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La notte in cui sei nato, ho smesso di essere il figlio di mio padre e sono diventato il padre di mio figlio. E, quella notte, è iniziata una nuova vita (Henry Gregor Felson)

In prossimità del giorno in cui si ricorda il padre di Gesù (che, anche per chi non crede, rappresenta un simbolo di trasformazione e rinascita), diviene naturale riflettere sulla figura del Padre che, dicono, sia l’unico in grado di continuare a guardarci negli occhi a prescindere da quanto siamo diventati grandi.

“Credo che ciò che diventiamo, dipende da quello che i nostri padri ci insegnano in momenti strani, quando in realtà non stanno cercando di dirci nulla. Noi siamo formati da questi piccoli frammenti di saggezza”. (Umberto Eco)

Strana “funzione”, quella del Padre…

Nell’antica Roma (quella Repubblicana), nella famiglia era riconosciuto un unico ruolo: quello del “pater familias”; di fatto, il “capo” della casa con, addirittura, il diritto di decidere se accogliere il proprio figlio, abbandonarlo in mezzo a una strada o venderlo come schiavo.

Eppure, come ci ricorda Massimo Recalcati, “Padre” non è lo spermatozoo, non è il genitore biologico della progenie. È, semmai, un indispensabile “adottante” psicologico che, con una sorta di gesto simbolico di riconoscimento, trasmette al figlio il senso di protezione mediante un principio di responsabilità “illimitata”

L’etimologia della parola “Padre” è strettamente connessa a quella di “pane” (che, di suo, deriva dal Sanscrito e significa “bere” e “nutrire”, probabilmente perché il nostro primo alimento è il latte materno) identificando il concetto di protezione e nutrizione.

Il padre è, quindi, colui che si assume il compito di provvedere alla sopravvivenza della famiglia

Quindi, Il dono della paternità, consiste in una responsabilità illimitata, senza diritto di proprietà sul figlio. Principio espresso fin dalla Roma Imperiale che introdusse leggi e principi, grazie ai quali i rapporti tra padri e figli iniziarono ad essere maggiormente improntati su una relazione di affetto e di cura.

Eredità di affetti (Da “La gatta sul tetto che scotta”)

“Ci conosciamo da sempre e siamo degli estranei. Possiedi più di ventimila ettari di terreno, possiedi dieci milioni di dollari, una moglie, due figlioli. Tu ci possiedi ma non ci ami!”

– “A modo mio credo…”

– “Nossignore, tu non ami il tuo prossimo. Hai voluto nipoti da Ghuper e ne vorresti da me! Perché?”

– “Perché parte di me continui a vivere e non finisca tutto con una lapide. Guarda! Questo ha lasciato a me mio padre! Una vecchia valigia e dentro non c’era niente, solo la sua straccia divisa della guerra ispano-americana. Solo questo lasciò a me! Nient’altro! Ho creato tutto io qui, dal niente”!

– “Solo quello ti lasciò? “

Si, era un vagabondo! Un abbonato dei carri bestiame, Oh, lavorava ogni tanto come bracciante e io gli andavo dietro. Stavo seduto per terra e aspettavo che staccasse. I miei ricordi di quei giorni sono fame e vergogna, vergogna di quel miserabile vagabondo. A nove anni dormivo sulla paglia io, questo a te non è toccato! Non dovrai seppellirmi come ho dovuto fare io con lui. Gli scavi la fossa vicino alle rotaie della ferrovia, correvamo appresso ad un treno merci e gli venne un colpo. Vuoi saperlo? Quel vagabondo morì ridendo”

– “Di che rideva?”

– “Di se stesso forse. Un vagabondo senza un soldo in tasca, senza avvenire ne’ passato.”

– “Forse rideva solo perché era felice. Felice di aver vicino te. Ti portava sempre con se, non ti lasciava mai.”

– “Ne abbiamo parlato abbastanza. Si, lo amavo. Non mai voluto bene a nessuno quanto a quel vecchio vagabondo.”

– “E dici che non ti lasciò altro che una valigia con dentro una vecchia divisa della guerra ispano-americana.”

– “Anche dei ricordi.”

– “E amore.”

Cari Lettori, quello col proprio padre è un rapporto veramente controverso perché, se ci pensiamo bene, sin dall’inizio della nostra vita, rappresenta una specie di intruso in quel legame che avevamo costruito con nostra madre. Eppure, nel tempo, impariamo a riconoscere in lui quel fulcro in grado di averci donato una solidità che non immaginavamo nemmeno.

Forse è per questo che Padre deriva anche da “Pati” che, in Latino, è l’infinito presente del verbo “Patior” il quale ha, come significato: tollerare e sopportare ma, anche, ammettere, consentire e permettere.

Nato da Laio (re di Tebe) e da Giocasta, Edipo entra nella Mitologia Greca come colui che viene abbandonato dal padre sul monte Citerone, con le caviglie trafitte (da cui il nome Edipo: “dai piedi gonfi”), per scongiurare l’avverarsi della profezia dell’oracolo di Delfi secondo cui, questo figlio, lo avrebbe ucciso e avrebbe sposato sua moglie (quindi, la propria madre). Cosa che, sempre secondo la Mitologia Greca, puntualmente si verifica.

Da qui, nasce il “Complesso di Edìpo” che ha guidato uno dei principi fondanti della psicoanalisi,

A suo tempo, infatti, Sigmund Freud, descriveva il “Padre” come simbolo di una Legge non scritta, che è a fondamento di tutti gli aspetti della vita comunitaria, dal momento che cerca di frenare e regolamentare la spinta pulsionale degli individui verso la ricerca di un piacere “senza limiti”: L’Es, alimentato dalla sua Libido.

Prendendo spunto da quanto spiegato da Paul Claude Racamier nel suo “il genio delle origini”, appena uscito dai cambiamenti della nascita, il neonato entra, con la madre, in una intensa relazione di mutua seduzione che serve (almeno all’inizio) a mantenere un accordo perfetto nel quale, insieme (madre e bambino), è come se si calassero nelle acque “amniotiche” di una lago senza increspature.

Tutto ciò mira ad escludere (o a ridurre fortemente) le tensioni che provengono dal mondo interno e le stimolazioni che arrivano dall’esterno, capaci di intorbidire questo rapporto idilliaco (serenità narcisistica ideale) che non cerca e non vuole differenziazioni (foriere di separazioni), che crea una simbiosi fra i due (mamma e bambino) e che produce una ammirazione reciproca con origini indecidibili.

Per evitare l’instaurarsi di uno sfrenato narcisismo che, dall’adolescenza in avanti, potrà avere derive psicotiche, diventa necessario, grazie alla presenza della funzione paterna, l’attraversamento e il superamento di questo complesso di Edìpo.

Solo in questo modo, infatti, il figlio si vede assicurata la possibilità di sganciarsi dalla palude indifferenziata del godimento e di avventurarsi verso la ricerca di una maggiore autonomia “grazie” all’intervento dei due “pungiglioni della psiche”: l’angoscia della “crescita” e il lutto delle origini (che costituisce la traccia ardua, viva e durevole di ciò che si accetta di perdere come prezzo di ogni scoperta)

In ognuno di noi, c’è un altro che non conosciamo.  (Carl Gustav Jung)

A proposito di Padre (e di frustrazioni costruttive), la Psicoanalisi ha celebrato questo “ruolo” (o, per meglio dire, “funzione” che, in quanto tale è priva di connotazione di “genere” ma è fondamentale e complementare a quella materna) attraverso il meccanismo Edipico, ben sintetizzato dai “tre tempi” di Jacques Lacan.

Il primo tempo, della confusione simbiotica fra Madre e Bambino, con la prima che tende (simbolicamente) a voler riportare dentro di se’ il figlio e, quest’ultimo che la vorrebbe (altrettanto simbolicamente) “vampirizzare”…

Il secondo tempo, dell’apparizione traumatica e “interdittiva” della parola del Padre, che (simbolicamente) “risveglia” la diade madre – bambino dal “sonno incestuoso” con due “moniti” ben chiari: uno rivolto alla Madre (“Non puoi divorare il tuo frutto!”) e uno rivolto al figlio (“Non puoi tornare da dove sei venuto!”) che non mortificano tale relazione ma la liberano da perversioni incestuose…

Il terzo tempo, della “donazione” paterna, che si pone a cavallo fra il “Desiderio” e la “Legge” rendendo possibile, nel figlio, la reazione di binari di regole non imposte ma capite e accettate ed che viene resa possibile dalla validazione materna, che ne riconosce implicitamente l’autorevolezza.

Ricorda che non ti insegnerò nulla che non sai dentro, ti farò solo ricordare …! (Tony, Navigatore dell’Universo – dal film Gattaca)

“Veramente sano è colui che si permette un gioco abbastanza elastico della ricerca del piacere e del senso di responsabilità, sia sul piano personale che su quello sociale” (Jean Bergeret)

Quindi, sostanzialmente è come se venisse negato un proposito “insano” (secondo il modello Edipico), del figlio, “facilitandone l’autonomia dalla madre e favorendo lo sviluppo di una personalità autonoma.

All’interno del suo modello di pensiero, Massimo Recalcati descrive due modi di essere “PADRE” che, simbolicamente, vengono incarnati nella figura Omerica di Ettore (come funzione di guida “etica”) e il padre di Freud descritto (da Sigmund stesso) come piccolo borghese indebolito e umiliato: sostanzialmente (per dirlo alla Freud) “Castrato” (senza coraggio) o, per essere più moderni, “forcluso” (cioè, messo da parte).

In realtà, come spiegano i grandi autori psicodinamici, entrambe queste caratteristiche sono presenti, nel Padre, in maniera ambivalente. Allo stesso modo, in ogni relazione d’amore, coesistono la possibilità di evolvere in maniera adulta o languire in una prigione di infantilismo emotivo.

“Non importa chi fosse mio padre; importa ciò che mi ricordo che fosse” (Anne Sexton)

Cari Lettori, in questa età “ipermoderna”, liquida e borderline, è ancora valida la necessità della risoluzione dell’Edìpo Freudiano?

Perché, il nostro tempo è lacerato, tra l’altro, da tensioni scarsamente conciliabili:  da un lato l’insofferenza di ogni imposizione e, dall’altro, l’assoluta (ma ben celata) esigenza di guida e contenimento dei propri istinti e l’invocazione di un senso per la propria vita attraverso un lavoro nobilitante e l’abbraccio di un mondo d’Amore che riporti al Paradiso dei tempi intrauterini.

L’ipotesi proposta da Massimo Recalcati è quella di un “Telemaco” (figlio di Ulisse) che, simbolicamente, attende il padre affinché imponga il rispetto della Legge nell’isola dove i Proci usano i beni di Ulisse abbandonandosi a orge e bagordi.

Quindi, un figlio che non vuole il posto (e gli errori) del Padre ma “solo” che lo attende, affinché riporti la Legge nella sua casa.

Nel bellissimo romanzo “La strada” di Cormac McCarthy, dopo una apocalisse nucleare restano solo un padre e un figlio, in un mondo freddo, buio, inospitale, abitato da disperati e predoni.

Non c’è storia e non c’è futuro.

Mentre si dirigono a Sud per cercare calore, il padre racconta la propria vita al figlio perché il passato rivissuto alimenti un minimo di speranza. Tutti i “beni” sono in un carrello che trascinano con loro.  Il padre difende e protegge il figlio dai predoni e il viaggio diventa metafora di ricerca: lo stare insieme ha prodotto una fortissima unione, fra i due.

Alla stessa stregua, le nuove generazioni, inconsapevolmente  attendono il ritorno di questo padre, per riconquistare il proprio avvenire e la propria eredità.

“Mio padre non mi ha detto come vivere; ha vissuto e mi ha fatto osservare come lo faceva.” (Clarence Budington Kelland)

Come scrisse lo storico Braudel ” …la storia non è altro che un costante interrogativo sui tempi passati in nome dei problemi e della curiosità – nonché delle inquietudini e delle angosce – del tempo presente che ci circonda e ci assedia…”.

Infatti, nel mondo della Psicoanalisi, che cos’è il ruolo del padre se non un interrogativo e una scoperta costante che ogni paziente fa, in se stesso, per mesi o per anni?

E, in fondo in fondo, ognuno di noi (a prescindere dalla propria età o dal proprio stato civile) non sente la mancanza di questo genitore, in quanto autorità repressiva, dogma indiscutibile o eroe invincibile, bensì solo come “padre radicalmente umanizzato, vulnerabile, incapace di dire qual è il senso ultimo della vita ma capace di mostrare, attraverso la testimonianza della propria vita, che la vita può avere un senso” (Massimo Recalcati . Il Complesso di Telemaco)

Cari Lettori, abbiamo pensato che non ci fosse modo migliore di concludere questo particolare editoriale ricordando una intensa pellicola cinematografica: “Caro Papà”

Film del 1979, diretto da Dino Risi e intrepretato da Vittorio Gassman che, proprio per questo ruolo, ha vinto il David di Donatello.

L’ingegner Albino Milozza, “oligarca” italiano degli anni settanta, cerca di scacciare i fantasmi di un genitore violento, attraverso il successo professionale schiacciando, però, i suoi affetti più cari. Immobilizzato su una sedia a rotelle per via di un attentato (organizzato da un gruppo eversivo di cui il figlio fa parte), si accorge dell’inutilità di tutto quello che ha accumulato negli anni. Tornato nella sua sontuosa villa e rassegnato all’angoscia dei propri errori e della solitudine, incrocia lo sguardo del figlio che, da Edipo, si è trasformato in Telemaco che ha appena rivisto l’immagine del padre che si è offerto a lui, in tutta la propria vulnerabilità

Insieme (il padre infermo e il figlio che spinge la sua sedia a rotelle) percorrono un lungo corridoio verso un futuro incerto ma carico di commovente umanità.

Caro papà, se saprò starti vicino evitando che la mia ombra si sovrapponga alla tua divenuta, ormai, così piccina; se riusciremo, finché durerà, a restare uniti per scoprire, ogni giorno, quello che siamo e non solo il ricordo di come eravamo; se sapremo donarci l’un l’altro senza programmare chi sarà, a muovere il primo passo… Beh, questo dimostrerà il nostro Amore. E, allora, non sarà stato un peccato, aspettarsi tanto! (gm)

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

Un ringraziamento affettuoso ad Amedeo Occhiuto, per avere suggerito molti degli interessanti aforismi inseriti nell’articolo.



3 Replies to “Cosa resta del Padre”

  1. Un gran bel lavoro! Qualcosa di inusuale, mai letta prima, quindi veramente nuova.
    Le competenze dei due autori si fondono in un un’unica sequenza, per cui l’articolo sembra essere scritto da una sola persona.
    Lo spessore del contenuto è talmente alto, da stimolare nella mente di chi legge riflessioni prima impensabili.

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