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Cari Lettori, tralasciando per un attimo l’evocativa immagine di copertina, ritengo che il modo migliore per iniziare questo editoriale sia quello di partire da una particolare opera d’arte creata da Alexandr Milov (artista ucraino) e definita “Amore”, che (idealmente) “cristallizza” la disillusione di una relazione affettiva quando, dopo il primo incontro, si susseguono i dolorosi “istanti” della falsificazione dell’altro (nel momento in cui ci si ostina a pretendere ciò che abbiamo intuito ma che, di fatto, nel partner non c’è), dell’alternanza di Odio e Amore e, infine, dell’exitus con la violenza degli “addii”…

Questa interessante scultura quindi, rappresenta l’evento più frequente fra due persone che cercano di parlarsi: il conflitto di relazione che, se proprio vogliamo, è un’espressione interiore della natura umana. Il “darsi le spalle”, infatti, spesso non significa rifiuto, in assoluto ma, semmai, l’impotenza di saper chiedere aiuto. Quindi, lontani di fatto ma alla disperata ricerca, sul piano interiore, laddove il bambino che è in noi, prova a farsi sentire! 

È, in ultima analisi, l’estremo tentativo di ciò che la psicoanalista Melanie Klein descriveva nel trittico Amore, Odio e Riparazione

Il meccanismo, la capacità e la disponibilità della “Riparazione” consente di preoccuparsi, di prendersi cura dell’altro e di rimediare ai propri errori a partire da un autentico riconoscimento delle proprie colpe ed è una tappa fondamentale nello sviluppo infantile normale, che parte all’interno della relazione bambino / madre

Infatti, la lotta tra amore e odio delle fantasie infantili, produrrà sensi di colpa e un conseguente bisogno di riparare, che costituirà un’importante conquista per lo sviluppo sano individuale

Un adulto capace di riparare, infatti, sarà consapevole che, nelle relazioni quotidiane, se qualcosa dovesse andare storto può in qualche modo essere aggiustata.

Se uno vive senza mai chiedersi perché vive spreca una grande occasione e, a quel punto, solo il dolore spinge a porsi la domanda. (Tiziano Terzani)

Il significato che possiamo dare, dunque, all’installazione di Milov, cambia da “disperato tentativo di ricontatto frustrato” a “ricerca di riparazione e ricostruzione”, a seconda della capacità introspettiva: in pratica, se sappiamo “guardarci” dentro e individuiamo cosa cercare, otterremo quello che serve per vivere ad occhi aperti.

Cari Lettori, uno dei rischi maggiori che si possa correre è quello di procedere, nelle proprie giornate, lasciando che gli eventi del quotidiano, si depositino, un po’ alla volta, su motivazioni e obiettivi, così come la polvere sui mobili pregiati, rendendoli opachi e spenti.

Probabilmente, simili scelte inconsapevoli (che portano ad invecchiare, dentro, un po’ alla volta) sono dettate da quanto sosteneva Oscar Wilde: “Un sognatore è colui che osserva la propria strada al chiaro di luna ed ha, come punizione, quella di scorgere l’alba prima del resto del mondo”.

In pratica, chi vuole andare “oltre” il recinto che trattiene il “gregge”, finisce col rendersi conto del fatto che quello che riteneva essere vero, spesso, è ben lungi dal poter essere considerato tale.

Un po’ quello che accade quando, dopo una magnifica nevicata, un po’ alla volta la coltre candida lascia il posto allo strato che mostra il dolce e l’amaro, l’erba e la sterpaglia, il bello e il brutto: l’andirivieni della vita.

O, se volete, la sensazione che proviamo nel momento in cui, armati di cucchiaino (o forchettina), al riparo da occhi indiscreti, ci avviciniamo “vogliosi” verso una torta ricoperta di croccante cioccolato e profumata panna montata, per poi scoprire un ripieno tutt’altro che appetitoso.

John Fitzgerald Kennedy, sosteneva che siamo legati all’oceano. E, quando torniamo al mare, sia per navigarci che per guardarlo, finiamo lì, da dove siamo venuti…

Bene.

Il nostro Oceano rientra nell’inconsapevole e, conseguentemente, nel valore dell’introspezione.

L’introspezione è l’osservazione dei fatti di coscienza, compiuta dal soggetto, mediante la registrazione autonoma delle proprie esperienze.

L’introspezione, pertanto, è un atto di coscienza che consiste nella osservazione diretta ed analisi della propria interiorità, rappresentata da pensieri, desideri, pulsioni, stimoli prodotti dal pensiero stesso.

In sostanza, il soggetto, riflettendo sulla propria esperienza, assume sé stesso a oggetto di studio.

Il processo della mente è naturalmente del tutto personale e soggettivo e per questo anche i criteri di interiorità sono personali e soggettivi.

L’introspezione è un processo personale ma assai importante per poter poi allargare lo sguardo verso discorsi e interazioni oggettive.

Osserva Carl Gustav Jung:

La tua visione diventerà chiara solo quando avrai imparato a guardare nel tuo cuore. Chi guarda fuori, sogna. Chi guarda dentro si sveglia

Emil Cioran dà gran rilievo all’introspezione e, acutamente, scrive:

L’occhio ha un campo ristretto, vede sempre dall’esterno. Ma poiché il mondo è all’interno del cuore, l’introspezione è l’unico metodo per approdare alla conoscenza.

Di quel che dice Cioran è il caso di far nostra la prima parte, mentre la seconda, nella sua perentoria affermazione ci lascia un po’ perplessi.

Ma, tutto, ha la sua spiegazione. Basta saperla cercare.

Conoscere (o cercar di conoscere) sempre meglio sé stessi è un punto di partenza importante per arrivare attrezzati all’incontro /scontro con gli altri.

Ogni soggettività che guarda con acutezza dentro di sé deve poi andarsi a misurare con tante altre soggettività.

Da questo processo si potrà giungere a qualcosa di prezioso che va al di là del soggettivo e tende sempre più ad una esigenza di oggettività.

Da tante soggettività bisogna mirare ad una esperienza centrale. A tal proposito, troviamo illuminante un ultimo appunto di Carl Jung, scritto tre settimane prima di morire:

Molte sono le vie che conducono all’esperienza centrale. Chi si è inoltrato nella propria profondità riconosce anche il valore e la legittimità di altre vie che portino al centro. Conoscerne la molteplicità costituisce la pienezza e il senso della vita.

Questo “’appunto” ci pare assai prezioso e illuminante perché dà adeguato valore alla soggettività per, poi, tendere alla oggettività.

Il percorso introspettivo, quindi, non deve avere nulla di egoistico. È un iter attraverso cui si cerca di scavare dentro sé stessi, dentro la propria anima.

Mentre va avanti su questa strada, il soggetto deve essere consapevole che tanti altri “io” stanno cercando le proprie strade.

Da ciò, deriva il rispetto per ogni ricerca interiore che poi deve andarsi a “riversare” nel gran mare dell’essere, ove diventa qualcosa di molto più profondo e oggettivo.

I risultati soggettivi, se portano con sé grande sensibilità, arricchiranno il momento oggettivo, sommatoria nobile di tanti faticosi e sofferti contributi.

Curiamo, pertanto, il momento introspettivo con grande dedizione, sapendo però che esso è basilare per andare oltre, verso gli altri.

Socrate si chiudeva dentro di sé e non sentiva neanche gli amici che lo chiamavano (cfr Platone, “Il Simposio”). Al termine, rientrava tra gli altri e con ironia e inarrivabile acutezza aiutava gli interlocutori a leggere meglio dentro sé stessi in vista di una vita rivolta alla ricerca del bello e del vero.

Bello e vero che, in fondo, erano (e sono) la stessa cosa.

A questo punto, cari Lettori, una domanda: avete mai provato ad andare a ritroso con la memoria e ripercorrere, ognuno, le tappe della propria vita?

È un’operazione interessante dal momento che si potrebbe esaminare la propria crescita alla luce delle varie esperienze che ci hanno visti protagonisti, nel bene e nel male. È bello, ogni tanto, rituffarsi in un passato che, forse, si vorrebbe come presente.

Solitamente si è abituati a farlo nei momenti di sconforto, quasi a volerli esorcizzare; altre volte invece, il salto nel passato ci serve per provare a recuperare un proprio spazio interiore troppo spesso violato da una quotidianità fatta di niente o di vacuo ma invadente, troppo invadente.

La filosofia “Zen” invita a rileggere con estrema attenzione e ciclicamente le “pagine della nostra memoria” per fare tesoro dell’esperienza accumulata.

Spesso ci si lascia andare a frasi quali “Se potessi tornare indietro non lo rifarei”. Poi, a ben vedere, trovandosi nella medesima situazione, si commette lo stesso sbaglio. Ecco, rivisitare l’enciclopedia della nostra vita, esaminandone tutte le voci, dovrebbe servire proprio a questo: ad evitare gli stessi errori così come a verificare la propria crescita, al fine di vivere il presente in modo più sereno e prepararsi, così, ad affrontare il futuro con minori preoccupazioni e maggiori certezze.

Uno degli strumenti indispensabili, per potere svolgere questa operazione è, senza ombra di dubbio, l’umiltà al pari della disponibilità al cambiamento e, quindi, della flessibilità bandendo ogni forma di rigidità.

Solo in questo modo, si possono comprendere i propri “vuoti” e rivedere le proprie posizioni rispetto alle esperienze vissute per proiettarle nella soffocante quotidianità, dal momento che la vita di ognuno di noi, altro non è, se non “divenire nella novità della ciclicità”.

La cosa che è veramente difficile, e anche davvero incredibile, è rinunciare ad essere perfetti e iniziare il lavoro di diventare se stessi. (Anna Quindlen)

Vivere è un po’ come navigare…

puoi orientarti solo se hai delle buone carte nautiche.

Attraverso questa opera di rilettura del passato, anche prossimo, ci si può rendere conto di quanto si sia stati forti in alcune circostanze, affrontando senza problemi delle prove che, fino a qualche attimo prima, ci sembravano insormontabili.

Portiamo con noi la casa della nostra anima, come fa una tartaruga con la sua corazza. In verità, il viaggio attraverso i paesi del mondo è per l’uomo un viaggio simbolico. Ovunque vada è la propria anima che sta cercando. (Andrej Tarkowsky)

Rileggere se stessi…

è anche riflessione nella meditazione, è respirare un profumo che ha segnato un momento importante, è rivivere un momento tenero della nostra infanzia, è godersi una carezza ricevuta, è riassaporare il primo bacio, rivivere una storia importante per rivedersi e correggersi; è ricolorarsi gli occhi con le tinte di un tramonto o di un prato sterminato, è riprovare sensazioni e umori, è viaggiare con le ali della fantasia ritornando nei posti dove siamo stati felici e con le persone che ci hanno resi tali, per rifugiarsi e rifiatare; è godersi un abbraccio nei momenti di sconforto, è riscaldarsi al calore di un affetto che è stato sincero nelle fredde sconfitte in cui sei irrimediabilmente solo (perché si sale solo sul carro dei vincitori).

È cercare un sorriso capace di squarciare il velo della tristezza dovuta alla incapacità di essere capito e al dolore di essere facilmente giudicato e condannato, è riassaporare un dolce della nonna che non c’è più, è raccogliere le fragoline di un bosco incontaminato; è rivivere il confronto con i genitori rivedendoli giovani mentre invecchiano e cercando di non soffrire per questo, dicendogli grazie per quello che hanno saputo darci e per quello che riusciremo a dare, a nostra volta.

È la consapevolezza di dover essere “grandi” in un mondo di bimbi, è cercare la luce nel buio, è consapevolizzare che l’uomo nero non esiste e che le paure sono dentro noi stessi per cultura e apprendimento; è perdonare per essere perdonati, è capire che odio e rancore rappresentano uno spreco di energie che potremmo impiegare diversamente e meglio, per crescere più in fretta; è rendersi conto che piangersi addosso è una scusa per nascondere le nostre difficoltà operative, è capire che la solitudine è un momento di riflessione da non vivere come abbandono.

È capire che la vita è mediazione e che la guerra logora le nostre esistenze, è considerare che il monologo non sortisce gli effetti del dialogo sia pure dialettico.

Cari Lettori, l’immagine di copertina ci mostra uno spaccato di Natura con, in primo piano, delle suggestive farfalle che, simbolicamente, rappresentano la trasformazione interiore con quella potenziale “bellezza” insita nel bruco che ci ricorda la necessità di “contattare” lo splendore di cui siamo capaci. Il leggere la nostra interiorità nel fantastico libro dell’Inconscio collettivo, ci aiuterà ad uscire dalla bolla che ci fa vedere il bello solo attraverso un “film”.

E, a proposito di film, molti di noi ricordano le emozioni provate nel “vivere” i fotogrammi di “Vi presento Joe Black” , una storia d’Amore che vede protagonista la Morte (interpretata dal bellissimo Brad Pitt) intenta a conoscere quel Valore dell’appartenenza capace di andare oltre il Tempo e lo Spazio, al di là dell’umano comprensibile.

Vorremmo, quindi, accomiatarci da voi con le immagini salienti di quel magico “incontro” col sottofondo musicale di qual magnifico poeta che si chiamava Lucio Dalla

L’uomo di per sé non è nulla. È solo una possibilità infinita. Ma è il responsabile infinito di questa possibilità. (Albert Camus)

Guardarsi dentro, non è solo tutto questo ma molto di più. BUONA VISIONE, ALLORA.

Chissà se lo sai

Ti ho guardata e per il momento
Non esistono due occhi come i tuoi
Così neri, così soli che
Se mi guardi ancora e non li muovi
Diventan belli anche i miei

E si capisce da come ridi che
Fai finta e che non capisci, non vuoi guai
Ma ti giuro che per quella bocca che
Se ti guardo diventa rossa
Morirei

Ma chissà se lo sai?
Ma chissà se lo sai?
Forse tu non lo sai
No, tu non lo sai.

Poi parliamo delle distanze, del cielo,
E di dove va a dormire la luna quando esce il sole
E di come era la terra prima che ci fosse l’amore
E sotto quale stella, tra mille anni
Se ci sarà una stella, ci si potrà abbracciare?

E poi la notte col suo silenzio regolare
Quel silenzio che a volte sembra la morte
Mi dà il coraggio di parlare
E di dirti tranquillamente,
Di dirtelo finalmente
Che ti amo
E che di amarti non smetterò mai

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

Un ringraziamento affettuoso ad Amedeo Occhiuto, per la preziosa collaborazione

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