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Tutta quella città: non si riusciva a vederne la fine. La fine!

Per cortesia, si potrebbe vedere la fine?

Era tutto molto bello su quella scaletta e io ero grande con quel bel cappotto. Facevo il mio figurone e non avevo dubbi che sarei sceso, non c’era problema. Non è quello che vidi che mi fermò, Max, è quello che non vidi.

Puoi capirlo?

Quello che non vidi! In tutta quella sterminata città c’era tutto, tranne la fine. C’era tutto. Ma non c’era una fine!

Quello che non vidi è dove finiva tutto quello. La fine del mondo.

Tu pensa a un pianoforte: i tasti iniziano, i tasti finiscono. Tu lo sai che sono ottantotto e su questo nessuno può fregarti! Non sono infiniti loro… tu, sei infinito e, dentro quegli ottantotto tasti, la musica che puoi fare è infinita!

Questo a me piace! In questo posso vivere! Tu mi inviti ad uscire da questa nave su cui sono nato e da cui non sono mai sceso, se io salgo su quella scaletta e davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti, milioni e miliardi di tasti che non finiscono mai (e questa è la verità) io, poi, che faccio? Ma se quella tastiera è infinita, allora, su quella tastiera non c’è musica che puoi suonare e sei seduto sul seggiolino sbagliato. 

Quello è il pianoforte su cui suona Dio.

Cristo! Ma le vedi le strade? Anche soltanto le strade! Ce ne sono a migliaia! Ma dimmelo, come fata voi altri laggiù a sceglierne una? A scegliere una donna? Una casa? Una terra che sia la vostra? Un paesaggio da guardare? Un modo di morire?

Tutto quel mondo addosso… che nemmeno sai dove finisce e quanto ce n’é… ma non avete paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell’enormità? A viverla?

Io ci sono nato su questa nave e, vedi, anche qui il mondo passava. Ma non più di duemila persone per volta.

E di desideri c’erano. Ma non più di quelli che ci potevano stare su una nave, tra una prua e una poppa. Suonavi la tua felicità su una tastiera che non era infinita. Io ho imparato a vivere in questo modo. 

La terra è una nave troppo grande per me, è una donna troppo bella, è un viaggio troppo lungo, è un profumo troppo forte, è una musica che non so suonare. Non scenderò dalla nave, al massimo posso scendere dalla mia vita, in fin dei conti è come se non fossi mai nato. Sei tu l’eccezione Max, solo tu sai che sono qui. E sei una minoranza e non ti resta che adeguarti. Perdonami, amico mio, ma io non scenderò!

La leggenda del pianista sull’oceano è un film del 1998 diretto da Giuseppe Tornatore, tratto dal monologo, “Novecento”, di Alessandro Baricco..

Danny Boodman, un macchinista nero del transatlantico Virginian , trova un neonato abbandonato in una cassetta di limoni nella prima classe della nave. Lo chiamerà come lui ( Danny Boodman), aggiungendovi la dicitura presente sulla cassetta in cui lo ha trovato (“T.D. Lemon”) ed il secolo dell’anno in cui ha trovato il bambino (nel gennaio del 1900): Danny Boodman T.D. Lemon Novecento.

Questo bimbo vive i primissimi anni della sua infanzia nella sala macchine del piroscafo, salvo poi uscirne conoscendo e conquistandosi la simpatia dei restanti membri dell’equipaggio. In seguito alla morte accidentale del padre adottivo, dovuta ad un incidente causato dai grossi lavori nella sala macchine (una carrucola impazzita lo colpisce alle spalle), il fanciullo riesce a sottrarsi ai poliziotti che, dietro ordine del capitano Smith, dovevano prelevarlo e consegnarlo presso un orfanotrofio; scompare per giorni interi, ma infine, con somma sorpresa di tutti, si fa ritrovare una notte in prima classe mentre suona il pianoforte con eccezionale bravura.

Col passare degli anni diventa il pianista della nave, suonando per i passeggeri durante le serate e per conto proprio, in terza classe, con un altro pianoforte. Molti anni dopo, senza essere nel frattempo mai sceso dal transatlantico, conosce Max Tooney, un trombettista con il quale suonerà per molti anni e stringerà una solida amicizia.

La notizia della sua bravura come improvvisatore ed esecutore si diffonde, al punto da condurre da lui un altro pianista, il famoso Ferdinand Morton, che lo sfiderà in un duello all’ultima nota. Nonostante l’apparente superiorità di questo nell’esecuzione di brani al pianoforte come “The Crave”, risulta infine evidente l’abilità di Novecento, che si aggiudica la vittoria del duello eseguendo un exploit della famosa melodia eseguita a più mani “Enduring Movement”. Jelly Roll Morton rimarrà chiuso nella sua stanza per tutta la durata del viaggio e scenderà al primo scalo.

Novecento non cede alle ripetute esortazioni dell’amico a scendere dalla nave ed andare incontro alla fama ed al successo: un impresario aveva anche approntato una sala di registrazione sulla nave per incidere la sua musica, arrivando a generare una lacca che, lo stesso Novecento, poi distrugge opponendosi con tenacia all’idea di immortalare la musica su un disco, gesto dettato anche da una delusione amorosa nei confronti di una passeggera, alla quale aveva tentato invano di regalare la copia unica.

Arriva anche il giorno in cui è sul punto di sbarcare ma, fermatosi sul pontile con valigia e soprabito (con l’intero equipaggio pronto a seguire l’evento), dopo avere guardato il paesaggio cambia idea e torna sui suoi passi.

Resta così a bordo anche quando Max lo lascia, all’alba della Seconda Guerra Mondiale, per andare a cercare fortuna altrove. Diversi anni dopo, quando il transatlantico è in disarmo e ormai prossimo a essere affondato con una esplosione, Max vi ritrova l’amico, nel rudere di quel mostro che era, ormai, divenuta, l’imbarcazione.

Dopo un ultimo tentativo per convincerlo a scendere, Max capisce che Novecento è intenzionato a morire insieme alla sua nave”. (Fonte Wikipedia)

Cari Lettori, l’incipit di questo Editoriale è possibile che stimoli, in noi, la consapevolizzazione delle tante storture (vessazioni, ingiustizie, etc.) cui siamo sottoposti, determinando la voglia di ribellarci.

Ma, chissà perchè, dopo l’impeto iniziale, è estremamente probabile che ci accompagni una strana sensazione di svilimento che nasconde, a mala pena, uno scenario di paura e angoscia interiore… come a preconizzare quello che, prima o poi, piomberà come “una notte senza luna”.

Non è mai troppo tardi, per tentare di capire cosa sia la paura.

Forse, è arrivato il momento di capirne di più di come riuscire a vivere in maniera normale, da esseri umani, con la fronte alta e con lo sguardo fisso verso tutto quello che ci può venire incontro, non tanto per mostrare di essere sprezzanti di fronte al pericolo quanto, piuttosto, per acquisire tutte le competenze necessarie a capire in che modo elaborare la strategia più adeguata per la circostanza che si determina: in pratica, per essere adeguati al momento, al contesto, al bisogno.

Paura. Praticamente, un allarme ogni qual volta riteniamo di trovarci di fronte a qualcosa che possa costituire un pericolo. O che possa diventarlo. A queste condizioni, quando ci rendiamo conto di cosa effettivamente sia l’elemento problematico, allora stabiliamo cosa fare… a condizione di rimanere sufficientemente lucidi da riuscire a gestire le nostre capacità nella maggiore tranquillità possibile.

Ma, per intanto, quale motivazione può esserci per aver determinato, nel personaggio di Baricco, il rifiuto di abbandonare la nave?

Anche senza ricorrere a Padre Freud e ai vari “Zii” della psicoanalisi, ci appare chiaro che, Danny Boodman T.D. Lemon Novecento vede nel transatlantico Virginian, quelle braccia di una madre da cui non è riuscito ad emanciparsi, forse anche per la prematura scomparsa del padre adottivo (il macchinista Danny Boodman).

La più primitiva tra le emozioni, “la paura”, nasconde la più cercata delle sensazioni, la “libertà” (Cit.)

Il bellissimo monologo nel quale spiega il perché non riuscì a percorrere tutti i gradini della scaletta che lo avrebbe condotto verso la libertà, ci riporta alla capacità di “contenimento” materno, che si esplica durante tutto il periodo intrauterino, con i primi abbracci e attraverso il magico momento dell’allattamento.

Allontanarsi dalla propria madre, senza avere introiettato quello che serve per sentirsi solidi e sicuri “deve” produrre paura come necessario meccanismo di difesa che serve a proteggere gli individui e, in ultima analisi, la specie.

A tal proposito, non possiamo non ricordare un pensiero di Elio Vittorini: “La nostra paura del peggio è più forte del nostro desiderio del meglio”.

Ma, come ci spiegano gli esperti, la psiche esiste per consentirci di aprirci al mondo, relazionarci con esso e ritornare in noi stessi a cercare, nelle pieghe del nostro DNA le pagine di quella storia che deve essere ancora scritta…

Con la consapevolezza del nostro essere precari, quindi, dobbiamo andare avanti sapendo che il percorso non potrà replicare qualcosa del passato ma, semmai, porterà sempre qualcosa di nuovo e irripetibile.

” Non esiste il sentiero”, ha cantato il grande poeta Antonio Machado,  “il sentiero si fa camminando. Camminando si fa il sentiero e girando indietro lo sguardo si vede il sentiero che mai più si tornerà a calpestare”.

Bisognerà, quindi, attrezzarsi delle cose che servono per vivere con tranquillo coraggio.

Ad esempio, continuando il pensiero di Machado, chi va per mare dovrà lasciare le cose che, nella specifica situazione, non servono: in particolar modo, la “paura” del naufragio.

La paura, però,  non è solo negatività ma, al contrario, può divenire di aiuto per i nostri bilanci esistenziali.

A tal proposito, c’è una bellissima poesia di Vittorio Sereni, intitolata “Paura seconda”…

“Niente ha di spavento, la voce che chiama me, proprio me dalla strada sotto casa, in un’ora di notte: è un breve risveglio di vento, una pioggia fuggiasca. Nel dire il mio nome, non enumera i miei torti, non  mi rinfaccia il passato. Con dolcezza (Vittorio /Vittorio) mi disarma, arma contro me stesso… me”.

Esistono paure innate?

In maniera “innata” esiste la capacità di preoccuparci di fronte ai pericoli. Se le cose andassero diversamente, probabilmente non riusciremmo a sopravvivere. Tutto il resto, lo impariamo.

Più paure si “risolvono”, più si diventa forti?

In linea di massima, si. L’importante è fare in modo che l’esperienza ci aiuti a diventare più maturi e giudiziosi. Altrimenti, finiremo col logorarci come dei reduci di guerra.

La Società attuale, ci aiuta o aumenta il problema?

Io non so se il tempo presente ci abbia donato grandi benefici… di sicuro ha inventato un sacco di paure (Vittorino Andreoli).

Più si procede sul piano anagrafico, più dobbiamo fare i conti con le novità (tecnologie in testa) che ci costringono ad ammettere la nostra inadeguatezza. Inoltre, i problemi legati al mondo del lavoro, ritardano l’autonomia dei figli, aumentandone l’insicurezza. E l’ansia.

E poi ci sono le ferite che non guariscono, quelle che non guariranno mai. Sono le ferite che difendono la dignità. Vanno tenute in vita. Non si accettano inviti a dimenticarle, a placarle, ad addomesticarle. Non si può preferire il benessere alla verità. E ci verrà offerto molte, molte volte, dalle più diverse persone. Ci diranno che le ferite restano perché non si perdona, e sapremo che perdono significa oblio. Ci diranno che soffriamo perché non lasciamo andare, e sapremo che si tratta del complotto per salvare la faccia ai violenti, per coprire il male, per zuccherarlo, e vivere nella menzogna.” (Chandra Candiani, Questo immenso non sapere, Vele, Giulio Einaudi Editore)

E a questo punto, torna in mente la riflessione in base alla quale noi “non preghiamo solo perchè ci passi la lebbra o perchè torni un perduto amore. Preghiamo, sostanzialmente, per essere ascoltati”.

Proviamo ad immaginare cosa avrebbero potuto suggerirci un grande pensatore del passato come Bertrand Russel…

Probabilmente avrebbe puntato l’attenzione sull’importanza di una corretta educazione capace di mirare alla libertà della mente dei giovani e non al suo imprigionamento in una rigida armatura di dogmi destinati, paradossalmente, a proteggerla.

Perché, in fin dei conti, dobbiamo vedere il mondo nella sua giusta luce, coi suoi pregi e si suoi difetti.

“Non dobbiamo temerlo ma, semmai, conquistarlo con l’intelligenza, senza diventarne schiavi.”

Massimo Recalcati ci ricorda che “noi tutti siamo fatti di parole, siamo fatti di linguaggio, ma siamo fatti delle parole e del linguaggio dell’Altro, di come i nostri genitori ci hanno non solo chiamati ma, anche, offesi, feriti, ustionati; parimenti, ci hanno amati, ci hanno deliziati, ci hanno resi insostituibili. Noi siamo fabbricati, il nostro corpo, il nostro essere, la nostra anima sono fabbricati dalla parola dell’Altro…”
Cari Lettori, a nostro modo di vedere, la parola più bella che dovremmo tenere come bussola del nostro vivere e agire, é “Sorella Solidarietà”.

Si chiedeva, qualche anno fa, Stefano Rodotà se e quanto, la solidarietà potesse sopravvivere nel tempo dell’individualizzazione crescente, della globalizzazione, della “morte del prossimo”…

Lo scrittore Luigi Zaia, nel suo stupendo “La morte del prossimo”, spiega che, con la parabola del Buon Samaritano, Cristo propose un salto morale rivoluzionario. Al tempo stesso, impose un ideale elevatissimo, sentito dai circostanti come poco realizzabile e, in buona parte, antipsicologico: amare lo straniero.

Di conseguenza, diviene quasi istintivo pensare che, questo compito impossibile, questo scandalo, sia stato un fattore non secondario dell’isolamento, abbandono e morte del Cristo stesso.

È una nostalgia cattiva quella per le vite che non hai vissuto. È colpa dei sogni che s’infrangono. Dove? Quando? Perché? … questi sono i sogni più insidiosi. Qualcuno, più fortunato o anche solo meno pigro, dipende, l’insegue, oppure se li lascia alle spalle.

Inseguire i sogni è rischioso, e poi più che correre occorre sudare. Non sempre ne vale la pena…  più sensato è capire che di sogni si tratta, appunto, e prendere le giuste precauzioni, ossia dedicarsi ad altro. Ma anche per questo occorre fatica. Il sogno è come un cespuglio, ci si può nascondere dietro e dormire…Altri meno fortunati, o forse solo più pigri, questi sogni li inseguono fino a schiantarsi… Ma imparare a riconoscere i sogni e svegliarsi al mattino e lasciarli colare con l’acqua della doccia non è un dono del cielo…

c’è un punto, nella vita, in cui s’infrangono i sogni? O di colpo si avverano? Un punto preciso, circoscrivibile, un momento in cui questo succede e che possiamo raccontare? Esiste o no qualcosa, una situazione, un episodio, per cui di colpo ci rendiamo conto di non essere all’altezza delle nostre aspettative? O in cui ci accorgiamo che la è la vita che ci sta intorno a non essere all’altezza delle nostre aspettative?” ( Maria Perosino, Le scelte che non hai fatto)

Cari Lettori, in conclusione di questa “passeggiata insieme, siamo andati convincendoci del fatto che non ci può essere rinascita senza una notte oscura dell’anima, che, forse, i nostri sogni non si infrangono e, forse, nemmeno si avverano: semplicemente, si realizzano un po’ alla volta, smettendo di essere “sogni” per diventare “progetti concreti”. L’importante è, come sempre, donare il nostro Amore in ogni nostra azione

“A chi trova se stesso nel proprio coraggio, a chi nasce ogni giorno e comincia il suo viaggio, a chi lotta da sempre e sopporta il dolore.. Qui nessuno è diverso perché nessuno è migliore (F.Mannoia)

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

Un ringraziamento affettuoso ad Amedeo Occhiuto, per avere suggerito molti degli interessanti aforismi inseriti nell’articolo.

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