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Volodymir Zelensky, ucraino, resiste eroicamente all’aggressore Vladimir Putin, russo. Nell’atto di nascita di Zelensky, russofono, il nome è indicato come Vladimir, ossia alla russa. Quindi i due capi di stato hanno lo stesso nome: Vladimir; anche se Zelensky scrive ormai il suo nome “Volodymir” all’ucraina.  

La stessa capitale ucraina è “Kiev” per gli uni e “Kyiv” per gli altri. “Vittoria!” annunciava tempo fa la rivista Business Ukrainian  “L’agenzia di Stato francese AFP adotta  ‘Kyiv’[al posto di Kiev] per la capitale ucraina.” Dal C. della S.: “E come quello della capitale, in questi anni di indipendenza e soprattutto di contrapposizione con Mosca, gli ucraini hanno cambiato il modo di scrivere anche tutti i loro nomi, adeguandoli alla pronuncia nella loro lingua.”  

Nel conflitto tra la Russia e l’Ucraina anche l’arma linguistica ha un ruolo. Ciò farà ridere molti in Italia, dove ci si gargarizza con parole americane e in cui persino certe leggi recano un titolo inglese.  Diciamolo: gli italiani difettano, in genere, della sensibilità e della determinazione che l’appartenenza, l’identificazione con un passato, con un destino nazionale, e l’amore per la lingua nazionale danno invece ad altri popoli.   

Io non beatifico di certo gli eccessi del nazionalismo, di cui l’attuale conflitto è un triste esempio, ma condanno il suo contrario, cioè lo spirito da camerieri e da lustrascarpe che dimostrano gli amanti della lingua del vincitore. Basti dire che le località della Venezia-Giulia e Dalmazia, per secoli identificate col toponimo italiano su documenti, carte geografiche, libri, dei paesi più diversi, sono chiamate oggi in Italia col nome slavo: Rijeka (Fiume), Pula (Pola), Pazin (Pisino), Buzet (Pinguente), Dubrovnik (Ragusa)…  

L’ambasciatore Sergio Romano conosce a fondo le sensibilità del mondo russo: “È stato un serio errore lasciare che l’Ucraina fosse candidata all’ingresso della Nato per un periodo molto lungo. Un errore commesso da troppi Paesi”. Eppure, per questo stesso Sergio Romano, il chiamare “Fiume” invece che “Rijeka” la nostra Fiume, città divenuta oggi croata, è un errore commesso da noi, originari di quelle terre; ammalati, a suo dire, di “revanscismo”. 

La normale logica vorrebbe che venisse spontaneo il ricorso al termine italiano per identificare località dell’ex Jugoslavia che sono note attraverso i secoli con il nome italiano; e della cui impronta italiana noi esuli, abitanti autoctoni di quelle terre, siamo la testimonianza vivente. “È pratico e utile chiamare queste città con il loro vecchio nome nelle guide turistiche e nelle carte geografiche di viaggiatori contemporanei?” si chiede invece retoricamente sul “C. della S.”  Sergio Romano.  

A questo ex ambasciatore, che non porta pena e che non accetta le nostre pene, dà fastidio che chi è nato a Fiume, a Pola o a Parenzo si risenta del fatto, e addirittura osi dirlo anche se molto civilmente, che in Italia si ricorra al termine slavo per identificare quelle località, già nostre. Chi si ostina a usare il toponimo italiano è un “revanscista”, ribadisce tranquillamente ai lettori del “Corriere” Sergio Romano. 

Ma che strani estremisti, revanscisti, rivendicatori siamo noi, originari di quelle terre… Noi che neppure dopo una sbornia ci sogneremmo di nutrire sogni di riconquista, ma che torniamo, sì, ogni tanto, questo è vero, sulla questione dei nomi. Ma forse, secondo Romano, noi “revanscisti” non dovremmo neppure troppo lamentarci, visto che Trieste non è ancora indicata “Trst” sulle nostre carte geografiche. Non ancora. Ma anche quando ciò avverrà, se avverrà, non credo che il nostro Romano e i tanti nostri romani dal sano realismo si lamenteranno per quella che vedranno come la semplice abolizione di un altro toponimo italiano di confine.

Claudio Antonelli – Giornalista, Scrittore (Montréal) 

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