I giornali sarebbero ansiogeni? Ma la Bibbia non comincia forse con un delitto? (Enzo Biagi)
18 settembre 1944. Siamo a Roma, all’indomani dell’ingresso degli Alleati nella Città Eterna: la popolazione è esacerbata dalle violenze del periodo di occupazione tedesca e soprattutto dall’episodio terribile dell’eccidio delle Fosse Ardeatine.
Davanti al “Palazzaccio”, quel giorno, con l’attenzione catalizzata dal processo al Questore di Roma Pietro Caruso (accusato di gravi corresponsabilità nelle nefandezze compiute dai nazisti) si è radunata una folla in attesa di ottenere giustizia.
L’udienza viene però rinviata e, a quel punto, la massa tumultuosa (temendo che si volesse insabbiare tutto) irrompe nel palazzo di Giustizia al grido di “Morte a Caruso!”
L’attenzione viene a questo punto attirata da un altro uomo, l’ex-direttore del carcere di Regina Coeli Donato Carretta, convocato come testimone contro Caruso verso cui si scatena ogni tipo di violenza.
Colpito, linciato, lapidato sottratto al tentativo di difesa da parte di alcuni Carabinieri, viene steso sui binari del tram, per essere maciullato.
Ma, il conducente del tram, Angelo Salvatori, rifiuta l’incitamento della folla e si salva, a sua volta, dal linciaggio esibendo la tessera del P.C.I. e porta con sé la leva di azionamento del tram.
Salvatori è l’unico essere umano ad avere il coraggio, come i professori che si opposero al fascismo, di dire di no al pensiero unico che circola in quella piazza infoiata. Quell’uomo, in un istante, ha deciso di fare due cose precise: ha mostrato la tessera del PCI per far capire che si poteva essere comunisti senza partecipare a uno scempio simile e che, lui, si rifiutava di finire quell’uomo non solo perché lo riteneva disumano, ma anche perché era sbagliato. (Walter Veltroni – “La Condanna”)
Purtroppo, il povero Donato Carretta viene buttato nel Tevere e “finito” a colpi di remi.
Il cadavere viene poi pescato dalla folla, trascinato al carcere di cui era stato direttore e appeso nudo a testa in giù alla grata di una finestra della facciata, in segno di ultimo scherno, e in modo che potesse vederlo la moglie, che si trovava lì vicino ( Di Serio -1979).
A posteriori, si è scoperto che Donato Carretta aveva protetto più di un detenuto ed era stato disponibile a favorire la fuga di diversi prigionieri politici fra cui anche Sandro Pertini.
Ora, cari Lettori, a noi piace sovrapporre l’immagine del tramviere “mite” ma determinato a quella del giornalista Enzo Biagi che, nel corso della sua lunga professione, ha rifuggito inutili polemiche ed ha mantenuto uno stile rispettoso ed educato. Ma fermo e deciso.
Ho sempre sognato di fare il giornalista, lo scrissi anche in un tema alle medie: lo immaginavo come un ‘vendicatore’ capace di riparare torti e ingiustizie. Ero convinto che quel mestiere mi avrebbe portato a scoprire il mondo (Enzo Biagi)
Così come una tessera del P.C.I. (simbolo, a quel tempo, di Libertà) e una manovella (simbolo della responsabilità del “condurre” secondo moralità e coscienza) sono stati i simboli di Umanità in quel giorno di ordinaria follia, il garbo e la forza del pensiero educato, hanno rappresentato il modo corretto di “essere” giornalista in un’epoca priva di mezzi di diffusione di massa come (per un bel po’) la Televisione e la rete di Internet.
Enzo Biagi, uno dei volti più popolari del giornalismo italiano del XX secolo è stato anche scrittore, conduttore televisivo e, durante la Seconda guerra mondiale, anche partigiano.
Nato a Pianaccio (frazione di Lizzano in Belvedere, in provincia di Bologna), il 9 agosto del 1920, dall’età di diciassette anni (secondo qualcuno, grazie all’aiuto del cugino Bruno Biagi, esponente di spicco del Partito Fascista), cominciò a collaborare con il quotidiano bolognese “L’Avvenire d’Italia” e, in conformità al suo carattere malinconico, il suo primo articolo fu dedicato a capire se il poeta di Cesenatico Marino Moretti fosse o meno “crepuscolare”.
All’età di vent’anni entra nel “Resto del Carlino” ma, due anni dopo viene chiamato alle armi evitando di partire per il fronte per via di problemi cardiaci che non lo abbandoneranno mai.
Sposatosi, nel 1943, con Lucia Ghetti (da cui si separerà nel 1972) sceglie i boschi dei Partigiani, pur di non aderire alla “Repubblica di Salò”, entrando nelle Brigate “Giustizia e Libertà”.
La sua azione, rispettando il proprio “stile” fu utile e incruenta, redigendo il giornale partigiano “il patriota” con il quale informava sul reale andamento della guerra.
Dopo aver annunciato, a Bologna, l’avvenuta liberazione dal nazi fascismo, inizia il suo giornalismo anche all’estero, come “testimone del tempo”.
Nonostante i problemi legati alla sua contrarietà dichiarata all’uso della bomba atomica (che gli valsero l’appellativo di pericoloso sovversivo), salì a bordo della rivista settimanale “Epoca” di cui divenne acclamato Direttore, surclassando le più famose del tempo.
All’età di 41 anni divenne direttore del Telegiornale della Rai, dando particolare attenzione ai problemi degli Italiani e intuendo le capacità di Giorgio Bocca, Indro Montanelli ed Emilio fede.
Ero l’uomo sbagliato al posto sbagliato: non sapevo tenere gli equilibri politici, anzi proprio non mi interessavano e non amavo stare al telefono con onorevoli e sottosegretari […] Volevo fare un telegiornale in cui ci fosse tutto, che fosse più vicino alla gente, che fosse al servizio del pubblico non al servizio dei politici. (Enzo Biagi)
E, infatti, nel 1963 si dimette e entra nel Gruppo Rizzoli, come Direttore Editoriale, pur non dimenticando la Rai, con programmi di approfondimento giornalistico.
Dopo una burrascosa parentesi come Direttore al Resto del Carlino terminata per il suo solito vizio di non volersi piegare ai potenti, dopo un passaggio al Corriere della Sera, fonda “Il Giornale”, con Indro Montanelli.
Famoso lo scontro con l’allora Ministro delle Finanze Luigi Preti che lo accusava di imprecisione nelle sue versioni dei fatti.
Ci dispiace che lo sbadato cronista abbia preso un abbaglio; siamo però convinti che i ministri, anche se socialisti, non hanno il dovere di vivere sotto i ponti (Enzo Biagi)
Ritorna in Rai con programmi, come sempre, di alto profilo in cui intervista, tra l’altro personaggi-chiave dell’Italia dell’epoca come l’ex Brigatista Alberto Franceschini, il Banchiere Michele Sindona, e il dittatore libico Mu’ammar Gheddafi che, nei giorni successivi al disastro aereo di Ustica, sostenne che si era trattato di un attentato organizzato dagli Stati Uniti contro la sua persona e che, gli americani, avevano sbagliato bersaglio, abbattendo l’aereo civile italiano.
E, poi, arrivano i Film Dossier, Linea Diretta, Spot (con interviste, anche, a Michail Gorbačëv e a Berlusconi), Le inchieste di Enzo Biagi e “Il Fatto” che tanto fastidio diede a Silvio Berlusconi, al punto che, il 18 aprile del 2002, mentre si trovava in visita ufficiale a Sofia, capitale della Bulgaria, rilasciò una dichiarazione riportata dall’agenzia ANSA (e passata poi alla cronaca con la definizione giornalistica di “Editto bulgaro”) nella quale si augurava che la nuova dirigenza non permettesse più un uso criminoso della televisione pubblica come, a suo giudizio, era stato fatto dal giornalista Michele Santoro, dal comico Daniele Luttazzi e dallo stesso Biagi.
Enzo Biagi, replicò quella sera stessa nella puntata de “il Fatto”, con il garbo e la determinazione di sempre:
“Il Presidente del Consiglio non trova niente di meglio che segnalare tre biechi individui: Santoro, Luttazzi e il sottoscritto. Quale sarebbe il reato? […] Poi il presidente Berlusconi, siccome non intravede nei tre biechi personaggi pentimento e redenzione, lascerebbe intendere che dovrebbero togliere il disturbo. Signor Presidente, dia disposizioni di procedere perché la mia età e il senso di rispetto che ho verso me stesso mi vietano di adeguarmi ai suoi desideri […]. Sono ancora convinto che perfino in questa azienda (che come giustamente ricorda è di tutti, e quindi vorrà sentire tutte le opinioni) ci sia ancora spazio per la libertà di stampa; sta scritto – dia un’occhiata – nella Costituzione. Lavoro qui in Rai dal 1961, ed è la prima volta che un Presidente del Consiglio decide il palinsesto […]. Cari telespettatori, questa potrebbe essere l’ultima puntata del Fatto. Dopo 814 trasmissioni, non è il caso di commemorarci. Eventualmente, è meglio essere cacciati per aver detto qualche verità, che restare a prezzo di certi patteggiamenti.”
Nella sua ultima intervista a “Che tempo che fa”, nell’autunno del 2006 Enzo Biagi dichiara che il suo ritorno in Rai è molto vicino e, al termine della trasmissione, il Direttore Generale della Rai, telefonando in diretta, annuncia che l’indomani stesso Enzo Biagi avrebbe firmato il contratto che lo riportava “a casa”.
E, il 22 aprile 2007, ritorna con RT Rotocalco Televisivo, aprendo in questo modo, la trasmissione:
“Buonasera, scusate se sono un po’ commosso e magari si vede. C’è stato qualche inconveniente tecnico e l’intervallo è durato cinque anni. C’eravamo persi di vista, c’era attorno a me la nebbia della politica e qualcuno ci soffiava dentro… Vi confesso che sono molto felice di ritrovarvi. Dall’ultima volta che ci siamo visti, sono accadute molte cose. Per fortuna, qualcuna è anche finita.”
La trasmissione è andata in onda per sette puntate, oltre allo speciale iniziale, fino all’11 giugno 2007. Sarebbe dovuta riprendere nell’autunno successivo ma, nel frattempo, le condizioni di salute dell’ottantasettenne Enzo Biagi, non lo consentono.
Ricoverato per oltre dieci giorni in una clinica milanese, a causa di un edema polmonare con complicanze renali e cardiache ci saluta la mattina del 6 novembre 2007 alla sua maniera, confidando a un’infermiera
Si sta, come d’autunno sugli alberi le foglie… ma tira un forte vento!
Cari Lettori, questa settimana abbiamo voluto ricordare un uomo per bene, una figura eminente del giornalismo italiano.
Questo mondo veloce, superficiale e, tutto sommato, indifferente ai grandi problemi della vita, è tutto all’insegna di un presente banalizzato che viene enfatizzato e poi subito buttato nel cestino dei rifiuti.
Conta il momento presente e si lodano personaggi che hanno avuto la loro importanza (nel campo di azione specifica), ma che, ora, al pubblico vengono additati come figure storiche basilari del nostro Paese.
Ammesso che tra un secolo si studierà ancora la Storia, ve lo immaginate un capitolo fondamentale dedicato a Pippo Baudo? E fermiamoci qui.
Del nucleo di lavoro degli ultimi importanti anni di Biagi resta in attività, una nostra stimata conoscenza, Anna Rosa Macrì che, tuttora, nei suoi articoli ci regala il senso di un grande momento democratico del nostro giornalismo.
Per tanti, Biagi e pochissimi altri, sono frettolosamente ricordati come “mosche fastidiose” perché la gente è stata abituata a frequentare le “vespe” con tutto quel che ne deriva.
Eppure, il senso del cammino di questo uomo gentile ma indomito (uno di quelli di cui ci auspichiamo, il buon Dio non abbia buttato lo stampo) lo troviamo nella presentazione del suo libro “Lunga è la notte”:
Ritorna “il vecchio cronista” de “l’albero dai fiori bianchi”, con i suoi ricordi, le sue riflessioni sull’esistenza, la memoria degli avvenimenti di cui è stato diretto testimone e delle persone che ha incontrato in lunghi anni di lavoro. Un libro che non vuole essere un bilancio di una vita ma, più semplicemente, un sereno ripercorrere il tempo vissuto.
E, cari Lettori, a proposito di tempo vissuto vorremmo salutarvi, al termine della passeggiata di quest’oggi, con una indimenticabile opera di Paul Mc Cart5ney e John Lennon
Yesterday
Yesterday all my troubles seemed so far away
Now it looks as though they’re here to stay
Oh, I believe in yesterday
Ieri, tutti i miei problemi sembrano così lontani
Ora sembrano quasi che siano qui per restare
Oh, io credo nel passato
Suddenly, I’m not half
the man I used to be
There’s a shadow hanging over me
Oh, yesterday came suddenly
Improvvisamente, non sono nemmeno
la metà dell’uomo che ero,
c’è un ombra che incombe su di me
Oh, ieri è arriva all’improvviso
Why she had to go?
I don’t know, she wouldn’t say
I said something wrong
Now I long for yesterday
Perche lei se ne dovuta andare?
Non so, non l’ha voluto dire.
Ho detto qualcosa di sbagliato,
Ora desidero ardentemente ieri
Yesterday love was such an easy game to play
Now I need a place to hide away
Oh, I believe in yesterday
Ieri, l’amore era una facile partita da giocare
Ora ho bisogno di un posto per nascondermi
Oh, io credo nel passato
Why she had to go?
I don’t know, she wouldn’t say
I said something wrong
Now I long for yesterday
Perche lei se n’è dovuta andare?
Non so, non l’ha voluto dire.
Ho detto qualcosa di sbagliato,
Ora desidero ardentemente ieri
Yesterday love was such an easy game to play
Now I need a place to hide away
Oh, I believe in yesterday
Ieri, l’amore era una facile partita da giocare
Ora ho bisogno di un posto per nascondermi
Oh, io credo nel passato
“Le verità che contano, i grandi princìpi, alla fine, restano due o tre. Sono quelli che ti ha insegnato tua madre da bambino” (Enzo Biagi)

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”


