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Professore, ma perché facciamo questi esperimenti? Cosa ce ne viene in tasca, facendo questi giuochi d’illusione?”

– “Non lo so. È un trucco che non conosco. Io che esercito la professione di illusionista, mi presto ad esperimenti realizzati da un altro prestigiatore più importante di me… e così, via, via, via fino alla perfezione… Ecco il giuoco prodigioso dell’illusione! Guarda… li vedi quei canarini in gabbia? Appena mi vedono cominciano a cantare… Accostati. Li senti? Devi vedere come mi riconoscono! E forse, mi vogliono pure bene. Ma per forza! Li governo ogni mattina. Gli do la zolletta di zucchero, la foglia di insalata, l’osso di seppia, il mangime… non puoi capire quanto sono contenti di vedermi, non vedono l’ora che io arrivi!”

 – “Veramente? Quanto sono belli!”

– “Ogni tanto, io, sai che faccio? Metto la mano dentro la gabbia e me ne piglio uno che mi deve servire per un esperimento d’illusione. Lo metto in quest’altra gabbietta più piccola e lo presento al pubblico. Copro, il tutto, con un quadrato di stoffa nera, mi allontano di quattro passi e sparo un colpo di rivoltella. Poi, sollevo la stoffa nera e, il canarino, è sparito! Il pubblico rimane allibito credendo di trovarsi al cospetto di un grande Mago… ma, il canarino non sparisce! Muore. Muore schiacciato tra un fondo e un doppio fondo. Il colpo di rivoltella serve a mascherare il rumore che produce lo scatto della piccola gabbia truccata. Poi, naturalmente, devo riordinare. E sai che trovo? Una poltiglia di ossicini, sangue e piume. Li vedi questi canarini? Loro non sanno niente. Illusioni non se ne possono fare. Noi, invece, si. Ed è questo, il privilegio”. (La grande Magia – Eduardo de Filippo).

Cari Lettori, giusto per la particolare empatia che ci contraddistingue e il triste (e ormai lungo) momento che sta vivendo l’Umanità intera, ci ritroviamo, spesso, a riflettere sui fatti della vita e, sovente, ci domandiamo quale sia il motivo per cui, in un modo o nell’altro, siamo spinti a “plasmare” la realtà evidente delle cose, per adattarla alle proprie esigenze di breve, medio o lungo periodo…

Esigenze, già…

Amore, ricerca di attenzioni, voglia di essere stimati, paura di restare soli non sapendo più come impegnare il tempo, nell’attesa di morire.

Ma le vedi le strade? Anche soltanto le strade! Ce ne sono a migliaia! Ma dimmelo, come fate voi altri laggiù a sceglierne una? A scegliere una donna? Una casa? Una terra che sia la vostra? Un paesaggio da guardare? Un modo di morire? Tutto quel mondo addosso… che nemmeno sai dove finisce e quanto ce n’é… ma non avete paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell’enormità? A viverla? Io ci sono nato su questa nave e, vedi, anche qui il mondo passava. Ma non più di duemila persone per volta. E di desideri c’erano. Ma non più di quelli che ci potevano stare su una nave, tra una prua e una poppa. La Terra è una nave troppo grande per me, è una donna troppo bella, è un viaggio troppo lungo, è un profumo troppo forte, è una musica che non so suonare. Non scenderò dalla nave, al massimo posso scendere dalla mia vita!” (Tratto da: La leggenda del pianista sull’oceano”). 

Non è mai troppo, tentare di capire cos’è la paura, in maniera tale da riuscire a prendere le misure così da ridurre la preoccupazione di non saper gestire situazioni difficili quando ci troviamo di fronte ostacoli, imprevisti, complicazioni: in sostanza ogni qual volta decidiamo di “vivere sul serio”.

Non è la specie più intelligente a sopravvivere e nemmeno quella più forte. E’ quella più predisposta ai cambiamenti. (Charles Darwin)

Di fronte alla paura (cioè, praticamente, di fronte all’allarme che si genera quando incontriamo un pericolo reale o presunto) ci si può comportare in maniera differente a seconda di chi siamo, del momento, dell’ambiente e, ovviamente del tipo di pericolo. Come appare evidente, alla base c’è sempre una serie di valutazioni da portare avanti: si può reagire aggredendo l’elemento che può costituire il pericolo, fuggendo, riflettendoci meglio, aspettando che il pericolo passi. O costruendo un mondo virtuale, all’interno del quale, rifugiarsi.

Qualsiasi cambiamento determina l’attivazione di quelle parti di cervello che non sfruttano i meccanismi dell’abitudine ma si affidano alla creatività e al cammino sul filo teso sul vuoto e senza rete di protezione. E ogni volta che lasciamo il conosciuto e ci avventuriamo oltre le simboliche “Colonne d’Ercole”, dobbiamo sperare di poggiare su un terreno solido. O che qualcuno ci insegni a volare.

Già, qualcuno…

Ma dovremmo trovarci in un ambiente di gente sicura di sé, capace di trasfonderci tranquillità! E allora, piuttosto, la nostra forza dovrebbe scaturire da un “qualcosa” che ci spinge e che prende il nome di CRISI INTERIORE in grado di darci l’impressione di esserci smarriti ma…

…e qui comincia il distinguo.

A quale dei tre porcellini della fiaba di Jacobs Joseph somiglieremo? La nostra casa interiore, l’avremo costruita con la paglia, col legno o, piuttosto, con dei solidi mattoni? E, nel contempo, saremo in grado di dialogare col lupo che, crediamo, voglia mangiarci? O, piuttosto, i germi del “buio” albergano in noi?

Perchè vedete, cari lettori, in tal caso, sarà “quel” Lupo a tradirci aprendo, “da dentro”, la serratura della coscienza, esponendoci alla paura della crisi, vissuta come “la fine di tutto”.

Ed è allora che entra in gioco il bisogno delle illusioni, cioè, di quelle dispercezioni sensoriali causate dal modo in cui costringiamo il cervello ad organizzare ed intrepretare le informazioni che riceve per cui, appare vero, anche quello che, appunto, vero non è!

In alcuni momenti, ciascuno di noi utilizza la propria fantasia per immaginare sceneggiature all’interno delle quali ci vendichiamo di torti subiti, ci caliamo in panorami paradisiaci, incontriamo le persone a noi più care, fuggiamo da quello che temiamo di più…

Poi, però, chiudiamo la pagina di quel libro immaginario e ci riconnettiamo con la “solita” valle di lacrime…

Il problema nasce, quando si comincia a dar credito alle immagini “oniriche” considerandole contestualizzate nel tempo e nello spazio di tutti i giorni. Ecco, allora, che si assottiglia sempre più, quel sottile confine che separa il mondo dei cosiddetti normali, da quello della schizofrenia.

Se è vero che essere felici significa vedere il mondo come noi lo desideriamo, è altrettanto necessario conoscere i nostri limiti, accettarli come dono e non come una sconfitta. Perché, come sosteneva il giornalista Romano Battaglia, “le piante e i fiori sono come i nostri progetti: alcuni non si sviluppano, altri crescono quando meno ce lo aspettiamo.”

Cari Lettori, come nella migliore delle fiabe, esiste un posto (Florianopolis, a sud del Brasile)  la cui filosofia esistenziale si base su un semplice, fenomenale, concetto: “… GENTILEZZA, GENERA GENTILEZZA!”

Ecco, di fronte a simili realtà, non possiamo non provare grande compiacimento per chi contribuisce a coltivare una tale “bellezza” e una considerevole tristezza per chi, come noi, vive in ambienti dove, per poterti adattare devi (per forza di cose) immaginare strategie di sopravvivenza.

Il fatto è, purtroppo che, in simili contesti, anche quando vinci la tua dura battaglia hai, comunque, perso, perché ti sei misurato con chi ti ha costretto a deviare dal tuo giusto percorso.

Mai come in questo periodo storico, più di qualcuno ipotizza che, gran parte del nostro Pianeta sia, sul piano geopolitico, sottoposto al controllo di due forze contrapposte (non distribuite in maniera omogenea e uniforme): quella degli “oligarchi” (che auspicano un ritorno al feudalesimo e agiscono per la creazione di zone sociali composte da poveri sempre più poveri e ricchi sempre più ricchi) e quella dei “progressisti” illuminati (che attuano scelte in grado di portare ad una crescita democratica).

Ove mai fosse vero (e non sarebbe affatto strano, vista l’attuazione di politiche sempre più ansiogene tese a trasformarci in nuovi schiavi), entrambi i fronti, se vogliamo, sarebbero adusi a consideraci, tutti, pupazzi da videogioco.

Queste due forze contrapposte, infatti, sembrerebbero capaci di influenzare quegli eventi che, nei libri di Storia ci hanno spiegato aver avuto motivazioni alte e nobili: dallo scoppio di ogni guerra “importante”, all’ascesa di personaggi “di spessore” (presidenti americani, segretari del PCUS, Pontefici, scienziati. Etc.) colì giunti per volere, sempre, di qualcuno che finisce col diventare la marionetta di un puparo più in alto.

Ogni tanto ci domandiamo (pur da agnostici teleologici) se, per caso, Dio, non abbia bisogno di uno svago e, quindi, non ci metta alla prova, concedendoci l’illusione di scimmiottarlo attraverso la percezione di un’effimera onnipotenza!

Certo è che, di fronte a qualcosa che appare più grande di noi, alla stregua di un’onda gigantesca, alcuni si lanciano verso la sua base, nel tentativo di passare dall’altra parte, verso la vastità e la libertà dell’Oceano, altri attendono e, nell’attesa, rifiutando di ammettere ciò che osservano, immaginano un mondo diverso. Che finirà con loro!

Se voi aprirete la scatola con fede, rivedrete vostra moglie. Al contrario non la rivedrete mai più!”

Ma io ho fede. Mia moglie sta qui dentro. Io voglio crederci! Si era stabilito un gelo, fra me e lei. Io non parlavo. Lei nemmeno. Non le facevo più un complimento, una tenerezza. Non riuscivamo più ad essere sinceri, semplici. Non eravamo più amanti! Ma ora ho fede… E posso aprirla… Se apro la scatola, ti vedo, perché ho fede! E riavrò i capelli neri. Mi rivedrò giovane come un attimo fa, come all’inizio di questo esperimento! Apro. Ecco. Uno, due…”

“…e tre! Il giuoco è fatto!”

Marta!”
“L’esperimento è finito. Ecco tua moglie!”

” Parla, Marta, parla!”

Sono io!”

Marta!”
“Sì, eccomi!”

Pure tu hai sofferto! Il giuoco è stato inesorabile anche per te. Qualche capello bianco ce l’hai pure tu. Parla, dimmi qualche cosa!”

Che parlo? Che dico! Tu sai tutto. Perché dovrei sostenere questo giuoco umiliante per tutti e due? Sono passati quattro anni; quattro anni veri, autentici. E tu hai fatto i capelli bianchi perché gli anni invecchiano, distruggono, annientano! Tutto è successo per puntiglio, per incomprensione Per un senso di libertà. Nella mia vita c’è stato un altro uomo. E tu lo devi sapere, se vogliamo salvarci da questa illusione pazza”

Che hai fatto? Chi è questa donna? Che cosa ha detto? Io le parole sue non le capisco!

È tua moglie. Non è più un’illusione. Il giuoco è finito.

Quale?”
“Il giuoco iniziato da me un attimo fa nel giardino dell’albergo Metropole!”

Non è vero. Fu iniziato da me, lo dicesti tu. Io spinsi il giuoco fino al limite massimo. Io solo, allora, posso far riapparire mia moglie! La responsabilità è solamente mia. Ti sei tradito. Hai sbagliato proprio all’ultimo momento. Sei entrato un attimo prima che io aprissi la scatola. Peccato!”

Ma la scatola è vuota!”

Chi lo dice? Come puoi affermarlo? In questa scatola c’è la mia fede. Come puoi pretendere di vederla tu? Non conosco questa donna. Forse fa parte di un esperimento che non mi riguarda. Diglielo, che il suo mondo è legato a tanti altri, e che deve prestarsi, non può sottrarsi. Portala via, questa immagine mnemonica di moglie che torna. Due esperimenti in uno non li sopporterei”.

Ma io, veramente, ti ho portato tua moglie!”

Hai creduto di averlo fatto. Credi perfino di essere in casa mia: ma non è vero. È la successione continua delle tue immagini accumulate. Ora sono io che faccio rivivere in te le immagini mnemoniche. Lei, appare come una comune moglie adultera ma che, in realtà, non esiste e tu, come un meraviglioso giocoliere: ma sei un’immagine. Il giocoliere più importante sono io, ora! Continuiamo il giuoco, professore! Il tempo è in noi stessi, non gli facciamo i conti addosso, giorno per giorno, come dei bottegai… E sembrerà un secolo, ma poi ci accorgeremo che il giuoco è durato un attimo! Gennarino!”

Comandi!”
“Queste immagini devono sparire. Abbi l’illusione di aprire la porta d’ingresso. Credi fermamente di vederle uscire. Quando te ne sarai proprio convinto, richiudi: ma con fragore!”

Chiusa! Chiusa! Non guardarci dentro. Tienila con te ben chiusa, e cammina. Il terzo occhio ti accompagna… e forse troverai il tesoro ai piedi dell’arcobaleno, se la porterai con te ben chiusa, sempre!”

(La grande magia – Eduardo de Filippo)

Cari Lettori, probabilmente da che abbiamo cominciato a percepire la consapevolezza di esistere e di essere “diversi” da altre forme viventi, il problema dei problemi (per ciò che concerne la possibilità di una crescita evoluta e condivisa) è stato quello di capire in che cosa consista il progresso e che rapporto possa mai esserci tra progresso tecnico e crescita etica e morale.

Nonostante siano passati più di venti secoli siamo costretti a convenire con quanto scrive Lucrezio nel quinto libro del “De rerum natura”: “Allora gli uomini primitivi morivano per mancanza di cibo, adesso noi moriamo per eccesso di cibo. Quelli morivano avvelenati per ignoranza, adesso noi avveleniamo gli altri con ogni mezzo”.

Chiudiamo il gran libro e, sulla scorta di Ivano Dionigi (già rettore Alma Mater) riflettiamo sul presente. Quale è oggi il veleno nel quale siamo sommersi che falsifica tutto e tutto contamina?

“C’è grande povertà nel mondo: quella delle persone che non sono mai contente di nulla, quella di chi non sa né ridere né piangere, quella di coloro che non sanno dare nulla di sé agli altri. Poi c’è la povertà ancora più gelida: quella dovuta alla mancanza d’amore” (Romano battaglia)

Non ci sono dubbi: noi avveleniamo, noi stessi e il nostro prossimo, con notizie e informazioni non dissimili dai contenuti ascoltati da bambini e che ci rappresentavano mondi lontanissimi dall’essere veri. Fatti di Principi Azzurri o di Orchi Cattivi. Rappresentazioni di una sorta di “ideale dell’IO”, lontano dal vero e dal reale.

E, da adulti, diffidenti per modo di dire, ci affidiamo alle informazioni più improbabili e crediamo in esse senza soppesare la qualità della fonte. In breve tempo qualunque costrutto di fantasia diventa “virale” e per un tempo, sia pure effimero, costituisce un centro di gravità attrattivo….

Il confronto, a quel punto, è spesso frutto di genericità o superficialità.

Tutto ciò, ovviamente, non è vero dialogo, distrutto peraltro in ambito familiare da varie fonti disturbanti. E noi, invece, se vogliamo dare un senso all’esistenza in questo gran labirinto della vita dobbiamo riscoprire la bellezza del dialogo dal vivo tra un io e un tu. Che diventi, possibilmente un “NOI”.

Forse è opportuno, pian piano ripristinare il piacere di una sacra “oralità”, con tutta la sua suggestione e bellezza nella musicalità della voce. Ovviamente, quella “sincera”.

Per gli Antichi, le Sirene erano, per esempio, mostri orripilanti, per metà uccelli e per metà donne. Ma avevano qualcosa di irresistibile: la voce suadente e ammaliatrice.

Sovrano potentissimo, la parola è capace di compiere le imprese più divine. Essa sa convincere del vero e del giusto, ma può anche illudere ed ingannare.

Le parole possono essere banali, sfuggenti, inutili ma anche “pietre” quando, in un momento, modificano il nostro modo di vedere la vita.

É quanto ci propone Vittorio Lingiardi in “Diagnosi e destino”.  Tutti, prima o poi, riceviamo una diagnosi.

Un giorno arriva un esperto e con una parola ci dice qualcosa che modifica il corso della vita, in peggio o in meglio.

Il passato dell’anamnesi, il futuro della prognosi.

Ma, ogni persona, ha una sua specificità, una sua irripetibilità. Wislawa Szynborska (potessa polacca) ce lo spiega con un verso stupendo: “Siamo diversi come due gocce d’acqua; come i fiocchi di neve, gli uomini non sono mai perfettamente uguali”.

Cari Lettori, comunque vadano le cose, anche se si mettono in atto meccanismi di “difesa dell’IO” (come, ad esempio,  quello della negazione della realtà, quando si ha paura di affrontarla) è importante ricordare che, ogni Essere Umano, rappresenta un Astro Nascente

Oltre che bella, sul piano dell’immaginario poetico, l’affermazione sopra riportata costituisce il vero, fondamentale, assunto cui potersi ispirare nelle scelte della Vita. Infatti, dopo quello che gli Scienziati chiamano “Big Bang”, man mano che le enormi temperature (dovute all’esplosione del Buco nero da cui è nato l’intero Universo) hanno iniziato a diminuire si sono costituite le prime “Stelle”, cioè, sferoidi luminosi di Plasma (gas ionizzato) in grado di generare energia (grazie alla fusione nucleare) che viene irradiata sotto forma di radiazioni elettromagnetiche, particelle elementari (“vento stellare”) e neutrini.

Sostanzialmente, il resto dell’Universo è venuto da lì (con tutto quello che la Biologia ci spiega) e, noi, abbiamo mantenuto la stessa strutturazione atomica capace di generare enormi quantità di energia, sintonizzata con l’entità di partenza (la stella).

Ecco perché quando, inquieti e alla ricerca di qualcosa di più delle “semplici” abitudini quotidiane, ci scopriamo a desiderare di uscire dal “gregge” del già vissuto, veniamo a trovarci di fronte ad un bivio esistenziale: da una parte la strada, molto battuta, delle emulazioni compensative del sociale (che finisce per omologarci riducendo la necessità dell’introspezione); dall’altra, l’ispirazione di quello che viene dalle Leggi di Natura che possiamo ritrovare fermandoci un attimo a sentire le emozioni che si provano a guardare il cielo stellato (infatti “desiderio” viene dal Latino “siderare”, guardare le stelle).

Se è vero che, in noi, c’è il bambino che cerca rassicurazioni e che vuole sentirsi dire che tutto andrà bene, è un dato di fatto che, nell’Ipotalamo dovremmo avere ciò che serve per geolocalizzarci con quanto c’è di vero, logico e reale.

Il 27 febbraio 2020 (prima che fossimo travolti dalla pandemia mediale e virale di SARS CV 2) molti di noi (anche esperti fisici e ingegneri) ha voluto credere alla falsa notizia che (solo quel giorno) le scope sarebbero state in grado di reggersi da sole, per via di un particolare fenomeno gravitazionale che si ripete ogni 3500 anni.

Una ragazza di nome Mariarita, con pazienza e tenerezza, il giorno dopo ci ha inviato una foto che mostrava quello che non avevamo mai voluto vedere: la scopa, è in grado di reggersi da sola, sempre.

Cari Lettori ci siamo soffermati a lungo sulla particolare immagine di copertina e, pur restando coi piedi per terra, abbiamo immaginato una persona senza età che, guardano la grande magia che ha di fronte a sè, dialoga, intimamente, con ciò che ha di più caro riscaldando il suo cuore e esprimendo una bellezza al di là del tempo, del bene e del male. Il sottofondo musicale che smuove le nostre emozioni non poteva essere, a questo punto, che “IO che amo solo te” composta nel 1962 da Sergio Endrigo e mirabilmente interpretata da Chiara Civello e Chico Buarque

Quindi, in marcia, cara Umanità: la Vera Grande Magia consiste nello scoprire che, in noi, esiste il veleno ma, anche l’antidoto e che, soprattutto, come ha avuto modo di ricordarci un parroco (don Fabio Pieroni), non ci verrà chiesto: “perché non abbiamo emulato Mosè o Papa Francesco quanto, piuttosto, ci verrà domandato: “Ma perché non sei stato te stesso?”

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

Un ringraziamento affettuoso ad Amedeo Occhiuto, per avere suggerito molti degli interessanti aforismi inseriti nell’articolo.

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