma da un piccolo cortocircuito del nostro sistema visivo. È come se, per un istante, il corpo accendesse un cielo stellato tutto suo.
La metafora delle stelle non è un’invenzione recente. È un’immagine che attraversa le lingue e i secoli. L’inglese dice to see stars, lo spagnolo ver las estrellas: due calchi quasi perfetti dell’italiano, o forse due fratelli nati dalla stessa intuizione universale. Il francese, più teatrale, preferisce voir trente-six chandelles, “vedere trentasei candele”, ma l’idea è identica: un improvviso affollarsi di luci nella mente.
E il latino? Qui la filologia invita alla prudenza. Il diminutivo stellula, “piccola stella”, è perfettamente attestato nei testi classici e tardoantichi. Ma non esiste, nei documenti che possediamo, un modo di dire latino che corrisponda esattamente al nostro vedere le stelle dopo un colpo. Esistono però descrizioni mediche e mistiche medievali che parlano di stellulae o luminulae percepite in stati di febbre, stordimento o visione interiore. Non un’espressione idiomatica, dunque, ma una tradizione metaforica che associa puntini luminosi e percezioni alterate a immagini celesti. È un terreno fertile, da cui le lingue romanze hanno potuto attingere liberamente.
L’italiano, come spesso accade, ha trasformato questa eredità in un’immagine limpida e immediata. Dire che qualcuno “ha visto le stelle” significa raccontare un micro‑episodio corporeo con una grazia che la spiegazione scientifica, pur corretta, non possiede. In tre parole si condensa un’esperienza complessa: un colpo, un lampo, un cielo che si accende dentro la testa. È una di quelle espressioni in cui la lingua riesce a essere precisa e poetica nello stesso momento, trasformando un fenomeno neurologico in un’immagine che tutti riconoscono senza bisogno di spiegazioni.
A cura di Fausto Raso

Giornalista pubblicista, laureato in “Scienze della comunicazione” e specializzato in “Editoria e giornalismo” L’argomento della tesi è stato: “Problemi e dubbi grammaticali in testi del giornalismo multimediale contemporaneo”). Titolare della rubrica di lingua del “Giornale d’Italia” dal 1990 al 2002. Collabora con varie testate tra cui il periodico romano “Città mese” di cui è anche garante del lettore. Ha scritto, con Carlo Picozza, giornalista di “Repubblica”, il libro “Errori e Orrori. Per non essere piantati in Nasso dall’italiano”, con la presentazione di Lorenzo Del Boca, già presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, con la prefazione di Curzio Maltese, editorialista di “Repubblica” e con le illustrazioni di Massimo Bucchi, vignettista di “Repubblica”. Editore Gangemi – Roma.

