Pubblicato su Lo SciacquaLingua
Tra le espressioni che la nostra lingua custodisce con una naturalezza quasi domestica, fare la barba a qualcuno è forse una delle più ingannevoli. Richiama subito poltrone in pelle, panni caldi, il profumo della schiuma: un piccolo rito di civiltà. E invece, appena si scosta la tenda di questa scena rassicurante, affiora un universo di significati che nulla ha di innocuo. La lingua, come sempre, sa trasformare il quotidiano in un teatro di simboli.
Le sue origini scorrono su due binari che non si toccano, ma si osservano. Il primo è quello della materia, del gesto preciso: radere significa far scivolare una lama sottilissima a un soffio dalla pelle, in quell’intercapedine dove il rischio e la fiducia si sfiorano. Da qui l’uso sportivo e automobilistico: passare vicinissimo, sfiorare l’avversario come un’ombra, dominare lo spazio minimo con una perizia che trattiene il respiro. È il regno del millimetro, dove la bravura si misura nella distanza che non c’è.
Il secondo binario è più antico, più umano, più scaltro. Un tempo fare la barba a qualcuno voleva dire beffarlo, raggirarlo con un’eleganza quasi artigianale. L’immagine è potente: il barbiere è l’unico a cui consegniamo la gola, mentre impugna un rasoio che potrebbe, se volesse, tradirci. Essere “fatti la barba” significa dunque esporsi, permettere all’altro di muoversi con una libertà che sfiora l’abuso, lasciarsi sottrarre qualcosa senza accorgersene, o subire una superiorità intellettuale tanto sottile quanto inesorabile.
Eppure l’espressione non appartiene al passato: vive, respira, si rinnova. Oggi fare la barba a qualcuno è la formula perfetta per descrivere la competizione contemporanea, che non è più fatta di scontri frontali ma di scarti impercettibili. Nel lavoro, nella tecnologia, nel mercato globale, fare la barba a un concorrente significa precederlo per un soffio, arrivare un istante prima su un’idea, su un cliente, su un’intuizione. È la vittoria che non fa rumore, ma lascia l’altro interdetto.
Viviamo nell’epoca delle distanze minime, dei sorpassi digitali, delle battute che tagliano l’aria come lame sottili. Per questo l’espressione conserva intatta la sua forza: unisce il rischio alla maestria, la vicinanza al dominio, la cura al pericolo. Ci ricorda che, per distinguersi davvero, non serve travolgere: basta saper passare così vicino alla realtà da sentirne il brivido, senza mai ferirla e senza mai ferirsi. Chi sa radere senza ferire, vince senza farsi vedere.
A cura di Fausto Raso

Giornalista pubblicista, laureato in “Scienze della comunicazione” e specializzato in “Editoria e giornalismo” L’argomento della tesi è stato: “Problemi e dubbi grammaticali in testi del giornalismo multimediale contemporaneo”). Titolare della rubrica di lingua del “Giornale d’Italia” dal 1990 al 2002. Collabora con varie testate tra cui il periodico romano “Città mese” di cui è anche garante del lettore. Ha scritto, con Carlo Picozza, giornalista di “Repubblica”, il libro “Errori e Orrori. Per non essere piantati in Nasso dall’italiano”, con la presentazione di Lorenzo Del Boca, già presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, con la prefazione di Curzio Maltese, editorialista di “Repubblica” e con le illustrazioni di Massimo Bucchi, vignettista di “Repubblica”. Editore Gangemi – Roma.

